Lunedì, 21 Aprile 2014 00:00

Non solo euro, D'Alema verso le europee

Scritto da
Vota questo articolo
(8 Voti)

«L’origine più profonda della crisi» che Europa e Italia stanno attraversando «è politica». Non sono le astratte regole dell’economia che ci hanno portato in una fase di grande difficoltà, ma scelte sbagliate (o mancate scelte).

«Il lavoro ha perso terreno nei confronti del capitale, per via del profondo indebolimento delle politiche salariali e dell’occupazione». È mancata una visione che sapesse proporre investimenti pubblici e puntasse sulla domanda interna, tanto che i timidi segnali di ripresa sono quasi del tutto legati a un aumento delle esportazioni, che sono oggi l’unica vera garanzia per la Germania di uno stato di relativo benessere, rispetto agli altri paesi. Con il progressivo superamento degli stati nazionali, l’Unione Europea ha sottovalutato il ruolo dell’intervento pubblico finalizzato ad una «crescita equa, sostenibile e durevole». Non si è portato avanti in modo sistematico una campagna per la stabilità dei prezzi, la sostenibilità dello sviluppo, il contrasto alla disoccupazione. 

Così è finita che «tecnocrazia e populismo sono diventati le due facce della crisi democratica dell’Europa».

«Sotto il peso di un’egemonia culturale neoliberista e di un predominio politico conservatore», a partire dalle liberalizzazioni degli anni ’80, facendo riferimento ai paesi che condividevano una fase di capitalismo avanzato, si è avviato un processo che ha portato il vecchio continente alla condizione attuale. Tanto che l’Unione Europea è passata dal dovere essere un modello per gli stati che ne facevano parte, a rappresentare  «un vincolo e, quindi, un problema».

I problemi si stanno facendo sempre più urgenti, infatti «siamo già andati oltre il livello di sostenibilità sociale».

Chiedere «più Europa» in vista delle imminenti elezioni europee (25 maggio 2014) è controproducente, perché non riesce a dare il senso di una necessaria battaglia di radicale cambiamento.

Il debito deve essere mutualizzato, le banche commerciali e quelle di investimento devono essere separate (come prevede anche l’accordo della grande coalizione tedesca, di cui fanno parte anche i socialdemocratici dell’Spd), l’Unione Europea deve prevedere forme di investimento pubblico significative (per quantità e qualità), guardando al progetto del Youth Guarantee, finalizzato a contrastare la disoccupazione giovanile e che farà arrivare all’Italia diversi milioni.

Dobbiamo tornare a crescere, aumentando quindi il consumo interno e facendo ripartire quello sviluppo attento all’equità, alla solidarietà e alla sostenibilità che è mancato in questi ultimi decenni.

Per tutto questo serve «una grande forza progressista» che restituisca «ai cittadini l’orgoglio del nostro patrimonio di civiltà e la possibilità di guardare al futuro con speranza». Orgoglio e consapevolezza. Queste le parole chiave in cui segnare una discontinuità rispetto al passato e scavare la differenza rispetto a conservatori e destre di varia natura. Perché la politica deve essere «scelta fra progetti alternativi».

Questo è il messaggio politico dell’ultimo libro di Massimo D’Alema, «Non solo euro» (Rubettino, 2014). Una pubblicazione che gira nelle librerie a ridosso di una scadenza elettorale europea, negli stessi mesi in cui una delle figure storiche dei Democratici di Sinistra si ritrova collocato all’opposizione dentro al suo Partito Democratico (a guida Renzi). Comprendendo la strumentalità (legittima ed opportuna) di quanto viene rivendicato, si può perdonare l’assenza di analisi più approfondite, ma qualche sorriso non si può trattenere nel corso della lettura, pensando alle evidenti contraddizioni su cui si sorvola con innegabile eleganza.

D’Alema ha delle qualità e dei difetti, ma è tra i pochi protagonisti politici che vengono amati od odiati con forza per degli elementi che da alcuni sono ritenuti qualità, mentre da altri vengono ritenuti difetti (se non “colpe”). Al di là dei moralismi e della simpatia per un protagonista della Seconda Repubblica, «Non solo euro» rappresenta un’utile ed agevole lettura (nemmeno 130 pagine, compresi i contributi in appendice). Misura la distanza tra ciò che vorrebbe l’ultimo gruppo dirigente comunista che sognava di diventare socialdemocratico e la realtà, nel 2014 (oltre a spiegare in modo efficace la differenza progettuale tra una corrente storica della sinistra italiana e la resistibile ma inarrestabile ascesa di Renzi).

Se nel testo non fosse rivendicata l’era del centrosinistra occidentale, non ci sarebbe molto su cui polemizzare. Si può ritenere praticabile o non realizzabile la prospettiva auspicata da D’Alema, ma sul futuro non si possono esprimere giudizi. 

La superficialità con cui l’autore passa su Clinton e sui governi europei di centrosinistra degli anni ’90 è invece fastidiosa per chi non ha un approccio superficiale alla politica. 

In Italia, ad esempio, le responsabilità negative sono tutte del centrodestra di Berlusconi, mentre le scelte di Amato e Ciampi sono pagine da rivendicare senza dubbi e in un paio di righe.

Sulla politica estera si consuma in modo esemplare una contraddizione che non risolvendosi in modo positivo, mancando completamente di dialettica, pare ergersi a monumento della sconfitta della socialdemocrazia contemporanea (che non qualifica di per sé in modo positivo la sinistra radicale, che in questi decenni non ha saputo porsi come valida alternativa e timidamente oggi si affaccia in tutto il vecchio continente).

D’Alema rivendica la necessità di un’«evoluzione del sistema internazionale in senso multipolare», da gestire in modo multilaterale, superando definitivamente il ruolo della Nato (ma senza scioglierla, semplicemente riqualificandola). Occorre lavorare per una  «difesa europea comune» che sappia affermare il valore universale della democrazia «senza anacronistici paternalismi di stampo postcoloniale o intollerabili rivendicazioni egemoniche». Rivolgendosi verso il Mediterraneo con la stessa forza con cui si è rivolta verso l’Est, l’Unione Europea deve essere in grado di riconoscere l’Islam politico, separandolo da quello fondamentalista e intollerante, accettando che quella democrazia da affermare può esprimersi in forme diverse a seconda dei contesti locali e che vanno rispettati gli interessi di diverse parti in campo. D’Alema rivendica anche di essere tra i pochi ad aver costantemente criticato l’atteggiamento del governo di Israele e di aver «sempre guardato alla questione palestinese con comprensione». Poi però si passa a definire inaccettabile il ruolo della Russia sulla questione Ucraina (mentre su quella siriana non ci si esprime, ritenendola evidentemente “più legittima”), a rivendicare il TTIP (una sorta di Nato del commercio di cui abbiamo già scritto su Il Becco, qui) e, con la solita noncuranza, a ricordare in modo positivo il ruolo dell’Italia nel bombardamento dei balcani.

Manca quindi una seria analisi di quanto le azioni dei «progressisti più convinti» abbiamo favorito l'attuale situazione di crisi.

Guardiamo però al futuro, non chiudiamoci nelle accuse reciproche e nelle divisioni della solita sinistra, che deve invece unirsi in alternativa alle destre. Quindi qualche domanda.

Se destra e sinistra devono definirsi nuovamente in un progetto di alternanza, come farà ad essere reale l’alternativa in un comune impegno che eviti tecnocrazia e populismo? Se la sinistra radicale viene assimilata al fronte dei populisti, se l’Europa non può neanche essere discussa (cosa diversa dal rifiutarla), la prima differenza deve essere segnata tra un pezzo sempre più consistente di elettorato e chi vota le forze popolari o socialdemocratiche. I margini di azione paiono essere ridotti, soprattutto in un Partito Democratico tanto diverso da quello auspicato da D’Alema (che quindi si ritrova in minoranza all’interno del suo partito, quindi in minoranza assoluta rispetto al tessuto sociale e all’elettorato, passivo e attivo). Comunque per quanto minoritaria sia la battaglia che pare voler condurre D’Alema, questo rappresenta un argomento critico debole.

La vera questione, che riguarda anche la sinistra radicale, è legata ad aspetti meno immediati e poco adatti alla propaganda elettorale: per tornare a crescere, senza l’esportazione come settore principale, occorre definire un nuovo sistema produttivo? Cosa produrre, come, per chi? Di età pensionabile e quantità di ore di lavoro non c’è accenno nel libro. La risposta pare che sia: investiamo di nuovo, così ci sarà maggiore produzione e, con maggiori salari e maggiore occupazione, aumenteranno anche i consumi.

Una ricetta che neanche in passato ha funzionato in modo così automatico. Una risposta vecchia, un po’ scolorita.

Immagine tratta liberamente www.lasinistraquotidiana.it

Ultima modifica il Domenica, 20 Aprile 2014 23:16
Dmitrij Palagi

Nato nel 1988 in Unione Sovietica, subito prima della caduta del Muro. Iscritto a Rifondazione dal 2006, subito prima della sconfitta de "la Sinistra l'Arcobaleno". Laureato in filosofia, un dottorato in corso di Studi Storici, una collaborazione attiva con la storica rivista dei macchinisti "ancora IN MARCIA".

«Vivere in un mondo senza evasione possibile dove non restava che battersi per una evasione impossibile» (Victor Serge)

 

www.orsopalagi.it
Devi effettuare il login per inviare commenti

Free Joomla! template by L.THEME

Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie di terze parti.