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Ecco, detto questo, credo che non sia comunque sufficiente intravedere nel basso livello di cultura, i motivi che hanno spinto gli abitanti di Goro e Gorino a costruire le barricate per impedire l’arrivo delle dodici donne, così come non riesco ad addurre quell’azione soltanto al clima di esasperazione generale e alla propaganda xenofoba di cui accennavo prima, per quanto entrambe rappresentino una componente parecchio significativa. Secondo me davvero, in questo caso dobbiamo leggerlo anche come uno specchio del fatto che una parte del nostro paese stia cominciando a legittimare e a dare per scontata una forma di male che sembra debba essere fatto, che è giusto sia fatto in nome della “rispettabile voce della società” poiché il non commetterlo o il non fare niente per sventare il pericolo rappresentato dall’altro straniero, costituirebbe una minaccia o un attacco  alla società stessa, alla propria comunità, così che, inteso in questo modo, il male, non è più riconoscibile o bollabile come male, ma appunto come dovere. Gli abitanti di Goro e Gorino si sentivano come dei rivoluzionari, che agivano in difesa della libertà e della “buona società”.

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Qualcuno li ha definiti eroi, quel centinaio di cittadini di Goro e Gorino che hanno costruito delle barricate di pancali per “resistere” all’“invasione” di dodici donne straniere (a cui poi si sarebbero dovuti aggiungere otto minori) che avrebbero dovuto esser ospitate nell’ostello di Gorino – l’Amore-Natura, di proprietà della provincia di Ferrara. L’Italia, che ha conosciuto la resistenza di partigiani che lottavano per la libertà dal nazi-fascismo contro le ingiustizie e le discriminazioni, ha visto, attraverso questo amarissimo specchio rappresentato dalla maggior parte della comunità di Goro e Gorino, una resistenza che porta con sé un significato totalmente ribaltato rispetto a quella partigiana: la difesa del proprio piccolo pezzo di orto contaminata dal razzismo più barbaro e becero.

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Mercoledì, 28 Settembre 2016 00:00

Le facoltà del potere - Call for papers

LE FACOLTÀ DEL POTERE
Call For Papers
1 dicembre 2016

Proponente: Associazione Il Becco con il sostegno dei fondi del DSU Toscana destinati alle attività studentesche
Scadenza candidature: Domenica 20 Novembre 2016
Informazioni/contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Keywords: potere, soft power, hard power, società, politica

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Venerdì, 08 Luglio 2016 00:00

Apocalissi queer

Apocalissi queer

Venerdì 01 luglio presso il Polo scientifico di Novoli Lorenzo Bernini, ricercatore di filosofia politica presso l’Università degli Studi di Verona ha presentato il suo libro, “Apocalisse queer. Elementi di teoria antisociale”. Il libro, uscito in realtà nel 2013 è stato riproposto perché in tre anni molte cose sono cambiate per quanto concerne la comunità LGBTQI: tre fatti, tra i tanti, di determinante importanza, ovvero, l’approvazione delle unioni civili, la campagna anti-gender – che in Italia ha avuto risonanza solo dopo il 2013, anno di approvazione della legge contro l’omofobia (decreto Scalfarotto) – e la recente drammatica strage di Orlando. “Apocalisse queer”, come introduce la professoressa Silvia Rodeschini (che insegna storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Firenze), costituisce una grande novità nel filone delle teorie queer e si inserisce nel dibattito che vede come uno degli obiettivi polemici la teoria della performatività del genere di

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Venerdì, 22 Aprile 2016 00:00

Al Gabinetto Viesseux, Nel nome di Gaia

L’associazione Soropstimist International, “organizzazione per donne di oggi impegnate in attività professionali e manageriali” allo scopo di attuare il “potenziale individuale e collettivo” delle donne aiutandole a realizzare le loro aspirazioni e avere pari opportunità, insieme con l’Associazione Filosofica Italiana, che intende “promuovere la ricerca e la diffusione della cultura filosofica, anche attraverso il confronto con altri saperi” hanno realizzato, venerdì 15 aprile, un’interessante giornata di studi presso la Sala Ferri del Gabinetto Viessiuex, resa possibile anche grazie al patrocinio del Comune di Firenze. Il titolo del convegno era “Nel nome di Gaia. Il pensiero femminile per

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Nell’ambito del suggestivo convegno “La magia dell’arte, l’arte nella magia nel Medioevo e Rinascimento”, organizzato dall’Istituto francese in collaborazione con l’Università degli Studi di Udine, con il SAGAS (dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo) dell’Università degli Studi di Firenze, con il Centre d’Études Supérieures de la Renaissance (CESR) e l’Université Fançois Rabelais de Tours, molto si è parlato di magia, di alchimia, di amuleti, gemme magiche, stregoneria, influenze astrali , “signa”, macchine sonore e tanto altro ancora.

Il convegno, inaugurato giovedì 31 marzo dalla lectio Magistralis di Attilio Mastrocinque sul fascino e l’origine di amuleti e gemme gnostiche, e conclusosi sabato 2 aprile, ha visto susseguirsi interventi da parte di docenti, ricercatori, e dottorandi italiani e francesi esperti e appassionati di magia, esoterismo, iconografia alchimia, misteri isiaci e altro ancora.

Uno degli interventi, di Mino Gabriele, professore di iconografia e iconologia e di Scienza e filologia delle immagini presso l’Università degli Studi di Udine, si è concentrato sulla “Magia e alchimia nei simboli della Porta Ermetica di Roma”.
Secondo l’esperto di iconografia, la Porta Ermetica è la sintesi perfetta di quelle forze ed energie spirituali, esoteriche, alchemiche, ricorrenti dall’antichità fino ai tempi moderni. Gabriele tende a sottolineare come oggi la nostra conoscenza e la nostra mentalità, più scientifiche, selettive, parcellizzate o persino “frantumate” abbiano perso quella visione, che dall’antichità fin verso il Rinascimento, teneva insieme saperi diversi e, per noi moderni, opposti tra di loro. Irrazionale (come chiameremo noi tutto ciò che è attinente alla magia, alla stregoneria, alla necromanzia, all’alchimia o all’astrologia) e razionale andavano a braccetto. Filosofi, scienziati, matematici, astronomi erano quasi sempre interessati o esperti di influenze astrali, di simboli alchemici, di magia ed esoterismo. Nel “De Architettura” di Vitruvio ad esempio, si legge che l’architetto deve essere anche un astrologo, un geologo, un archeologo, a rimostranza che esisteva una visione unitaria e chiasmatica delle varie discipline. Porfirio, ad esempio, nonostante sia stato uno dei più importanti logici dell’antichità, riusciva a combinare perfettamente la propria visione matematica e logica del mondo con l’interesse per i simulacri e le pratiche alchemiche. Persino i personaggi più insospettabili, o che noi conosciamo grazie alle loro scoperte matematiche, astronomiche, geometriche, scientifiche in generale, erano in realtà molto legati ai saperi magici e pure un po’superstiziosi. L’alchimia, l’astrologia, la magia, erano considerati saperi di portata scientifica.

Gabriele esordisce raccontandoci l’episodio dell’Obelisco egiziano (secondo Plinio originario della città di Heliopolis) portato a Roma, da Alessandria d’Egitto, da Caligola nel 40 d.C. e collocato sulla spina del Circo di Nerone. Quando, verso la metà del ‘500, grazie a Papa Sisto V (che realizzò il progetto che già era di Papa Nicolò V – 1450 circa), esso fu trasferito in Piazza San Pietro, fu indetta un’immensa processione organizzatissima e accompagnata da un rito di esorcismo con preghiere caratterizzate dal sanare l’obelisco da eventuali demoni pagani che avrebbero potuto possederlo. L’obelisco che, come ci insegna Plinio, era simbolo dei raggi solari, diventa ora simbolo cristico, tanto che sul dado che lo sostiene vi è incisa un’iscrizione in cui si legge: “l’obelisco dedicato dagli antichi ad empio culti, e purgato da impura superstizione, ora più giustamente e più felicemente viene dedicato da Sisto alla Croce Invitta”.
Anche ai nostri giorni restano comunque residui di pratiche apotropaiche. C’è tutto un mondo che per quanto possiamo oggi confinare nell’irrazionale o viverlo in maniera quasi atarassica, indifferente, continua a pullulare, sotto o in parallelo alla nostra razionalità scientifica e selettiva. Moro stesso, ad esempio praticava sedute spiritiche a Roma. Insomma, la lunga tradizione magica, esoterica, e misterica è una tradizione ininterrotta e forse mai del tutto destinata a scomparire, sebbene vissuta e interpretata in maniera molto diversa.

Ma veniamo alla nostra Porta magica. Siamo a Roma nel 1600. Anche il papa di allora, Clemente VII, era un noto praticante di alchimia. L’alchimia era una sorta di proto-chimica. Ovviamente non c’erano ancora le basi matematiche e prettamente scientifiche sviluppatesi più tardi, ma essa riguardava lo studio della trasformazione dei metalli, degli elementi vegetali e della costruzione delle armi. Evento di radicale importanza, in questo periodo, fu l’arrivo di Cristina di Svezia a Roma, regina protestante che però si convertì al cattolicesimo, cosa che rappresentava un evento straordinario e mirabile per i cattolici dell’epoca. Così, quando costei arrivò a Roma, Papa e vescovi l’accolsero con estrema devozione. Cristina era tra l’altro una donna dotata di un’intelligenza sorprendente, oltre ad essere dottissima e coltissima. Era anche una donna molto libera dal punto di vista della sessualità e soprattutto con un tenore di vita dispendiosissimo. La regina amava circondarsi dei chimici, scienziati, filosofi, astronomi, artisti e musicisti più noti dell’epoca, che invitava nei laboratori sparsi nelle proprie tenute e di cui finanziava numerosi progetti, tra cui l’edizione greca e latina (pubblicata a Roma nel 1630) del grecista Holstenius della porfirea Vita di Pitagora, di cui lei era molto appassionata. In particolare si dedicava molto all’alchimia, mossa soprattutto dal desiderio quasi ossessivo di scoprire il modo per trasformare i metalli in oro. Con una portata di intelligenza, cultura e libertà tali, fu piuttosto scontato che intorno a lei si formasse anche a Roma una corte di matematici, filosofi, artisti, scienziati. Tra questi, alla corte di Cristina, c’era anche Massimiliano Palombara, marchese di Pietraforte e noto a Roma per la sua passione per l’esoterismo e le pratiche magiche, nonostante anch’egli fosse comunque poeta e studioso dei maggiori trattati scientifici dell’epoca. Costui fece edificare nella sua residenza – villa Palombara – presso la campagna orientale romana, sul colle Esquilino, la succitata Porta Alchemica, tutt’oggi collocata in Piazza Vittorio, e che è l’unica porta sopravvissuta delle cinque che contornavano la villa, anch’essa piena di epigrafi alchemiche e scritte simboliche di Palombara, a testimonianza dei suoi interessi esoterici. La villa venne distrutta in epoca ottocentesca, insieme a molte altre, in seguito alla realizzazione di progetti urbanistici volti alla trasformazione di Roma in una grande capitale moderna. Sull’area in cui sorgeva la villa vennero però rinvenuti importanti reperti, tra cui il famoso discobolo. Tornando alla Porta Magica. Ancora oggi la porta, essendo andato perduto ciò che racchiudeva, è di difficile, se non impossibile, decifrazione e de-criptazione, ricca com’è di simboli alchemici. Poco o nulla si sa di essa, se non che era aperta – priva cioè di ante – e che era sita nel giardino della Villa, sebbene non si sappia precisamente dove. Si potrebbe supporre, data l’ammirazione di Cristina verso Pitagora, il quale insegnava ai suoi iniziati attraverso un velo, che anche in mezzo alla porta ci fosse una sorta di velo, a simboleggiare che dietro di esso si celasse l’accesso ai saperi universali e alla conoscenza misterica. Ma anche questa è solo un’ipotesi.

Uno dei testi di riferimento per tutti gli appassionati dell’alchimia dell’epoca, tra cui appunto lo stesso Palombara, era “L’anfiteatro della sapienza eterna”, da cui provenivano le maggiori conoscenze di alchimia mistica e cabalistica, ma collegate con la rivelazione divina, con chiare evocazioni del Mistero Cristiano. L’autore dell’opera, Heinrich Khunrath, era stimatissimo da Palombara e dai seguaci seicenteschi della setta dei Rosacroce ed è (anche) da questo testo che probabilmente provengono molte simbologie della porta ermetica. Occorre ricordare che nel 1558 la Chiesa Cattolica stilò l’Index dei libri proibiti, terribile strumento demandato alla Santa Inquisizione, nelle cui grinfie censorie finirono molti testi non conformi ai canoni cattolici e che quindi venivano condannati e/o bruciati. Tra di essi anche molti testi magici o alchemici. In alcune biblioteche o archivi storici potrebbe capitare di vedere sulla costola di libri antichi una, due, o tre croci: esse indicavano la progressiva gravità eretica del testo, laddove ovviamente le tre croci marchiavano i libri maggiormente pericolosi, considerati come vere e proprie opere del demonio. Siamo dunque in un periodo di controllo intellettuale e culturale pesantissimo e anche altri testi del Khunrath, contenenti simbologie alchemiche e cabalistiche avversate dalla Chiesa cattolica come residui pagani, non poterono sfuggire alla censura e alla distruzione.

Insistente, sulla porta, è la presenza e la simbologia di mercurio, metallo che, se volatizzato ad alta temperatura, diventa oro. Forti sono gli accostamenti tra questo metallo e Cristo. Sui montanti degli stipiti sono raffigurati i simboli dei pianeti, a ciascuno dei quali corrisponde un metallo. Questi simboli sono dei “signa” di cui non facile è la decifrazione. Essi si ritrovano anche su diverse gemme gnostiche, di origine egizia, e che circolavano nel medioevo (e poi nel Rinascimento), soprattutto quando, verso il 1200 si diffuse la cosiddetta ars notoria. Questa arte, che si riteneva esser stata rivelata da un angelo del Signore a Salomone, conteneva una raccolta di preghiere, mescolate con parole cabalistiche e mistiche, che, se opportunamente recitate avevano il poter di far discendere un angelo dal cielo che avrebbe insegnato al mortale qualunque disciplina egli avesse voluto conoscere. Anche se l’ars notoria era considerata dai suoi praticanti come una magia bianca, cristiana, fu molto avversata, non solo perché contenente simbologie misteriche “pagane”(ritenute tali), ma anche negli ambiti delle Universitas medievali, dato che lo studente, investito della scienza infusa proveniente dagli insegnamenti anglici invocati con l’ars notoria non avrebbe più avuto bisogno di studiare. Nella sua Summa contra gentiles Tommaso non prendeva sul serio questa pratica, degradandola a mera superstizione. I cattolici che la praticavano si difendevano dalle accuse ammettendo che anche il medico guariva il malato attraverso la forza delle sue parole che quindi dovevano necessariamente possedere un potere magico. Sta di fatto che molti testi notari non furono risparmiati. La porta che però fu salvaguardata riporta molti di questi signa. Molte delle epigrafi, dei simboli e delle iscrizioni presenti provengono da un altro testo fondamentale per gli appassionati di alchimia, reinterpretata però alla luce della dottrina cattolica. Si tratta del De pharmaco catholico, testo rosacrociano (l’autore, anonimo, si professa tale) che in epoca seicentesca potrebbe dirsi un vero e proprio libro culto. Pare che lo stesso Isaac Newton, che tutti conosciamo per le sue rivoluzionarie scoperte scientifiche, tenesse questo testo sempre in tasca, come una sorta di reliquario, a dimostrazione che, persino un fisico, astronomo, matematico della portata di Newton, fosse ampiamente interessato ai speri esoterici e si fosse anche molto occupato di studi alchemici. Di nuovo si avverte come i vari ambiti disciplinari fossero spesso mescolati e inseriti entro una visione complessiva della conoscenza che tutti li teneva insieme, senza gerarchia o esclusività.

Il De pharmaco riguarda in particolare la trasformazione della materia e i modi per farlo. Il principio che sta alla base è il seguente: così come un discorso è composto da parole, che a sua volta sono composte da sillabe e queste da lettere, anche la materia è costituita dai suoi elementi che come le parole, racchiudono dei segni magici come fossero le sue sillabe. Una volta rivelato il significato di queste “sillabe” magiche io posso arrivare a trasformare tutto ciò che voglio. Questo tipo di trattati hanno avuto notevole successo. Uno dei più diffusi in epoca tardo-medievale e rinascimentale era il Picatrix, traduzione latina di un testo arabo del 1008 d.C, che racchiudeva ricette magiche per la costruzione di talismani e gemme, trasformazioni di metalli, invocazioni ai pianeti, corrispondenze tra piante, animali e segni dello Zodiaco, e presente, tra le altre, nella biblioteca di Cornelio Agrippa, Pitagora, Marsilio Ficino. Talismani, sillabe, parole ritenute magiche, gemme e metalli, divengono veri e propri strumenti energetici dotati di valore protettivo o apotropaico. Anelli e amuleti venivano portati addosso o fogliettini contenenti questi signa venivano addirittura mangiati, in modo da poter incorporare dentro di sé tutto il potere, la forza e l’energia sprigionata da questi strumenti magici. Purtroppo, come già detto, questi oggetti e i testi ad essi riferiti subirono tutta l’avversione della Chiesa Cattolica che li condannava come residui del paganesimo. La Porta di Palombara però, reca su di sé tutto quell’universo che univa magia a scienza, esoterismo alchemico e cabalistico e verità cristologiche in un connubio di simbologie alchemiche e verità divine che non finiscono di interrogare e di affascinare colui che vi si trova davanti, come una sfinge il cui enigma resta però insoluto. In questo caso, l’enigma o il messaggio “sfingico” lo si legge nell’iscrizione palindroma incisa sulla pietra dello stipite inferiore, il cui valore è polisemantico ed esoterico. Se infatti l’iscrizione viene letta da sinistra verso destra il suo significato è “se ti siedi non procedi”, ma se letta al contrario, da destra verso sinistra, essa diventa “se non ti siedi procedi”, denotando un invito a varcare la porta e accedere forse a un mondo di saperi inesauribili e commisti tra loro, di cui la porta magica è il simbolo e la rappresentazione perfetta, anche se il suo mistero resterà forse per sempre racchiuso dietro e dentro di sé. Anche per questo, però, essa avrà sempre il potere di incantarci.

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Il Pensiero di Althusser V: Apparati Ideologici di Stato

Nel suo saggio più celebre, Ideologia e Apparati Ideologici di Stato, Althusser vuole mostrare quale sia il ruolo specifico dell’ideologia all’interno delle moderne società occidentali. Il punto di partenza è la concezione marxista dello Stato che viene definito come un apparato repressivo che permette alle classi dominanti di esercitare il proprio potere sul proletariato. Secondo dunque questa visione, lo Stato va inteso innanzi tutto come apparato specializzato, composto dalla polizia, dai tribunali, dalle prigioni, dall’esercito e dalla varie cariche istituzionali e amministrative. Tutte le lotte politiche ruotano attorno allo Stato proprio perché il suo possesso e la sua conservazione permettono il dominio della classe che lo controlla. Althusser non rigetta affatto questa concezione dello Stato come apparato la cui funzione fondamentale sia quella repressiva ma ritiene che per comprendere meglio come funziona, occorre aggiungere all’analisi altri elementi che tendono a sfuggire alla maggior parte delle tradizionali analisi marxiste. In particolare, ciò che non deve sottrarsi ad ogni sforzo teorico che abbia come oggetto lo Stato, è il rimarcare che esso non si compone solo di un apparato repressivo, ma anche di uno ideologico.

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Il Pensiero di Althusser IV: materialismo aleatorio e teoria generale della società

La concezione althusseriana del cambiamento sociale e politico come esito di un complesso reticolo di influenze fra le varie sfere della società, secondo il principio della surderminazione (come abbiamo visto nel precedente contributo), è coerente con la lettura antistoricista che il filosofo francese dà del capitale: non ci sono meccanismi automatici che determinano il passaggio da un sistema di produzione all'altro, bensì solo delle concrete situazioni storiche, in cui, in maniera casuale, o quantomeno non del tutto deliberata da alcun soggetto, si può verificare la simultanea presenza di una grande quantità di contraddizioni nei rapporti sociali, economici, culturali tali da portare a una rottura dirompente col passato.

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Venerdì, 04 Dicembre 2015 00:00

Ripensare Deleuze. A venti anni dalla morte

“Un po’di possibile, sennò soffoco”
Gilles Deleuze

Continua il ciclo di appuntamenti filosofici al Gabinetto Viessieux, organizzata dall’Associazione Quinto Alto. Stavolta il protagonista della conferenza è stato Gilles Deleuze, a vent’anni dalla sua morte. Non a caso il titolo dell’incontro del 30 novembre era proprio “Ripensare Deleuze. A vent’anni dalla morte”.
Katia Rossi, moderatrice del dibattito, introduce la figura di questo affascinante ed eccentrico filosofo ricordando in particolare il volume di opere postume pubblicato a distanza di dieci anni dalla sua morte, curato da David Lapoujade, col titolo di “Les mouvements aberrants” (éditions de Minuit) e che raccoglie soprattutto una serie di lettere e interviste lasciate dal filosofo francese.

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Il Pensiero di Althusser III: il principio di surdeterminazione

Oltre a una profonda avversione nei confronti di qualsiasi lettura umanista e storicista de Il Capitale, visione che abbiamo avuto modo di descrivere e commentare in due articoli precedenti, Althusser, soprattutto a partire dal volume Per Marx, edito in Italia da Editori Riuniti nel 1965, vuole anche rigettare l’idea che il rapporto fra struttura e sovrastruttura vada interpretato come orientato verso un riduzionismo che riconduca ogni elemento a una dimensione economica. In quest’ottica, la teoria marxiana non rappresenta un rovesciamento della dialettica hegeliana, dall’idealismo al materialismo, bensì un modo diverso di intendere la dialettica. Quest’ultima ha infatti in Marx una struttura diversa rispetto a quella proposta da Hegel.

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