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Giovedì, 29 Maggio 2014 00:00

Lista Tsipras: bene la prima, adesso vediamo la seconda.

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Il risultato ottenuto dalla Lista Tsipras il 25 maggio sembrava ai più poco probabile: eppure è successo. Un risultato importante quel 4,03%, un puntello ad una casa che aveva ancora poche pietre sollevate.
Un risultato ottenuto nonostante tutto: in primis i pochi soldi a disposizione per la campagna elettorale, i pochi nomi noti in lista, ma anche la scarsa attenzione dei media (anche se più che di volontà censoria bisognerebbe realizzare che se conti poco, ti fanno vedere poco). Rimane oggi sul tappeto il cosa fare adesso.

Se le elezioni fossero andate male le due opzioni contrapposte e speculari (entrare nel PD/chiudersi nel bunker della purezza) avrebbero visto la loro realizzazione un minuto dopo la fine dello spoglio. L'esito – timidamente – positivo (vi è stato un calo di voti in termini assoluti che ha colpito anche la sinistra, in maniera drammatica alle amministrative) delle europee pone invece il problema (un bel problema) del come continuare a stare insieme.

In queste ore quasi ogni iscritto ai partiti partecipanti alla lista, probabilmente quasi ogni elettore ha la sua idea in proposito: con modestia (che dovrebbe essere lo ricordiamo “l'ornamento di ogni bolscevico”) provo a dire la mia.
Il primo elemento - di natura “pratica” - che credo abbia permesso alla lista di essere vissuta da tutti senza eccessive sofferenze è stata l'unità senza la riduzione ad uno. La possibilità di esprimere preferenze e di fare dunque anche campagne elettorali “separate” ha permesso l'affermarsi di un sentimento di unità nella diversità. Credo che questo elemento vada valorizzato e che sarebbe deleterio e foriero di nuove divisioni calcare la mano e costruire un unico partito.

Un altro elemento riguarda l'aspetto ideologico. Ideologia è una parola che la dittatura del mercato ha svillaneggiato, imponendo però di fatto le ideologie degli oppressori a scapito di quelle degli oppressi (“le idee dominanti sono le idee delle classi dominanti” mi si perdonerà l'eccesso di citazioni ma è il più sano dei miei vizi e non voglio abbandonarlo). Un unico partito della sinistra non sarebbe un partito comunista. La storia del movimento operaio, e la cronaca di quello odierno, ci insegna che i comunisti radunati in partito sono il motore di un'unità più ampia e permettono la costruzione di nuovi e superiori ordini sociali (quando vincono o meglio quando stravincono) od un minore arretramento delle conquiste ottenute negli anni o nei decenni precedenti (quando sono in difficoltà). Il comunista ha una visione del mondo, degli obiettivi di medio e lungo periodo differente dal socialdemocratico.
I comunisti hanno fondamentalmente un'idea diversa rispetto ad altre componenti della sinistra sui sistemi di democrazia liberale, su come, a seconda delle esperienze dei diversi Paesi, possano essere superati.
Questa diversa idea si riflette non solo su questioni temporalmente lontane o lontanissime, ma anche, per esempio, su quale atteggiamento vada tenuto oggi rispetto a quei Paesi che non vivono in un sistema di democrazia liberale. Esempi possono essere fatti su mille altre questioni: l'essere comunisti in un Paese dell'occidente capitalistico, l'essere (o il proclamarsi) eredi – invero indegni - della storia dei comunisti nel nostro Paese, dunque di un partito comunista che ha costruito una propria “via italiana” al socialismo, non dovrebbe esimerci dal tentare una nostra strada, sicuramente diversa da chi ha preceduto, ma che abbia la medesima meta.
Un unico partito che si caratterizzasse come un collage alla Roy Lichtenstein, come una raccolta di deboli figurine senza nulla dietro sarebbe una riproduzione in sedicesimi di esperimenti già tentati e che i lavoratori italiani hanno ignorato.

Questi aspetti non possono nascondere però il rischio concreto – e credo non superato – dell'affermarsi delle già citate opzioni contrapposte e speculari. Vi è un parte di Sel (quella sconfitta al congresso) che ha come obiettivo finale la costruzione di una forza politica ancorata al PSE e che vuole contribuire a questo obiettivo confluendo nel PD. Vi è dall'altro lato l'opportunismo cialtronesco di chi – dopo aver sbraitato per mesi su astruse formule - ha visto nella lista Tsipras un tassì dal quale, qualora gli altri compagni di strada non accettino la chiusura a muro verso il PD (anche per le elezioni del capocondominio), è lecito scendere sbraitando nuovamente (un film già visto negl'ultimi tempi di vita della Federazione della Sinistra). È un rischio quest'ultimo da evitare come la peste e che consegnerebbe nuovamente la sinistra tutta ad una marginalità impotente ma individualmente moralmente rassicurante.

In sintesi quale strada può essere a mio avviso la più ragionevole: unità dei comunisti (non di tutti, ma di quanti hanno sensibilità politiche affini, in primis con quanti dalla Lista Tsipras sono stati esclusi) ed unità della sinistra in un organismo che potrebbe essere simile al Front de Gauche, organizzazione quest'ultima che pure ha sofferto divisioni alle ultime amministrative, ma che è stata ugualmente capace di superarle pur di non tornare ai prefissi telefonici degl'anni precedenti.

Un'ultima considerazione la vorrei esprimere sul trionfo del PD. Un trionfo che non ci piace e che non cancella ciò che quel partito nel concreto rappresenta (dalla vendita degli asset strategici del Paese ad una politica estera filoatlantica fino allo smantellamento della Costituzione), ma è un trionfo al quale non si può rispondere come fa il partito di Grillo (che svela il conosciuto, cioè l'incapacità degli uomini di perdere mantenendo la serenità): sbraitando di “italiani che come puttane si vendono” (mostrando così di non sentire come anche in larga parte dei lavoratori dipendenti il tema fiscale sia percepito) o attaccando tutta la CGIL (“venduta e corrotta” ça va sans dire). Lo sfogo, anche amaro è concesso a tutti, io per primo faccio inorridire molti miei conterranei con gli strali sulla Sicilia. Ma quando lo sfogo, depurato dalle volgarità, si finge analisi ma rimane inalterato nel contenuto, non si ottiene un passo avanti nella costruzione di un soggetto che sappia contendere al PD il cuore del Paese: si identifica come nemico, in ultima analisi, il Paese reale.

Ultima modifica il Domenica, 06 Luglio 2014 00:12
Roberto Capizzi

Nato in Sicilia, emiliano d'adozione, ligure per caso. Ha collaborato con gctoscana.eu occupandosi di Esteri.

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