Martedì, 13 Dicembre 2016 00:00

Questione tedesca e questione nazionale in Europa

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L'articolo è uscito sul numero 6 - 2016 dei supplementi cartacei del sito. Trovi il PDF sulla pagina dedicata, cliccando qui.

La piena maturazione della crisi sta travolgendo l’intero impianto retorico che era stato costruito a sostegno della globalizzazione e delle sue magnifiche sorti e progressive. Tra i pilastri che sorreggevano quella impalcatura narrativa, un ruolo portante era rivestito dalla riflessione sull’obsolescenza dello Stato-nazione come spazio dell’agire politico.

Il pensiero progressista europeo, in tutte le sue varianti, non si è soltanto limitato ad accettare supinamente la versione dei fatti propagandata in materia dal senso comune globalizzante, ma si è spinto più in là rispetto ad ogni altra famiglia ideologica nel rivendicarne la cogenza.

Che poi una parte della sinistra ne abbia tratto pretesto per una ritirata strategica dalle (rimpiante) posizioni di forza conquistate nei “trenta gloriosi”, mentre un’altra abbia coltivato l’illusione che si aprissero spazi per nuove conquiste, poco importa ai fini del nostro discorso. Sempre di un’illusione prospettica si è trattato.

Il ripensamento che oggi si impone non deriva tanto dallo spaesamento di chi non sa più individuare uno spazio democratico di azione politica e si rivolge quindi alle certezze del passato, ma dalla presa d’atto che mentre le forze progressiste abbandonavano l’arena nazionale in favore di formule cosmopolitiche poi naufragate nell’impoliticità, le oligarchie facevano eccome (incontrastate) leva sullo Stato-nazione come agente privilegiato della restaurazione neoliberale.

Non è questo lo spazio per una rassegna sulla storia del controverso rapporto tra spazio nazionale ed emancipazione sociale, tra Stato e popolo. Tanto il progetto savoiardo quanto quello garibaldino; tanto Mussolini quanto Gramsci; tanto Hitler quanto Dimitrov; tanto Allende quanto Pinochet; tanto Nixon quanto Ho Chi Minh: ogni grande costruzione politica contemporanea si è sostanziata in una visione dello Stato-nazione, in maniera talmente escludente l’un l’altra da rendere impossibile una tassonomia comune. E del resto le vie divergenti che avrebbe potuto prendere la costruzione statual-nazionale le si possono intravedere in nuce, ed in rapida successione, nel corso di quello straordinario laboratorio politico che fu la Rivoluzione francese, nel corso della quale il processo storico subì un’accelerazione tale per cui nello spazio ristretto di pochi anni ogni snodo storico avvenire fu esperito, assimilato ed espulso dal novero del possibile, salvo poi ripresentarsi in forme ampliate per l’intero corso della contemporaneità.

Pare piuttosto il caso di porsi alcune domande su come si presenta la questione nazionale nell’Europa di oggi.

Qual è stato l’uso che le élites neoliberali hanno fatto delle leve offerte dallo Stato-nazione? Come poter utilizzare lo Stato-nazione per rovesciare il senso delle politiche oligarchiche varate nel corso dell’ultimo trentennio?

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Al di là di ogni retorica, la costruzione dell’Europa reale si è risolta in un impianto gerarchico formato da Stati metropolitani e spazi economici subordinati. Al vertice della piramide sta lo Stato-nazione tedesco, che si è avvalso della sua egemonia nel processo di integrazione europea per subordinare al proprio il resto degli apparati produttivi continentali, in uno schema a cerchi concentrici.

Il primo cerchio è rappresentato dallo spazio della ex-DDR, “annesso” in via subordinata con la riunificazione. Il secondo cerchio è rappresentato dallo spazio est-europeo, inteso come vasto spazio per la produzione di prodotti semilavorati da fare poi assemblare nella metropoli, approfittando del regime di bassa tassazione e di basso costo della manodopera imperante nelle economie post-sovietiche. Il terzo cerchio è quello mediterraneo, le basi della cui subordinazione agli interessi della produzione tedesca sono state gettate fin dagli anni Novanta del XX secolo, ma che con la crisi del 2008 e soprattutto con le risposte che le sono state date ha accelerato quel processo di subordinazione attraverso la distruzione di imprese concorrenti, l’imposizione dello smantellamento di un apparato pubblico spesso efficiente e innovativo (è il caso dell’Italia), l’apertura delle imprese privatizzate al capitale metropolitano.

A quale logiche ha corrisposto questo processo di integrazione tutt’altro che “orizzontale”, ed anzi profondamente gerarchico, imperniato sull’egemonia tedesca e sulle esigenze del capitale (e della rendita finanziaria) tedeschi, portato avanti con determinazione dai gruppi dirigenti dello Stato-nazione tedesco nella totale cecità delle tecnocrazie al potere nei paesi periferici?

David Harvey nei suoi lavori ha sottoposto a critica il concetto di globalizzazione, o, per meglio dire, ne ha negato il carattere di novità assoluta. Secondo Harvey il processo di accumulazione, giunto ad un punto di saturazione, ha bisogno ciclicamente di essere re-innescato da capo. Ha bisogno cioè che vengano ricreate le condizioni che hanno reso possibile l’accumulazione originaria.

Ma proprio per la ciclicità con cui queste condizioni vengono ricercate, esse perdono la propria condizione di “originarietà”, per divenire una modalità fissa di riproduzione del capitale cui Harvey dà il nome di “accumulazione per espropriazione”.

I capisaldi dell’accumulazione originaria che l’accumulazione per espropriazione tende a ricreare – su una sfera sempre più allargata – per quello che qui ci interessa sono principalmente tre: la privatizzazione (delle terre, nell’accumulazione originaria; di una serie di servizi comuni che nel corso della stagione precedente erano stati sottratti alla sfera del mercato, nella fase attuale); la conseguente riduzione al rango di merce di una serie di prodotti, servizi e attività umane non considerate usualmente come tali; l’espulsione dalle campagne (inglesi nell’accumulazione originaria; del sud globale nella fase attuale, o anche da apparati produttivi non agricoli ma comunque considerati obsoleti) di manodopera che viene a costituire il marxiano “esercito industriale di riserva”.

Questo processo non avviene spontaneamente, ma mediante pratiche in larga parte coercitive. L’attore politico principale che innesca il processo è lo Stato-nazione.
Risulta ora evidente come l’intero impianto della restaurazione neoliberista possa essere ricondotto ad una operazione di “accumulazione per espropriazione su scala globale”. E come a livello regionale il processo di costruzione dell’Europa gerarchica abbia riprodotto le dinamiche che dalla metà degli anni Settanta avevano avviato il processo in aree periferiche del globo. Anche perché, nota Harvey, una delle armi privilegiate per piegare le popolazioni alle esigenze della accumulazione per espropriazione è il debito, o meglio il suo uso politico da parte dei creditori.

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Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nacquero, nell’ambito degli accordi di Bretton Woods del 1944, come organismi al servizio della stabilità della finanza e del commercio internazionale in età di embedded liberalism, di controllo nazionale sui flussi finanziari e di crescita coordinata di salari e profitti.

L’egemonia keynesiana nelle due organizzazioni fu salda fin dalle origini, e la loro funzione stabilizzatrice nel corso dei “trenta gloriosi” è universalmente riconosciuta. Ma a seguito della crisi del ’73 e della svolta neoliberale il loro ruolo comincia ad essere percepito, specialmente negli Stati Uniti, come superfluo, se non fastidioso. Tant’è che tra i punti del programma elettorale che portò Ronald Reagan alla Casa Bianca figurava anche l’uscita degli Stati Uniti dal FMI. Ma improvvisamente, una volta insediatosi, lo stesso Reagan operò un completo voltafaccia. Cosa era successo?

Con l’embargo petrolifero imposto dai Paesi arabi nel ’73, ed i prezzi del greggio alle stelle, le finanze degli Stati del Golfo persico erano state invase da una massa enorme di liquidità. I “petrodollari” così accumulati iniziarono ad affluire – non è ancor chiaro se spontaneamente o a seguito di pressioni non solo politiche – nelle casse delle grandi banche statunitensi.

Tutto questo avveniva in un periodo di raffreddamento degli investimenti industriali in tutto l’Occidente, dovuto alle grandi conquiste ottenute dalle lotte del movimento operaio, agli alti prezzi dell’energia e all’elevata concorrenzialità delle merci prodotte da economie in pieno boom. Allo stesso tempo, i governi dei Paesi da poco usciti dai processi di decolonizzazione avevano un disperato bisogno di liquidità, per rimettere in moto la produzione dopo anni di guerre devastatrici e di rapina delle risorse: le élites post-coloniali dovevano mantenere fede agli impegni presi con i propri popoli, che avevano sostenuto lo sforzo immenso delle lotte di liberazione. I grandi gruppi bancari trovarono quindi nei nuovi Stati una vasta platea di “clienti” per la massa monetaria che avevano accumulato. Anche perché, come sostenne Walter Wriston, allora alla testa di Citibank, “i governi non possono trasferirsi o scomparire”.

In questo panorama va inserita la giravolta da parte della presidenza Reagan. Lo shock monetarista imposto dal governatore della FED Paul Volcker, con un improvviso e massiccio aumento dei tassi di interesse, portò all’insolvibilità dei paesi del Terzo Mondo che avevano contratto i prestiti in dollari con le grandi banche.

Fu a quel punto che si stipulò l’alleanza di ferro tra il tesoro USA, la BM e il FMI: furono promossi prestiti da parte delle istituzioni finanziarie di Bretton Woods, a patto che i Paesi indebitati varassero pacchetti di “riforme” in senso neo-liberista. Lo schema si è ripetuto da allora per il Messico ed il Cile (1982), per l’Argentina alla fine degli anni Ottanta, per la Russia e le “tigri asiatiche” ed ancora il Messico a metà anni Novanta, e di nuovo per l’Argentina sulla fine di quel decennio.

Come ha osservato David Harvey, “la restaurazione del potere dell’élite economica, negli Stati Uniti ed in altri paesi a capitalismo avanzato si è basata soprattutto sui surplus prelevati dal resto ed mondo attraverso i flussi internazionali e le pratiche di aggiustamento strutturale”.

Con la crisi del 2008, fatta salva la diversa origine dell’esplosione del debito – non dovuto ad una rivalutazione della moneta di riserva, ma alla necessità di utilizzare denaro pubblico per la salvaguardia delle istituzioni private di credito (passo necessario, ma compiuto senza nessuna garanzia di controllo pubblico in cambio) – si è assistito, sulle medesime basi, alla stipula della nuova alleanza, questa volta su scala regionale, tra istituzioni finanziare internazionali e tesoro tedesco.

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La base materiale sulla quale tornare a porre la questione nazionale non è tanto – o non è solo, o non è in questo momento – l’uscita dall’euro, quanto l’uscita dalla trappola debitoria.

Una grande conferenza sul debito non sarà mai concessa dalle istituzioni finanziarie internazionali o dal tesoro tedesco, unite nella santa alleanza finalizzata al rafforzamento dei centri metropolitani dell’accumulazione.

Deve essere una scommessa di governi nazionali conquistati dalle forze progressiste ed animati da una forte carica di solidarietà internazionalista.

Ulteriori incombenze spingono le forze democratiche ad una riappropriazione – ed al contemporaneo rinnovamento - dello spazio nazionale come arena dello scontro politico: la necessità di sottrarre la democrazia al ricatto dei mercati finanziari; di integrare i migranti in uno spazio attivo di cittadinanza ed in un complesso articolato di rispondenza tra democrazie e conflitto; last but not least, di contendere ad una destra agguerritissima lo spazio retorico e simbolico attorno all’idea di Patria.

Ma per fare questo è urgente la presa d’atto del terreno su cui si muove l’avversario, che è quello dello Stato-nazione come leva principale della grande espropriazione, alla quale non ci si può opporre efficacemente se non si hanno ben presenti le modalità con le quali si gioca la partita.

Immagine liberamente tratta da www.artpractical.com

Ultima modifica il Lunedì, 12 Dicembre 2016 20:10
Tommaso Nencioni

Tommaso Nencioni si è brillantemente dottorato in storia contemporanea. L'impegno scientifico profuso ha tuttavia interrotto una carriera di giocatore di biliardo che si profilava luminosa. Frequenta case del popolo dalla parte del popolo, da mezzanotte in poi quando ha finito la briscola al Circolo vie Nuove torna a casa e scrive di politica e storia del movimento operaio.

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