Sabato, 14 Gennaio 2017 00:00

Una settimana al cinema tra fede, amore, guerre ed hamburger

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Una settimana al cinema tra fede, amore, guerre ed hamburger

Nonostante il gelo che sta imperversando in tutta Italia, si entra nei periodi più "caldi" dell'anno. Cinematograficamente parlando. Stiamo per entrare nella stagione dei premi e quindi a breve usciranno i film di tendenza. Questa settimana ecco tre opere importanti: il nuovo film di Martin Scorsese, la nuova pellicola di Robert Zemeckis e la vera storia della nascita dell'impero del Mc Donald's. Tutti hanno qualche chance (pare) di portare a casa qualche premio.

THE FOUNDER ***1/2
(USA 2016)
Regia: : John LEE HANCOCK
Sceneggiatura: Robert D. SIEGEL
Cast: Michael KEATON, Laura DERN, Patrick WILSON, Linda CARDELLINI
Durata: 1h e 55 minuti
Distribuzione: Videa
Uscita: 12 Gennaio 2017

Dopo tanti film e documentari sui temi trattati in "The founder" ("Supersize me", "The Corporation" e "Capitalism a love story" sono degli esempi), finalmente si sono accorti che nessuno aveva trattato la vera storia della catena di fast food più famosa del mondo. La conoscete la vera storia del Mc Donald's? Molti dicono che i fondatori erano i fratelli con l'omonimo cognome. Quest'affermazione è vera solo in parte. Francamente il nome di Ray Kroc è abbastanza sconosciuto ai più. Giustamente questo film di John Lee Hancock lo analizza perchè rappresenta bene una certa America e un certo mondo dell'imprenditoria. Tempo fa un noto cantante, Mark Knopfler, parlò di questa incredibile storia vera in "Boom like that". Già dal titolo si può intuire di cosa si parla (ascolta il pezzo qui). Solo nel 2016 il cinema si è accorto che tutto ciò aveva un senso filmico.

Tutto ebbe inizio alla fine degli anni 50 negli Stati Uniti. Era l'epoca del drive in, il capitalismo era ancora "sostenibile", ma il boom economico stava per mietere diverse vittime. In quegli anni il 52enne Ray Kroc (Michael Keaton) era un venditore porta a porta di frullatori decisamente poco fortunato. Fino a che un giorno gli si accese una lampadina che portò a cambiare le abitudini alimentari di un mondo in continua evoluzione (o involuzione?). Un giorno i fratelli Richard e Maurice Mc Donald gli fecero un ordine di ben 8 multi-frullatori. La richiesta per Ray apparve insolita. Così, incuriosito, si recò sul posto per capire cosa bolliva in pentola. Avevano aperto un locale dove venivano offerti alla clientela menù veloci e semplificati, a base di hamburger, patatine, frappè, frullati e bibite. Non avevano camerieri da pagare, tutto self-service. La cucina era concepita in modo che si lavorasse a catena di montaggio, applicando lo stesso concetto dell'industria automobilistica. Praticamente erano una sorta di Henry Ford della carne macinata. Loro non lo avevano capito, ma era nato il primo fast food della storia. Kroc ne intuì le potenzialità per diventare ricco creando un franchising. La riconoscibilità avveniva tramite i famosi archi luminosi delle insegne. Così comprò il marchio con il nome (in cambio della % nelle vendite), lasciando ai fratelli ogni decisione sui menù, gli ingredienti e quant'altro. Ma la cosa che fece diventare Ray uno squalo erano i terreni. I luoghi dove nascevano i fast food venivano affittati con contratti decennali. Ed è qui che costruì la sua fortuna al motto di “se non puoi combatterli puoi comprarli”. Infatti dopo aver incassato, "fece fuori" i due fratelli al prezzo di 2.7 milioni di dollari e dette vita al marchio McDonald's che oggi è presente in tutto il mondo con oltre 35000 fast food sparsi in ogni dove. La cosa più sorprendente di questa pellicola visionaria di Hancock ("Saving Mr Banks") è l'idea che ha avuto lo sceneggiatore Seigel (già autore di "The Wrestler"): il Mc Donald's era la nuova "chiesa d'America" non aperta solo di domenica. In pratica il ritrovo ideale per famiglie per passare il tempo e mangiare a basso costo. Sulla qualità invece si hanno numerosi dubbi.
Ai fratelli McDonald importava di questo aspetto, ma a Ray degli hamburger non gliene fregava nulla. Il marchio doveva girare e poi Kroc passava alla cassa. Oggi si fa in modo diverso, ma il concetto è lo stesso: non conta il bene prodotto, ma fare soldi a palate attraverso operazioni non sempre lecite (speculazioni, derivati,ecc...). Una concezione definibile tranquillamente con la parola capitalismo.

L'american dream l'hanno demolito praticamente tutti, ma per gli americani è uno stile di vita ormai conclamato e inossidabile. Hanno eletto anche Trump, uno che ha applicato questo concetto come modello. Bisogna dirlo: gli americani sono veramente bravi a fare questo genere di film. È come se qui rivivessero "Saving Mr Banks", il cinismo fincheriano di "The Social Network" e la cultura del possesso ("io possiedo e quindi sono") de "Il petroliere" di Paul Thomas Anderson. Hancock non ha una regia particolarmente eccelsa, rischia poco, ma può sfruttare due frecce al suo arco: la prima è la sceneggiatura di Siegel che è bravissimo a tratteggiare l'ascesa e la mentalità di Kroc, la seconda è rappresentata dagli attori.
Michael Keaton dal rilancio di "Birdman" non ha sbagliato un film e anche qui è incredibilmente capace di plasmare un venditore qualsiasi che si trasforma in un perseverante e spietato squalo alla "Gordon Gekko". La sua (finta) espressione rassicurante,il suo ghigno con tanto di sopracciglia inarcate valgono di fatto il film. Tanto da diventare arrogante e antipatico anche per il comune spettatore. A tenergli testa c'è una bravissima Laura Dern (la prima moglie di Kroc) che sottolinea le fasi del cambiamento permanente di Ray. Lo sostengo da molto tempo: i successi si costruiscono dai fallimenti. Spesso più ci batti la testa e più che ti vengono le idee. Probabilmente qualcun'altro deve pensarla come me. Tranne che sul capitalismo.

FRASE CULT: "il business è guerra"
TOP
- Ottimi gli attori Michael Keaton e Laura Dern
- Michael Keaton tiene in piedi il film da solo con il suo carisma
- La sceneggiatura di Seigel è cinica e spietata
FLOP
- La regia è abbastanza piatta. John Lee Hancock decide di non schierarsi.
- La messa in scena è didascalica senza grossi colpi di scena

ALLIED - Un' ombra nascosta ***1/2
(USA 2016)
Regia: Robert ZEMECKIS
Sceneggiatura: Stephen KNIGHT
Cast: Brad PITT, Marion COTILLARD, Lizzy CAPLAN
Durata: 2h e 4 minuti
Distribuzione: Universal Pictures
Uscita: 12 Gennaio 2017

Quest'estate sotto gli ombrelloni probabilmente avrete letto del bollente caso Pitt. Il problema è che si è parlato di gossip, più che del film. Saranno contenti alla Universal, un po' meno i due protagonisti Marion Cotillard e Brad Pitt. La prima, che sta per concepire il secondo figlio, ha dovuto rettificare che il padre del bambino non è Brad. Il secondo è stato mollato da Angelina Jolie proprio per le voci che venivano dal set di "Allied". Francamente bastava aver visto "By the sea" per capire che tra i "Brangelina" ci fosse qualcosa che non andava nel modo giusto.
Stop. Basta con le ciaccole. Il resto lo trovate su Novella 2000 o su altre riviste specializzate. Qui si parla di cinema. Considerando che alla regia c'è un certo Robert Zemeckis, è arduo non andare a vedere una sua opera. Un pezzo della mia cinefilia maniacale deve molto a film come Ritorno al futuro, Flight, La morte ti fa bella, Forrest Gump o il recente The Walk. Per cui non potevo esimermi da questa visione. In più c'è da dire che alla sceneggiatura c'è un certo Stephen Knight, acclamato autore di "Locke" e "La promessa dell'assassino". Poi lo sapete, sono un fan dell'attrice francese Marion Cotillard. Per tutti questi motivi ero attratto dalla visione. Devo dire che qualche dubbio l'ho avuto quando ho letto le prime notizie sul film. Tutti questi dilemmi sono stati confermati, ma nel complesso la storia regge. Adesso vi spiego il perché. Chiariamo subito un punto. Non è uno dei migliori film di Zemeckis, tuttavia si vede la differenza tra un film su commissione e uno d'autore. Il regista di Ritorno al futuro regala uno spy movie non originale, ma di grande impatto fino dalle prime scene, mostrando chiaramente la sua impronta.

1942, Casablanca (Marocco). Siamo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. La mano del regista si nota subito e Zemeckis offre grande cinema stile "Flight". Tuttavia l'inizio è identico a una scena di "Casablanca" (e simile al recente "Spectre"): la spia Max Vatan (Brad Pitt) viene paracadutata dall'aereo. Già qui si avverte la differenza tra lo spazio aereo (quello bellico) e quello terreno. Per intendersi quello che succederà nel resto della pellicola. Un maggiordomo di colore lo fa salire su un auto. Gli vengono date delle informazioni riguardo una donna che deve incontrare a Casablanca. Cupido lancia la freccia. Il franco-canadese Max Vatan incontra la francese Marianne Beausejour (Marion Cotillard). I due si aiutano a vicenda in una missione. Sono due spie assassine che devono far fuori un ambasciatore tedesco. Si fingono marito e moglie e raggiungono il loro obbiettivo. Il problema è che, ovviamente, la finzione diventa realtà: si innamorano perdutamente. Fanno l'amore in auto in mezzo a tempeste di sabbia (ricreate digitalmente), mentre fuori le bombe hanno il sopravvento. Si trasferiscono a Londra, si sposano e hanno una figlia, Anna. Parte lo spot della famiglia del Mulino Bianco. Ah che bello il matrimonio! "Siamo perfetti insieme, ti amo con tutto il mio cuore". Ah che teneri! Tutti vissero felici e contenti, fine del film. Vi piacerebbe eh? Mi dispiace deludervi, ma i fiori d'arancio spesso sono anche traumatici e indigesti. Manca solo che volino i piatti come tra Michael Douglas e Kathleen Turner ne "La guerra dei Roses". La sceneggiatura di Knight qui è efficace soprattutto sul piano sessuale: mentre il canadese Max è più titubante e puritano, l'europea (francese) Marianne invece è particolarmente disinibita. Due mondi diversi che stentano a capirsi. Tuttavia questa apparente felicità e queste differenze vengono spezzate presto. Un giorno il povero Max viene avvisato dai suoi superiori che la consorte è una spia tedesca. L'uomo viene messo di fronte a un bivio: o uccide Marianne oppure diventerà un infido traditore. E in discussione ci sarà la sua pelle. La sua scelta mette in discussione il futuro della sua famiglia, soprattutto quella della piccola figlia. Ce la faranno i nostri eroi ad amarsi e a vivere felici e contenti?

"Allied" sembra una replica autoriale (con più mordente) di "Mr e Mrs Smith", non solo perché c'è Brad Pitt. Oltre ad essersi innamorato sul set di Angelina Jolie, la sceneggiatura più o meno rappresentava il matrimonio come una guerra tra due persone che si tengono nascosti i propri segreti. Ecco perché quasi sempre i coniugi vengono rappresentati come due spie. In pratica marito e moglie, dopo i bei momenti iniziali, diventano due sconosciuti. Cambia lo scenario (la Seconda Guerra Mondiale) perché Zemeckis da sempre è affascinato da questo conflitto. Si vede perché ci sono almeno due scene straordinarie, puntuali come un orologio svizzero. Eh già c'è anche il tempo, da sempre oggetto di approfondimenti nel cinema di Robert Zemeckis. Ed ecco che emergono, come in Ritorno al futuro, le inesorabili lancette che scandiscono l'azione del film. Tutto il copione è infarcito di sapori e suggestioni degli anni '40, riattualizzati con gli effetti speciali moderni e una fotografia vintage. Sembra di essere in "Casablanca" mescolato a "Mr e Mrs Smith". Il resto lo garantisce il glamour dei due attori che però non funziona pienamente a dovere: Marion Cotillard trascina il film con i suoi sguardi provocanti e la sua frase sibillina "lo sai che sono brava a fingere, Max". Eh sì, ti piace vincere facile, da buona francese.
Brad Pitt invece è piuttosto in crisi e finto. Un po' è il copione, tuttavia il buon Brad sembra smarrito e particolarmente ritoccato. Ha una pelle liscia come quella di un pargolo. Anche le espressioni facciali fanno propendere che abbiano usato come controfigura una cera del Madame Tussauds.

In ogni caso Robert Zemeckis ci sa fare sfidando lo spettatore a una caccia al dettaglio, giocando con citazioni cinefile (Lawrence d' Arabia, Casablanca, Il paziente inglese) e costumi sontuosi che esaltano la femminilità di Marion Cotillard (stile Bette Davis). Eh già la regina indiscussa è proprio lei che batte nettamente il povero Brad Pitt. È risaputo che quando un uomo esce con due (anche tre) dame, fa la figura del salame. Vedi alle voci Jennifer Aniston e Angelina Jolie.

FRASE CULT: "lo sai che sono brava a fingere, Max".
TOP
- Zemeckis dirige con mestiere, citazioni anni 40 e una fotografia vintage
- I raffinati costumi, le scenografie
- Marion Cotillard mette diverso pepe al film e stravince il duello con Pitt. Senza la sua doppiezza, le sue battute sibilline e la sua femminilità, non ci sarebbe la storia.
- Almeno 2-3 sequenze straordinarie che mostrano l'idea di un cinema d'autore
FLOP
- Brad Pitt sa di finto e ritoccato. A tratti sembra una cera del Madame Tussauds
- Il film è tratti è un po' mieloso e patinato

SILENCE ****
(USA 2016)
Regia: Martin SCORSESE
Sceneggiatura: Jay COCKS e Martin SCORSESE
Cast: Adam DRIVER, Liam NEESON, Andrew GARFIELD, Ciaran HINDS
Durata: 2h e 40 minuti
Distribuzione: 01 Distribution
Uscita: 12 Gennaio 2017

Martin Scorsese lo ha definito il film della sua vita. Ci ha messo 30 anni per farlo. È rimasto impantanato anche lui nella burocrazia, nel reperimento dei fondi e in una causa con il produttore Vittorio Cecchi Gori (se non ci credete, guardate qui). Alla fine il film è stato fatto. Eppure se non si ha dimestichezza con il suo cinema, "Silence" non sembra una sua opera. All' apparenza. Dimenticate Little Italy, gli attori feticcio italo-americani De Niro e Di Caprio, gli elaborati movimenti di macchina. È un cinema più minimalista e più spirituale, in continuità con le precedenti lezioni de "L'ultima tentazione di Cristo" e "Kundun", oppure "L'età dell'innocenza". Anche quest'ultima opera era tratta da un libro e fu sceneggiata da Jay Cocks. Era regolata da una regia impeccabile, ricca di dettagli e sfumature. "Silence" è in continuità con questo cinema. Scritto dallo stesso sceneggiatore e tratto dal romanzo dello scrittore giapponese Shūsaku Endō (1966).

1638, Giappone. Due preti gesuiti portoghesi (Padre Francisco, interpretato da Adam Driver, e Padre Rodigues, interpretato da Andrew Garfield) partono per il Sol Levante alla ricerca del loro mentore, Padre Ferreira (Liam Neeson che torna in un ruolo simile a quello di "Mission" di Roland Joffrè), che è stato misteriosamente rapito. Arrivati sul luogo, assistono a ciò che non vorrebbero vedere: i cristiani vengono perseguitati affinchè lascino la propria fede. Una vera e propria Inquisizione in salsa orientale. I giapponesi non volevano che il cristianesimo ponesse radici. La Buona Novella era considerata pericolosa. Francamente non avevano tutti i torti visti i crimini fatti in nome della religione cristiana. Ma i giapponesi oppressori sono davvero carnefici o stanno difendendo la loro identità culturale? Non abbiamo lo stesso problema culturale oggi in Occidente?
Ma il problema non è solo da quella parte. Anche Padre Sebastian avrà i suoi problemi con i suoi fratelli. Non conosce il giapponese e non riesce a comunicare con loro (il "paraiso" è simbolo di questa incomunicabilità). Figuriamoci se è capace di estirpare i loro peccati. Come al solito, Martin Scorsese pone interrogativi profondi e importanti. Il film è attualissimo: le divisioni, la paura del diverso e il conseguente protezionismo, ma c'è di più. La Chiesa di Francesco ha diversi nodi da sciogliere e Scorsese non ha paura di porre un interrogativo: è meglio mantenersi fedeli al concetto di "ama il prossimo tuo come te stesso" oppure rimanere fedeli e integerrimi (ad ogni costo) alla nuda e cruda Parola di Dio?

È come se ci volesse condurre in un lungo viaggio interiore alla ricerca di noi stessi, attraverso le figure di questi sacerdoti che cercano di capire il mondo. Sì perché Martin, se non fosse diventato regista, si sarebbe fatto prete. La fede è sempre stata una stella polare per l'italo-americano, specie nei momenti più difficili della sua vita. Nonostante ciò, il film evidenzia una (positiva) doppia faccia: può essere visto sia dagli atei e dai cattolici. Il vero miracolo che Scorsese fa è che lascerà profonde riflessioni su entrambi. Se i primi rimarranno basiti di fronte a contadini pronti anche a morire pur di non camminare su delle tavolette con la faccia di Cristo, i credenti probabilmente vedranno il lato estremo della forza della fede. A differenza di altre opere, "Silence" è meno diretto del solito, ma è particolarmente riflessivo. Va fatto decantare come un ottimo vino prima di essere gustato. Visivamente sembra essere uscito dalle mani di un pittore, offrendo pennellate d'autore. La scenografia è affidata al made in Italy di qualità dei soliti Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, gli attori sono piuttosto bravi.
Liam Neeson, dopo esser stato il mentore in Star Wars, Batman Begins, è ben coadiuvato dai giovani talenti Andrew Garfield e Adam Driver (mamma mia, quanto è brutto!) che sfoggiano tutto il loro talento al servizio del film. Al resto ci pensa il talento visionario del regista italo-americano che rimembra Ozu (lo aveva già fatto con piccoli espedienti in "Taxi Driver) e soprattutto Kurosawa. Non piacerà a tutti questo "Silence", ma nel grigiore dell'attuale cinema mainstream Scorsese rimane fedele alla sua idea rischiando molto. Partendo dall'ambiguo titolo: il silenzio è "l'ascolto" della propria spiritualità o la mancanza di dialogo tra Occidente e Oriente? Sicuramente c'è tutto questo, ma il messaggio più eclatante è che o è il mondo che non ci sente o siamo noi a non sentirlo. Tutto ciò va apprezzato. Questo si chiama saper fare vero cinema d'autore, rispettando attualità e contenuti.
Per questo Martin Scorsese è un maestro e va lasciato fare (anche se poteva ridurre la durata dell'opera). Basta vedere la "zampata" finale per rendersi conto della portata delle sue opere, comprese quelle "minori".

FRASE CULT: "in paraiso non ci sono sofferenze e non si paga le tasse"
TOP
- Scenografia, fotografia e regia d'autore
- I giovani Adam Driver e Andrew Garfield mostrano la loro stoffa, assieme al solito mentore Liam Neeson
- I temi trattati da Scorsese sono alti e attualissimi.
- La scena dell'incontro tra Ferreira e Rodrigues è tra i momenti politicamente più rilevanti del cinema dell'ultimo decennio
- L'assenza di musiche per mettere lo spettatore in sintonia con l'atmosfera del film
FLOP
- Coloro che si aspettano il solito Scorsese, rimarranno delusi
- Non è un film immediato e per tutti. E' un'opera che va lasciata decantare
- La lunghezza e la lentezza della narrazione potrebbero allontanare lo spettatore dalla sala

Ultima modifica il Venerdì, 13 Gennaio 2017 15:53
Tommaso Alvisi

Nato a Firenze nel maggio 1986, ma residente da sempre nel cuore delle colline del Chianti, a San Casciano. Proprietario di una cartoleria-edicola del mio paese dove vendo di tutto: da cd e dvd, giornali, articoli da regalo e quant'altro.

Da sempre attivo nel sociale e nel volontariato, sono un infaticabile stantuffo con tante passioni: dallo sport (basket, calcio e motori su tutti) alla politica, passando inderogabilmente per il rock e per il cinema. Non a caso, da 9 anni curo il Gruppo Cineforum Arci San Casciano, in un amalgamato gruppo di cinefili doc.

Da qualche anno curo la sezione cinematografica per Il Becco.

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