Venerdì, 31 Ottobre 2014 00:00

Dagli indignati a Podemos: le prospettive di una vittoria

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Di Daniel López Gómez

Introduzione e traduzione di Alessandro Zabban 

Con un’analisi sarcastica dai tratti amari, Dani, giovane attivista nell’ambito della sinistra madrilena,  descrive gli anni della crisi economica in Spagna, vissuta in prima persona. Una crisi che è anche politica e che si è tradotta nell’incapacità della sinistra tradizionale di dare risposte convincenti alle esigenze di una società profondamente sofferente, ma anche nei profondi limiti  degli Indignados di convertire in azioni politiche feconde il malcontento generalizzato. È in questo frangente che Podemos, secondo Dani, si propone come una piattaforma che  pur all’interno di coordinate politiche nuove, accetta in maniera pragmatica e razionale quei canali e quelle regole istituzionali che le possano permettere di diventare un’alternativa credibile allo status quo.

Podemos è nata dal niente nel Gennaio del 2014. Non era né la coalizione di partiti politici già esistenti né un fronte popolare. Era solo un nome e una nota programmatica: “trasformare l’indignazione in cambiamento politico”. Come fare? Come sostituire depressione, frustrazione e speranze infrante con categorie e concetti  politici e con mosse strategiche? 

Trentanove partiti hanno concorso alle elezioni europee in Spagna e la vittoria è sempre stata una lotta a due. Senza particolare appeal, Podemos era solo un altro nome fra i tanti, una lista di sessanta candidati pressoché sconosciuti, un altro messaggio più o meno radicale, più o meno retorico, apparentemente senza chance. 

In democrazia, le opzioni non sono mai mancate: PT; MCR; PSH; P-LIB, microscopici partiti morti e risorti, tutti pronti a dividersi l’1% dei suffragi, ma con nuove bandiere, nuove pagine web. Divisioni, storielle insulse di acronimi,  di  pseudo leader, di ortodossie e di revisionismi. Il tipico ottimismo rivoluzionario proprio di partiti con 50 militanti, gli amari risentimenti senza seguito. E ancora: pure teorie aporetiche senza compromessi con la realtà, il conservatorismo di gruppi chiusi, degli “impegnati” che nessun dato empirico può portarli a cambiare. Ma intanto la sconfitta era sempre lì, come un fatto chiaro e quotidiano.

La sinistra spagnola ha però tenuto alto il morale dei suoi militanti grazie a un fenomeno relativamente nuovo nella sua storia: i movimenti sociali. Un confuso e ibrido significato per qualsiasi cosa che si muove e protesta e che si presenta come sostitutiva di una classe operaia ferita.

Ci sono istituzioni, apparati politici e media. Al loro opposto c’è la piazza, i manifestanti e gli attivisti. Così la vecchia battaglia persa è stata vinta da un'altra, con una nuova piazza, slogan e un ministro come bersaglio dei risentimenti. La guerra, la scuola pubblica, gli ospedali, l’energia nucleare, i treni ad alta velocità. Un argomento veniva cancellato e quello successivo era già pronto. Un’attenzione agli aspetti più teorici e organizzativi dell’attivismo non era necessario, la piazza si stava guadagnando da sola la sua indipendenza e la sua irrilevanza. La gente entra ed esce dai movimenti sociali a seconda dei propri impegni, umori, questioni sentimentali. Una lunga storia nella quale i traditori non possono neppure esser chiamati tali perché non c’è proprio niente da tradire, niente è realmente importante.

Centinaia di volte ci siamo aspettati di rompere con euforia le catene, con momenti di fratellanza e sorellanza collettive, cercando di attrarre coloro che se ne restavano immobili. Stare con gli altri. Solo con speranza e desiderio. Ci siamo aspettati di distruggere le leggi economiche, ci siamo convinti che l’oligarchia se ne sarebbe andata, che la polizia si fosse unita a noi. Ma niente.

Il cosiddetto movimento degli indignati ha radunato spontaneamente folle mai viste nelle piazze di tutte le città spagnole. Hanno resistito per mesi, le assemblee cittadine erano enormi e il compromesso fu assoluto per molti e futile per tutti: le elezioni furono vinte dai conservatori e dopo l’estate di mobilitazioni, siamo tutti tornati alla nostra disoccupazione, a Londra, ai call centers, alle leggi del libero mercato e alle macerie del welfare.

Il fiasco fu immenso ma non sterile. Per una volta, l’autorevolezza del regime fu messa seriamente in discussione. Certo, l’idea che le persone dal basso potessero arrivare a delegittimizzare il sistema di potere esistente era finzione. L’utopia cronica del movimento risiede nel misticismo del concetto senza la sua concreta realizzazione: politica senza politici, democrazia senza istituzioni e, forse la più controversa, cambiamento senza conflitto.

La risposta delle autorità a qualsiasi protesta è stata modulata in questi termini: “la democrazia non è costruire accampamenti in piazza e radunare masse di persone di fronte ai palazzi governativi, dovete organizzarvi, articolare le vostre domande a poi vedremo”. 

E così è stato fatto. La macchia era più ampia di quanto ci si potesse aspettare. Dalla notte alla mattina, fu messa in piedi una precaria organizzazione consistente in un paio di migliaia di persone, hanno cominciato a fare riunioni e assemblee con microfoni rotti, tutta le gente seduta sul pavimento, senza quasi nemmeno i soldi per i poster, per i volantini.

Facciamolo, facciamolo a modo loro, preserviamo il loro modello istituzionale, copiamo i loro canali, le loro regole ma ruotiamo i quadrilatero politico, la scacchiera in una guerra di posizioni variabili. Né la metafora politica né la mappa ( centro-destra, centro, radicali…) ha un senso perché c’è la possibilità di ridefinire posizioni e appartenenze, di ridare un nome a una realtà sistematicamente bloccata dallo status quo e di permettere di riempire il centro di gravità.

Questo messaggio clandestino ha raggiunto solo una parte della popolazione, mentre l’agenda ufficiale seguiva il suo percorso che portava ai due candidati ufficiali e alle loro riserve di voti.

Il 26 Maggio Podemos era la quarta forza del Paese con 1,253.837 voti. A migliaia si sono riuniti nelle piazze di Madrid aspettando il discorso dei suoi leader. Sono apparsi con facce serie e hanno detto ciò che nessuno si aspettava: “abbiamo perso le elezioni”. “Noi concorriamo per vincere, non vogliamo essere una mera forza di rappresentanza”.

Quella è stata la prima volta che abbiamo compreso il significato di vittoria, è stata la prima volta che abbiamo capito di aver perso. Non possiamo aspettare. La crisi in quanto tale è il nostro tempo, la nostra generazione, le nostre morti ed esistenze, non può essere un errore, uno stato permanente di eccezione. Per molti le opportunità non arriveranno mai, per molti la famiglia è già a pezzi, il nostro prezzo è stato troppo basso. Sfruttamento qua e ora, lo Stato saccheggiato qua e ora, persone originali e talentuose, chiuse nelle loro stanze e nei loro profili che riscoprono di nuovo il materiale della politica, il collettivo, il trascendente dal te e del me dalle persone. L’hanno chiamato populismo.

Per molti anni ci siamo comportati come se la politica fosse qualcos’altro, proteste universitarie, teatro, cultura sociale. E come se fossimo stati qualcosa di diverso e non invece lavoratori, cittadini, non il cuore dei profitti delle multinazionali né il cuore dello Stato.

Le cose non erano necessarie ma sono capitate. L’evento che apre una fessura profonda ma stretta. L’incontro non era immancabile ma ci siamo incontrati. Il campo è aperto.

Ultima modifica il Giovedì, 30 Ottobre 2014 22:01
Daniel López Gómez

Sono nato a Madrid nel 1989. Laureato in Cinema Studies e studente di Filosofia, sono un militante del mercato del lavoro e un attivista di Podemos.

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