Di nuovo il cinema francese si occupa della realtà, di persone e fatti reali. È facile riconoscersi nel nuovo film di Stephane Brizé che, dopo "La legge del mercato" (vedi qui), torna a ruggire con un'opera di denuncia. Nuda e cruda.
“L’idea di partenza è nata quando ho visto in tv le immagini dei dirigenti Air France a cui un manipolo di dipendenti furiosi ha strappato le camicie. Lì per lì ho provato un sentimento di umana empatia nei confronti di quei dirigenti, poi mi sono chiesto che cosa avesse potuto spingere le persone ad una reazione così rabbiosa, così violenta. Perché un’azienda, pur in profitto, chiude i battenti? E con questo film ho voluto creare l’immagine mancante che spesso non viene mostrata dagli eventi che vengono trasmessi in tv”. Lo ha detto il regista Brizé a Roma al "Nuovo Sacher" dove, insieme all'attore feticcio Vincent Lindon e al padrone di casa Nanni Moretti, ha presentato il suo ultimo film.
Complimenti ancora una volta ad Academy Two, distributore indipendente che porta in Italia le migliori pellicole d'attualità provenienti dai maggiori Festival cinematografici d'Europa (questo proviene dall'ultimo Cannes). “Il bello della finzione offerta dal cinema – spiega bene Brizé – è che permette di arrivare laddove il giornalismo non può accedere, ovvero in ciò che non si vede". Come di recente ha fatto anche Michael Moore (vedi qui).
Per farlo Brizé, ancora una volta, si è affidato al carisma di Vincent Lindon (nella versione italiana doppiato da Francesco Pannofino, già voce di George Clooney e Denzel Washington). Il grande attore nel 2014, proprio con "La legge del mercato", vinse il premio come miglior attore protagonista a Cannes affrontando il tema della disoccupazione della "mezza età". Tra il 2014 e oggi ci sono stati anche il bellissimo "Due giorni, una notte" dei fratelli Dardenne (vedi qui) e la Palma D'Oro "Io, Daniel Blake" di Ken Loach (vedi qui) che hanno detto la loro sul tema della disoccupazione in Europa in tempi di delocalizzazione.
Questa volta siamo in una depressa cittadina della Francia di provincia, all'interno dell'industria automobilistica Perrin (noi con la Fiat ne sappiamo qualcosa sul tema). I proprietari sono tedeschi . E non è un caso. Ancora una volta il conflitto franco-tedesco riemerge dopo la guerra franco-prussiana del 1871 e il conseguente revanscismo che portò alla Prima Guerra Mondiale e poi al nazismo. La storia è parzialmente reale: infatti prende spunto da quella di Xavier Mathieu, leader sindacale della Continental. C'è un clima di guerra, sembra di essere in una trincea stile Prima Guerra Mondiale. Non è un caso: come 100 anni fa, sull'Europa (e non solo) soffiano venti bellici. Un gruppo di operai decide di scioperare contro la decisione di chiudere la fabbrica. In questo caso dalla Francia si va in Romania, dove i costi della manodopera sono nettamente inferiori. Il fenomeno si chiama delocalizzazione, un termine non nuovo che, unito all'avidità, compone un quadro preoccupante. Ma gli scioperanti sono tantissimi: 1100 lavoratori, oltre 4000 considerando l'indotto. Le istituzioni e i vertici dell'azienda non gli danno modo di essere ascoltati. Gli operai vengono descritti da Brizè come dei soldati che marciano e lottano per l'assegno che li spetta alla fine di ogni mese. Non viene descritta la loro vita privata, ma solo quella della battaglia. Al tempo libero degli operai oggi non frega niente a nessuno. Ma la guerra purtroppo crea morti. Perché la Perrin, in realtà, produce sempre più utili: 17 milioni di euro di attivo! Alla faccia della crisi! Ma allora cosa c'è dietro? Ridurre al minimo i costi e fare più soldi. Anche perché l'azienda aveva firmato un patto con gli operai che garantiva loro il posto di lavoro per almeno altri 5 anni. In cambio la controparte rinunciava a 5 ore di paga e alcuni bonus. L'azienda, da questo accordo, intasca così la bellezza di altri 14 milioni di euro! "Quanto vogliono arricchirsi ancora?" - chiedono spazientiti gli operai. "E' il capitalismo, bellezza!" - viene da chiedersi giocando con il titolo di un vecchio film. Brizé sceglie ancora una volta di mostrare tutta la sua militanza, legittimando di fatto la rabbia della classe operaia. "Due sono i grandi problemi del mondo di oggi, intorno ai quali tutto ruota: ci sono troppe persone che vivono in questo pianeta e la disuguaglianza nella ripartizione della ricchezza”. Temi non nuovi, ma di grandissima attualità.
Le aziende si difendono dicendo che in un mondo globalizzato a farla da padrone sono i numeri. I mercati determinano la chiusura delle fabbriche, l'abbassamento dei salari. In parole povere ecco la differenza fra economia reale e virtuale evidenziata da una frase del film: "voi (i vertici dell'azienda) siete in coperta, noi (gli operai) siamo sotto con i ratti e la merda". Il regista non prende in giro lo spettatore, ma vuole che sia vigile e dica la sua opinione liberamente. La macchina da presa è incollata ai personaggi in maniera asciutta. Se nel film precedente mostrava il fenomeno della precarietà a 50 anni in maniera realistica, stavolta ci fa capire cosa significa stare orgogliosamente da una parte della barricata. Ci descrive in maniera perfetta il termine "guerra tra poveri". La società odierna, che introduce il singolo individuo a sentirsi nemico di tutti gli altri, genera in tal modo una guerra sociale di tutti contro tutti che in taluni, specialmente se incolti, finisce inevitabilmente per assumere una forma brutale. Così Friedrich Engels (che era un industriale) nel 1845 descriveva un fenomeno che anche oggi si manifesta in tutta la sua assurdità. Facciamo alcuni esempi: i lavoratori precari che accusano i lavoratori a tempo indeterminato di essere dei privilegiati, i lavoratori privati che accusano i lavoratori del pubblico di essere dei privilegiati, i lavoratori italiani che accusano gli extracomunitari che gli rubano il lavoro. In realtà questi atteggiamenti sono alimentati dai politici per dividere le persone. La cultura politica del "Dividi e Impera" è sempre attuale. Il finale del film V per vendetta (vedi qui) è un esempio di quello che potrebbe succedere se le persone si unissero alla causa senza litigare.
Il film mostra tutto questo, senza fronzoli e filtri di sorta. Tuttavia in Francia non sono come in Italia (un esempio recente lo trovate qui). Gli incassi parlano di oltre 2 milioni di euro di incasso. Il problema è sentito, evidentemente. Lo so molti italiani giudicheranno questo film idealistico, di parte, ma non lo è affatto. I transalpini hanno sindacati sono molto più influenti, gli scioperi sono frequenti e le battaglie spesso sono lunghe ed estenuanti.
Gli operai esistono ancora, nonostante nessuno si voglia accorgere di loro. Manca totalmente in Europa una Sinistra capace di assecondare i loro bisogni. La politica non è più presente nelle fabbriche (conosco quello che dico, ahimè). Gli operai chiedono soltanto di rispettare i patti esistenti, ma credono più ai rappresentanti dei sindacati e della politica che, in teoria, li dovrebbero difendere. Ricomporre i cocci sarà molto duro. Il finale del film forse a qualcuno sembrerà estremo, ma purtroppo non è così sbagliato: alla Sinistra per vincere serve qualcosa di folle, eclatante e di estremo. La demagogia, la retorica della crisi hanno allontanato le persone dalla politica, ovvero la più elevata arte della società civile. Il film dimostra che la lotta di classe ha senso anche ai giorni nostri. Se questa definizione non vi sembra giusta, è perché le persone non seguono più, non si interessano più alla politica.
«Il problema non è tanto il lavoro, quanto la mancanza di lavoro – spiega Brizé al Sole 24 Ore. Nella nostra società ci distinguiamo per il nostro impiego. Nel momento in cui ne veniamo privati veniamo spogliati anche del nostro ruolo sociale. Allora il mondo comincia a subire inevitabilmente una serie di disfunzioni. È responsabilità e compito di un regista diventare portavoce di un sentire e di una sofferenza psicologica collettiva».
Pochi vedranno questo film, molti lo giudicheranno anacronistico. In realtà invece è moderno, attualissimo.
Un'opera splendida e serrata dal ritmo sostenuto, che non dà fiato allo spettatore, che emoziona e prova a trasmettere la voglia di combattere. La sceneggiatura poggia su basi solide, è precisa ed estremamente aderente alla situazione reale. L'uso di tre macchine da presa è stato possibile per creare i meccanismi della trattativa attraverso tre punti di vista diversi. Un'operazione che non può che richiamare alla mente "Rashomon" di Akira Kurosawa (1950). Ma il film dice molto di più. Ci dice quanto arricchisce il confronto e il dialogo tra le parti. Insomma un viaggio ruvido, sporco su una strada difficile, piena di insidie e di montagne russe su cui primeggia il talento di Vincent Lindon, che ancora una volta mostra il suo incredibile talento (ed attaccamento al suo lavoro) anche in mezzo a una miriade di attori non professionisti.
Un tempo in Italia avevamo il neorealismo. La gente al cinema ci andava perchè la settima arte aderiva alla realtà. I francesi lo hanno capito e non hanno paura di sporcarsi, di parlare al pubblico e ad investire in prodotti di qualità. Possibilmente contemporanei. Sarà per questo che stiamo perdendo pezzi? Sarà per questo che al cinema gli italiani non ci vanno?
Regia **** Fotografia ***1/2 Interpretazioni **** Sceneggiatura ****
Montaggio ***1/2
Fonti principali: Comingsoon, Cinematografo, Il Fatto Quotidiano, Film Tv, Sole 24 Ore
IN GUERRA ****1/2titolo originale: En guerre
(Francia 2018)
Genere: Drammatico
Regia: Stephane Brizé
Cast: Vincent Lindon, Melanie Rover, David Rey
Fotografia: Eric umont
Sceneggiatura: Oliver Gorce, Stephane Brizé
Durata: 1h e 53 minuti
Distribuzione italiana: Academy Two
(26 sale in tutta Italia, tra cui lo "Spazio Alfieri" a Firenze)
Uscita: 15 Novembre 2018
In concorso al Festival di Cannes 2018
Trailer qui
La frase cult: "O mantenete la parola e noi torniamo a lavoro, oppure non la mantenete e noi continuiamo a bloccare la produzione".