Venerdì, 09 Dicembre 2016 00:00

Con Van der Bellen i verdi austriaci battono il populismo di destra

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Dopo un travaglio durato quasi sei mesi l'Austria ha un nuovo presidente, l'indipendente “verde” Van der Bellen. Ultrasettantenne, professore universitario di economia, rifugiato e “figlio di rifugiati”, come ha rivendicato durante la campagna elettorale – discende infatti da esponenti della media nobiltà dell'Impero russo, trasferitisi in Estonia e poi fuggiti in Austria dopo l'invasione sovietica del Paese baltico – Van der Bellen, il vincitore del ballottaggio dello scorso 4 dicembre, di per sé è quanto di più lontano dal profilo dei candidati populisti alla ribalta in tutta Europa, compreso il suo avversario di estrema destra Hofer.

Diversità radicale che connota anche quello che per tanti versi è il suo partito, i verdi austriaci: come ricorda un ottimo articolo della New York Review of Books tra i partiti i verdi hanno la quota minore di iscritti “working class” in assoluto (leggi qui) e si rivolgono ad un elettorato urbano ed europeista. In una fase storica in cui gli screditati poli storici del partito Popolare e del partito Socialdemocratico hanno cercato di riconquistare consensi persi a favore dell'estrema destra dell'FPÖ supportando dure politiche legalitarie e anti-immigrazione i verdi hanno invece rappresentato senza tentennamenti la voce di un'Austria cosmopolita e solidale.

E forse proprio la radicale differenza alla fine ha pagato, premiando “VDB” e i verdi con un chiaro 53.79% contro il 46.21% di Hofer, un risultato molto migliore dell'incollatura del primo ballottaggio (poi annullato) del 22 maggio che segna anche la conquista di Salisburgo e Niederösterreich. Secondo le prime analisi dei flussi Van der Bellen è riuscito a capitalizzare i votanti dei candidati sconfitti al primo turno, ovvero i candidati dei due storici principali partiti – il socialdemocratico Hundstorfer e il popolare Khol – e la indipendente centrista Griss, e a mobilitare una buona fetta di non voto. Sul risultato finale però l'appoggio dei partiti maggiori in fortissima crisi e in crisi di rappresentatività non va sopravvalutato. Non c'è stata nessuna reazione “dell'establishment” uno contro tutti a sfavore del candidato dell'FPÖ, come strombazzatato dal quartier generale della campagna di Hofer dopo la sconfitta – inverosimile ricostruzione ripresa anche da Matteo Salvini. Probabilmente a far votare Van der Bellen agli elettori di popolari e socialdemocratici è stata più la credibilità del verde e la giustificata paura di veder affidata la presidenza dell'Austria ad Hofer, un estremista di destra antieuropeo che crede alla teoria del complotto delle “scie chimiche”, che l'appello e la (tiepida) mobilitazione di OVP E SPO.

Che succede da ora? Il Presidente nel sistema costituzionale d'oltre Brennero ha in teoria poteri molto ampi, che rendono sulla carta l'Austria un debole semipresidenzialismo. Nella prassi storica e nella consuetudine però la figura del Presidente è una figura molto più debole, simile al nostro Presidente della Repubblica. Van der Bellen si è sempre detto a favore di un parziale “recupero” in capo al Presidente di alcuni di questi poteri. Ma non sta nelle prerogative presidenziali il nocciolo della questione, ciò che sta causando giubilo tra le fila dei sostenitori di Van der Bellen e una inaudita crisi di nervi nel partito dello sconfitto Hofer, quanto l'immensa popolarità acquisibile ricoprendo il ruolo di Presidente. Vincendo Van der Bellen ha infatti probabilmente dato una svolta decisiva a favore delle forze anti-FPÖ nella corsa verso le elezioni legislative austriache, da calendarizzare non oltre l'autunno del 2018. La sua vittoria rappresenta quindi uno dei pochi eventi politici dell'ultimo anno a fare ben sperare per il futuro; con gli occhi rivolti a un 2017 che si preannuncia pericoloso per l'Europa e per il mondo.

Immagine tratta da www.laprese.it

Ultima modifica il Giovedì, 08 Dicembre 2016 22:22
Niccolò Bassanello

Nato a Bozen/Bolzano, vivo fuori Provincia Autonoma da un decennio, ultimamente a Torino. Laureato in Storia all'Università di Pisa, attualmente studio Antropologia Culturale ed Etnologia all'Università degli Studi di Torino. Mi interesso di filosofia delle scienze sociali, antropologia culturale, diritti delle minoranze e studi sull'educazione. Intellettualmente sono particolarmente influenzato dai lavori di Polanyi, Geertz, Wittgenstein e Feyerabend, su cui mi sono formato, oltre che dal postoperaismo e dal radicalismo statunitense. Nel tempo libero coltivo la mia passione per l'animazione, i fumetti ed il vino.

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