Sabato, 05 Novembre 2016 00:00

La variante populista di Carlo Formenti

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Il capitalismo è riuscito a trasformarci nei migliori sfruttatori di noi stessi? La sinistra europea è oggi incapace di proporre un’alternativa allo stato di cose presenti? 

Una risposta affermativa a queste domande può essere trovata nell’ultimo libro di Carlo Formenti, La variante populista (edizione DeriveApprodi), pubblicato nel mese di ottobre del 2016. Il testo non risponde ad un particolare fatto di cronaca, né è destinato al facile ed immediato consumo. La composizione per saggi (quattro capitoli suddivisi per paragrafi) ed il ricco apparato di note permettono di ritornare agevolmente su quanto scritto dall’autore, anche senza fare particolare attenzione all’interessante bibliografia. 

Per i lettori più giovani, o meno formati, alcuni riferimenti all’operaismo potrebbero richiedere alcuni approfondimenti, senza impedire un’immediata comprensione del senso generale dell’opera, soprattutto alla luce di un dibattito che Il Becco ha avuto modo di seguire, almeno in parte, scrivendo dei due libri precedenti dello stesso Formenti (Utopie Letali e Magia bianca magia nera), oltre a due testi di una collana da lui curata (Lavoratori come farfalle di Giorgio Cremaschi e Rosso di sera di Fausto Bertinotti).

Rifiutando la categoria politica del tradimento, nel libro si indaga l’irrilevanza politica della tradizione marxista occidentale (e di una larga parte dell’area antagonista). L’inadeguatezza dei gruppi dirigenti contemporanei può essere misurata nelle reazioni scomposte di una consistente parte di chi si ritiene di sinistra nel momento in cui vengono pronunciate alcune parole: sovranità, populismo, antieuropeismo.

Ogni semplificazione è bandita nell’argomentazione a favore della “variante populista”, così si spiega l’articolazione di un impianto teso a ricostruire aspetti diversi di un’unica realtà: la finanziarizzazione dell’economia, indissolubilmente collegata allo sviluppo delle nuove tecnologie (a partire da internet), lo sviluppo di sistemi di sfruttamento a rete e a dimensione individuale, il fallimento del progetto socialdemocratico, la crisi della democrazia rappresentativa. 

Alcuni passaggi garantiranno interessanti dibattiti per i prossimi mesi (od anni), a partire dalle critiche ai diversi movimenti conosciuti in occidente, rispetto alla mancanza di una visione di insieme. Chi si concentra sui diritti individuali, ancora prima che civili, trascurando la dimensione collettiva (ed i diritti sociali), è destinato ad essere inglobato dal sistema capitalista. L’esempio dell’equo e solidale, diventato ambito di profitto per la grande distribuzione (così come è accaduto per il biologico) è impietoso rispetto a chi ha vissuto l’illusione no global di un processo di internazionalizzazione basato su principi diversi dallo sfruttamento, ma interni alle logiche di mercato. A qualche anno di distanza si è dimostrato vano affrontare la questione dei cambiamenti climatici senza ragionare del conflitto capitale-ambiente, tralasciando ogni riflessione sul sistema economico e produttivo. Formenti non risparmia oggettive considerazioni sui risultati ottenuti nel recente passato, ma chiunque si offendesse dimostrerebbe di non aver compreso il senso delle argomentazioni: tra del caffè delle multinazionali e quello dell’EZLN è preferibile scegliere il secondo, purché non ci illuda di compiere un gesto rivoluzionario, funzionale al cambiamento del mondo. 

Riferendosi al ’68, Formenti riporta come solo la "critica artistica" sia sopravvissuta ai mutamenti storici, mentre è scomparsa quella "sociale".

“L’impresa taylorista trattava gli uomini come macchine, strumenti di cui era possibile ignorare affetti, emozioni e sentimenti, la nuova impresa si propone di entrare a fondo nell’interiorità dei soggetti e di mobilitarne tutte le risorse personali e caratteriali” (p.88). Tra i testi di riferimento in questo passaggio c’è Il nuovo spirito del capitalismo di Luc Boltanski ed Ève Chiapello, di cui Alessandro Zabban ha già scritto anche sul sito de Il Becco: “oggi l’individuo è incoraggiato a assumere atteggiamenti imprenditoriali e consumistici in ogni suo momento dell’esistenza”. Si è accettato di abolire ogni verticalità, purché l’orizzontalità fosse vissuta come una condizione di continua disponibilità a stare sul mercato. La sinistra si è illusa di aver conquistato spazi all’interno delle contraddizioni del capitale, senza rendersi conto di come era invece stata sussunta in modo organico ai nuovi metodi di sfruttamento. “Nessun movimento sociale […] è in grado di sottrarsi alla trasformazione in fattore di sviluppo capitalistico” (p.104).

Viene esplicitamente rifiutata anche ogni forma di riduzione dell’analisi della società ad elementi economici. La necessità di tornare ad essere adeguati al presente passa da “un pensiero volto a recuperare la dimensione della totalità, dell’unitarietà della realtà” (Alessandro Barile, su carmillaonline.com).

Occorre abbandonare l’idea di una totalità univocamente onnicomprensiva, affermatasi in seguito alla caduta del Muro di Berlino. Questa è la narrazione auspicata da larga parte della società occidentale, il cui benessere è stato a lungo possibile grazie allo sfruttamenti di altre parti del mondo. Esiste un “fuori” rispetto al capitalismo, riscontrabile senza difficoltà nei movimenti indigeni dell’America Latina, o nella classe operaia cinese. Anziché illudersi di poter ripartire dal ceto medio impoverito, o semplicemente in crisi, gli eredi del marxismo (o chi aspira ad esserlo) dovrebbe invece partire da chi è “fuori” dal sistema, o da chi vive ai margini (i migranti, i giovani precari, l’eterogeneo e sempre più consistente settore del terziario arretrato). Recuperando efficacemente (e criticamente) una distinzione di Aldo Bonomi, Formenti ci ricorda come spesso gli antagonisti istituzionali preferiscano approcciarsi a distanza con i “settori dell’odio”. Così si spiega l’emergere del nazionalismo xenofobo, a cui pochi sono stati in grado di dare risposte adeguate. Podemos e Sanders, in forme diverse, hanno saputo recuperare un’idea di nazione diversa da quella del Front National o della Lega Nord, basata su impostazioni inclusive e giustizia sociale. 

Formenti non rifiuta il riconoscimento del terreno comune ai populismi di destra e di sinistra, evidenziando come per questo sia necessario abbandonare definitivamente i pregiudizi europeisti propri di larga parte degli eredi del movimento marxista occidentale. Ci vuole “realismo politico” e capacità di agire fuori dal contesto dettato dall’avversario di classe. In questo si registrano i limiti anche del populismo spagnolo già citato e di Sanders: la possibilità di riformare il sistema, anziché di sostituirlo, discrimina tra un destino di fallimento e la possibilità di ottenere un cambiamento.

La variante populista propone una lettura del conflitto diffuso a livello globale come uno scontro tra lo spazio dei flussi e quelli dei luoghi. Da una parte l’immateriale mondo degli algoritmi, della finanza, dei tempi inumani, dall’altro le necessità materiali degli sfruttati, di chi paga il conto per una società in cui ormai quasi tutto è merce. 

Il territorio diventa il punto di partenza per riavviare un conflitto di classe dal basso, a partire dal valorizzare l’autonomia delle comunità, rifiutando di censurare come arcaiche le diverse forme di resistenza al “progresso” (il movimento No Tav è l’imprescindibile riferimento rispetto a questo aspetto della discussione). 

La globalizzazione non è un processo irreversibile, come l’Unione Europea: o si accetta di considerarli come categorie dell’avversario, o ci si perderà nell’illusione di potervi agire all’interno. L’uomo nuovo che sarebbe dovuto nascere con il socialismo è solo fugacemente apparso nel Novecento, Formenti torna a indicarne la necessità.

L’esempio del MAS di Morales, come partito federato di soggetti organizzati, è un esempio concreto a cui ispirarsi, secondo l’autore.

La democrazia rappresentativa è un feticcio liberale, funzionale all’attuale dominio del capitale: in America Latina si è rotto il tabù, indagando le forme di una possibile democrazia diretta (come ha argomentato un’ambasciatrice venezuelana in un incontro riportato nel libro, in nota, a pp. 228-229). 

Molti degli argomenti de La variante populista meriterebbero una lunga discussione ed un dibattito articolato. Sarà una strada che tenteremo di praticare anche sulle pagine de Il Becco. Magari a partire da una delle domande principali: in una società in cui si accetta di sacrificare la propria privacy, assieme ai propri diritti, per le “promesse” e le “comodità” garantite dalla rete, come si costruisce un impianto che convinca l’uomo a non essere imprenditore di se stesso ma parte di una classe?

Il libro sarà presentato alla Camera del Lavoro di Firenze (Borgo dei Greci 3) sabato 5 novembre, dalle ore 18.00, con l'autore, Paolo Ferrero (Segretario nazionale Rifondazione Comunista), Annalisa Tonarelli (docente dell’Università di Firenze), Barbara Orlandi (Segreteria CGIL di Firenze).

Ultima modifica il Sabato, 05 Novembre 2016 00:00
Dmitrij Palagi

Nato nel 1988 in Unione Sovietica, subito prima della caduta del Muro. Iscritto a Rifondazione dal 2006, subito prima della sconfitta de "la Sinistra l'Arcobaleno". Laureato in filosofia, un dottorato in corso di Studi Storici, una collaborazione attiva con la storica rivista dei macchinisti "ancora IN MARCIA".

«Vivere in un mondo senza evasione possibile dove non restava che battersi per una evasione impossibile» (Victor Serge)

 

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