Martedì, 06 Gennaio 2015 00:00

Storia della resa della sinistra - Intervista a Giorgio Cremaschi

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1) La tua critica a ciò che è diventata la Cgil parte più dal passato che dal presente: ti rivolgi all’oggi ma cercando di capire da dove nascono i problemi. Uno dei nodi che emerge è il rapporto tra il principale sindacato italiano e il principale partito della sinistra, allora il PCI, oggi il PD (almeno a livello di percezione di diffusa). Il tuo parere sull’autonomia della Cgil, anche rispetto al passato e a come si è evoluta, o non evoluta?

Nel mio ultimo libro, Lavoratori come farfalle (clicca qui per la nostra recensione), ho parlato esplicitamente di collateralismo della Cgil rispetto al PD. Apparentemente hanno in qualche modo fatto sembrare che non ci fosse più un rapporto diretto come all’epoca del PCI degli anni ’60 e ’70. Come scelta di fondo c'è stata la svolta degli anni '80, che ha riguardato tutta la società italiana, con cui nasce il sindacato della concertazione anche in campo Cgil, nonostante sia un modello che appartiene più alla Cisl. Non si ritiene più necessario avere un referente politico come lo era il PCI ma ci si rivolte ai partiti come realtà di governo. Un tempo

l'unità del principale sindacato confederale era con un partito di opposizione e che cercava di cambiare le cose. Non a caso i problemi iniziano quando il PCI fa il compromesso storico e si avvicina al governo. Non dico che l'altro modello sia ignobile, ma sicuramente si tratta di un percorso diverso, che si fonda sull'idea di avere un ministro, un assessore, un parlamentare, un manager pubblico che in qualche modo ascoltino meglio il tuo punto di vista. Gli anni ’80 hanno cambiato tutto questo: alla tradizionale affinità politica con il partito della sinistra si è sommata la necessità di un rapporto con un partito di governo. Devo avere qualcuno che mi rappresenti o non conto niente. Questo traduce una totale sfiducia nell’idea che con il conflitto si possa cambiare di cose. Punto di fondo: nella Cgil è maturata un'idea diffusa nella parte prevalente della sua struttura: la lotta perde e quindi bisogna trovare altre vie. Che questo atteggiamento sia oggi maggioritario anche nel resto della società non giustifica la Cgil, che dovrebbe avere un ruolo di avanguardia. A conferma di questa analisi c'è quello che oggi rimprovera la Cgil al PD: non di fare scelte sbagliate ma di non ascoltarla. La cosa è assolutamente comprensibile, ma non giustificabile: in una crisi economica drammatica e di restaurazione di destra liberista, la dimensione del gruppo dirigente è rimasta quella della sinistra PD, come in passato. Poi non importa se quella parte politica ha dato il via allo smantellamento delle pensioni e dell'articolo 18, oltre ad aver aperto le porte ai patti europei. C’è una crisi del collateralismo perché non c’è niente di peggio di un sindacato concertativo che non ha più la concertazione.

2) Tra chi parla di necessità di superare il ‘900 e chi cita il ritorno dell’800 spesso si sente tirato in ballo il passato, mentre il presente si delinea con tinte fosche. Come credi che si possa affrontare la storia del movimento dei lavoratori (e quindi anche del movimento operaio) senza mitologie avulse dalla realtà?

Ci ho provato con il libro di cui ho parlato [vedi nota a pagina 10 (n.d.r.)] un piccolo bignamino sulla storia sindacale degli ultimi ’40 anni, cercando di spiegare come diavolo siamo arrivati fino a qui. Perché il punto è questo, la totale passività del sindacato, che non mette in discussione il presente con qualche manifestazione o qualche sciopero. Ci sarebbe la necessità di un cambiamento radicale di linea e, quindi, di uscire dalla concertazione. Naturalmente sarebbe una scelta da pagare a duro prezzo, ma è l’unica via di sopravvivenza e di vita: la voglia di lottare, di organizzarsi e di fare il sindacato in modo conflittuale. Occorre un cambiamento radicale nella cultura dei gruppi dirigenti. La sinistra in Italia è una di quelle messe peggio in Europa, anche se in tutto il continente ci sono forti difficoltà. Non è un caso, è evidente che ci sono stati errori culturali e scelte sbagliate. Continuo a pensare che la sinistra radicale si è suicidata con l’ultimo governo Prodi. Siamo ancora figli di quel disastro da cui è uscita una frantumazione e non voglia di riprendere. Ci vorrà tempo e ci saranno ancora scomposizioni prima di costruire un progetto di sinistra credibile in mezzo alla gente. In Italia la lista Tsipras c’era già, era la Rifondazione Comunista di Genova del 2001: se noi oggi guardiamo le varie forze che si sono aggregate alle elezioni del 2014 intorno a questa forza sinistra vediamo che erano tutte attorno al PRC del movimento no‐global. Secondo me non si è più superato il big bang causato degli errori del gruppo dirigente che sono seguiti. Per uscirne occorre un’analisi adeguata, oltre che la pratica e la pazienza (molto difficile in tempi di emergenza sociale). Credo che ci sia un termine che identifica il trasformismo culturale della sinistra italiana: postfordismo. Si tratta di una parola che non vuol dire niente, un termine ruffiano. Si tratta di un modo per dire che non ci sono più operai, senza avere il coraggio di essere espliciti. Potrebbe utilizzare questa categoria anche Renzi: raccoglie in sé l’oppportunismo migliorista e la cultura antioperaista, che attraverso il postfordismo ha fatto passare l’idea che non ci fosse più la lotta di classe, mentre i ricchi hanno continuato a farla.
Occorre lavorare senza alcun sentimento di nostalgia, anche se si tratta di un bellissimo sentimento, sapendo la ricerca culturale e politica di una parte dell’estrema sinistra ha portato alla subalternità rispetto al renzismo. La concertazione dell'area sindacale da una parte e l'ideologia postofordista di una parte della sinistra radicale dall'altra: per vie opposte si è arrivati ad alimentare la cultura del renzismo.

3) Tra le tue argomentazioni c'è anche il passaggio dell’unità nel conflitto, che può prevedere anche divisioni (e quindi scissioni) da superare poi nella quotidianità. Nella recente storia della sinistra italiana, e anche in quella sindacale, si è invece seguita la strada dell’unità ai vertici, per poi assistere a continue divisioni e scissioni, con piazze sempre meno numerose? Oltre che un problema nell’affrontare la storia da cui proviene la sinistra italiana, non credi ci sia anche un problema di saper imparare dai limiti dimostrati anche nel breve passato e quindi di sapersi vedere allo specchio? Questo potrebbe essere una causa o una conseguenza della mancanza di progettualità?

Non sono in grado di dire se sia nato prima l'uovo o la gallina. Un progetto è sempre frutto di esperienze. Certo ci vogliono alcune idee di fondo. Nel libro uso come esempio utile della storia del movimento operaio l’FLM degli anni ’70, che ho avuto la fortuna di vivere, in cui c’era un forte spazio per il sindacato dei consigli ma anche accordi di vertice. Ci vuole un equilibrio. L'idea che si fa tutto dall’alto e quella che si può fare tutto dal basso non portano da nessuna parte. Bisognerebbe riconoscere la realtà con un atto di verità e a partire dalla necessità di confrontarsi. In questo ambito non ci sono solo problemi strategici a complicare le cose, si aggiunge il ruolo dei ceti politici dei dirigenti (anche) dell’estrema sinistra, spesso insaccati nelle loro pratiche quotidiane. Lo capisco, è anche la crisi che produce questo fenomeno. Più il contesto ti isola e più chi rimane tende a vivere in una setta. Mi sembra di essere circondato ovunque da fenomeni di questo tipo. Nelle macerie ognuno si aggrappa alla sua cercando di non far salire nessuno. Però, francamente, bisogna trovare la strada per rompere questo meccanismo. Non ho una soluzione a tavolino, semplicemente ritengo che riconoscerne la necessità sarebbe già un passo avanti. Le forze politiche, sociali e culturali che si sentono effettivamente alternative al sistema politico, che ruota attorno al PD e alle complicità sindacali, dovrebbero riconoscere la necessità di percorsi comuni. É qualche anno che ci provo e i risultati non sono clamorosi. Siamo capaci di fare grandi manifestazioni, ma poi ci perdiamo un minuto dopo. Anzi, se l'appuntamento politico va particolarmente bene, succede che ogni piccolo gruppo dice che c’è spazio per crescere in autonomia. Non sono in grado di dire quali sono i meccanismi che innescano un fenomeno positivo, ma occorre partire dagli elementi positivi che ci sono nella nostra realtà. Lavoro perché succeda e il mio libro si chiude con un punto interrogativo su questo. Sono convinto che dalla resistenza stessa al progetto della Troika, da noi tradotto in ribollita toscana, sia in qualche modo un punto di partenza (così come gli scioperi della logistica e i No Tav). Per costruire un percorso alternativo però non si salta il momento in cui ci si ritrova tutti e si prova con un percorso di unità d’azione, senza cui non c’è altra unità. La verità è che ciò che è sempre saltata è l’unità d’azione, sia a livello istituzionale sia a livello delle lotte, tolti alcuni appuntamenti comuni tra loro isolati. Quindi serve una cultura dell’unità di azione, non l'unità delle organizzazioni fine a se stessa.

Ultima modifica il Lunedì, 29 Gennaio 2018 12:30
Beccai

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