Stampa questa pagina
Giovedì, 24 Marzo 2016 00:00

Hate speech e nuovi media: un fenomeno preoccupante

Scritto da
Vota questo articolo
(1 Vota)

Hate speech e nuovi media: un fenomeno preoccupante

In occasione della giornata mondiale contro il razzismo è stata presentata a Roma la prima ricerca italiana sui discorsi d’odio nei media e on line, promossa da COSPE nell’ambito del progetto europeo BRICKS (Building Respect on the Internet by Combating hate Speech). Quest’iniziativa ha visto la partecipazione della Federazione Nazionale della Stampa, insieme a Articolo 21 e Carta di Roma in collaborazione con www.illuminareleperiferie.it.

Il tema della diffusione dei discorsi d’odio in Italia e del suo contrasto è all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori politici ormai da tempo, ma ha assunto maggior rilevanza con la grave crisi umanitaria che ha portato in Europa migliaia di profughi e rifugiati, provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Spesso i giornali restituiscono un’immagine distorta di quello che sta accadendo, favorendo in tal modo il moltiplicarsi delle espressioni di incitamento all’odio razziale nei confronti di rifugiati, migranti e minoranze. Inoltre molti esponenti politici (non solo quelli leghisti!) alimentano questa tendenza pompando notizie faziose e cavalcando l’onda dell’odio contro il capro espiatorio di turno, ed utilizzandola a scopi elettorali.

I forum dei giornali online, i commenti a margine degli articoli, le pagine Facebook delle testate nazionali e locali sono ormai piazze virtuali in cui dilagano i discorsi d’odio contro i migranti. Questo fenomeno, difficilmente monitorabile e controllabile, mette in luce un quadro ricco e controverso, e apre il dibattito sui confini fra libertà di espressione e offese. Rispetto alle discussioni “dal vivo”, il dialogo in rete risulta più distorto, meno empatico, e nel momento in cui si conversa sul web, il confronto tra opinioni si fa più veloce, sbrigativo. Rispetto al dialogo faccia a faccia la conversazione on line comporta una esasperazione del proprio punto di vista, che porta a tutti i partecipanti alle discussioni a radicalizzare le proprie posizioni.

I social media hanno il pregio di permettere un confronto diretto con chi produce le notizie, dando la libertà di potersi esprimere su ogni argomento; ma il diritto di diffondere il proprio pensiero si traduce troppo spesso in commenti intrisi di violenza e discriminazione nei confronti del “diverso”.
Nonostante la ricerca non ne faccia, va ricordato che l’hate speech non è solo legato al razzismo, ma si rivolge a qualunque “categoria sociale” non egemone: nella rete possiamo trovare innumerevoli esempi di sessismo, omofobia ecc. Sarebbe però riduttivo limitarsi a parlare di “cyber-bullismo”, in quanto si tratta di veri e propri fenomeni di intolleranza, che non devono essere sottovalutati.
Si tratta di un fenomeno in crescita: nel 2014, l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social, di cui 185 su Facebook e gli altri su Twitter e Youtube. A questi se ne aggiungono altri 326 nei link che li rilanciano, per un totale di 700 episodi di intolleranza, con un trend in crescita per il 2015.

La ricerca è stata svolta tramite l’analisi qualitativa di casi studio, monitoraggio di articoli esemplificativi e interviste con giornalisti delle principali testate italiane ed esperti del settore. Lo studio è stato portato avanti su due livelli: il primo ha affrontato il mondo della stampa, lavorando a stretto contatto coi giornalisti, principali produttori di informazione, e si è focalizzato sulle modalità di monitoraggio delle notizie e dei commenti dei lettori da parte delle varie testate. Il secondo livello si è sviluppato lavorando con le scuole, con lo scopo di prevenire i discorsi d’odio affrontandoli a livello educativo e culturale, così da creare un nuovo modulo educativo multimediale. In particolare sono stati realizzati corsi di formazione per gli insegnanti, non sempre aggiornati sul mondo dei new media e dei social network. Si è inoltre lavorato coi ragazzi, per sensibilizzarli e renderli più consapevoli della pericolosità dei discorsi d’odio.

Le conclusioni della ricerca non sono confortanti anche per quanto riguarda i siti di informazione. Nei casi rilevati si è riscontrato un uso insufficiente degli strumenti di moderazione da parte delle redazioni giornalistiche, perfino quando il linguaggio si rilevava pesantemente offensivo. La prassi più diffusa è risultata quella di rimuovere il messaggio offensivo, ma manca quasi sempre un intervento esplicito di un moderatore che riporti la discussione su toni accettabili o che richiami i lettori a un uso corretto dello spazio di commento. Lo studio incita i giornalisti e le redazioni ad assumersi la responsabilità di valorizzare interventi più obiettivi e consapevoli, monitorando la qualità del dibattito e guidando i toni della conversazione, al fine di evitare una deriva delle esternazioni. Perché lasciare “liberi” i commenti d’odio, significa di fatto legittimarli.
La ricerca è disponibile al seguente link: L’odio non è un opinione

Ultima modifica il Venerdì, 25 Marzo 2016 10:29
Elena De Zan

Nata a Treviso nel 1987, ha successivamente vissuto tra Bologna, Bucarest e Firenze. Femminista appassionata di musica, si interessa di politica, sociologia, antropologia e gender studies.

Ultimi da Elena De Zan

Articoli correlati (da tag)

Devi effettuare il login per inviare commenti

Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie di terze parti.