Martedì, 22 Novembre 2016 00:00

E se Trump finisse trumpato?

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… e se, … e se Trump alla fine mancasse l’obiettivo della presidenza!? Si lo so è fantapolitica, un’ipotesi incredibile, ma non per questo impossibile. Il copione di questa storia è già scritto e porta il titolo di Costituzione degli Stati Uniti d’America. Procediamo con ordine.

Come è noto ai lettori de Il Becco l’elezione del presidente degli S.U. non è diretta, a differenza di Francia e Russia, ma demandata a un collegio di grandi elettori nominati dai cittadini dei diversi Stati sulla base di leggi e procedure stabilite in via esclusiva a livello statale.

I grandi elettori di ogni Stato si riuniranno il 19 dicembre (primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre, secondo una legge del 1934) nella capitale del rispettivo Stato e voteranno a scrutinio segreto su due schede distinte, una per il presidente l’altra per il vicepresidente, e invieranno al presidente del Senato degli Stati Uniti in plico sigillato il verbale delle operazioni.

Il 6 gennaio successivo si procederà all’apertura dei plichi inviati da ciascun Stato e al conteggio dei voti e saranno proclamati eletti presidente e vicepresidente coloro che otterranno la maggioranza dei voti, la mitica soglia di 270 voti. Se nessun candidato otterrà tale maggioranza l’elezione sarà affidata alla Camera dei Rappresentanti, nella quale i voti si conteranno per Stato e non per testa (per intenderci la California con 39 milioni di abitanti conterà per un voto come il Vermont che ne ha 625 mila), in questo caso la scelta dovrà cadere su uno dei tre candidati più votati, più votati dai grandi elettori e non dal voto popolare.

Nella storia ciò è accaduto nel 1824 quando John Quincy Adams fu preferito a Andrew Jackson, nonostante quest’ultimo fosse arrivato in testa nel voto popolare e nell’attribuzione dei grandi elettori, tuttavia non sufficienti a garantirne l’elezione. Se poi nella Camera dei Rappresentanti si verificasse uno stallo, come più volte è accaduto da noi per l’elezione del Presidente della Repubblica, e non si raggiungesse l’elezione entro il 4 marzo, il vicepresidente eventualmente eletto diventa presidente.

Si tratta di una procedura macchinosa quanto quella per l’elezione del Doge a Venezia, ma volutamente prevista per “moderare” eventuali scelte radicali del voto popolare. Partendo dalla premessa che Trump deve guardarsi più dalle manovre dei prominent (che si può tradurre con notabili) repubblicani che dai soprassalti dei democratici, ancora rintronati dall’inaspettata sconfitta, si potrebbe determinare una sorta di “colpo di stato” ampiamente “rispettoso” della Costituzione degli Stati Uniti.

Poniamo che il prossimo 19 dicembre 2016 circa quaranta grandi elettori repubblicani facciano mancare il loro voto a Donald Trump, magari esprimendo la propria preferenza per Mike Pence (il candidato repubblicano alla vicepresidenza), facendogli così mancare i 270 voti elettorali necessari per l’elezione.

Nel 1960, 12 grandi elettori democratici, ai quali si aggiunse un repubblicano, votarono per un senatore segregazionista del sud (neanche candidato alle elezioni) anziché per John Kennedy, allora la cosa fu senza conseguenze, ma ciò non vuol dire che non possa averne ora o nel futuro. Va ricordato a questo proposito che i grandi elettori rispondono generalmente al partito, anzi al partito di quel particolare Stato, non al candidato, e anche se 26 Stati (più il Distretto di Columbia) prevedono sanzioni per i grandi elettori “infedeli”, solo tre Stati (North e South Carolina e Michigan) prevedono l’annullamento e la ripetizione del voto dopo la sostituzione dei grandi elettori, negli altri vi è una semplice multa o l’arresto, sanzioni fra l’altro di difficile applicazione data la segretezza del voto, infine 24 Stati – per un totale di 280 grandi elettori (105 democratici e 175 repubblicani) – non prevedono alcun vincolo di mandato.

Nel caso in cui Trump non raggiunga la maggioranza, Clinton ottenga i suoi e Mike Pence riceva i voti mancanti a Trump, la Camera dei rappresentanti dovrà scegliere fra questi tre, in una situazione nella quale i repubblicani hanno il completo controllo dei voti espressi per Stato (31 più 1 probabile, contro 17 dei democratici e 1 situazione di pareggio) e potrebbero quindi far convergere i loro voti su Pence.

Un’ipotesi alternativa potrebbe essere anche quella di disperdere 40/50 voti ed eleggere regolarmente il vicepresidente, in questo caso basterebbe tirarla in lungo fino al 4 marzo, ad esempio facendo manca il numero legale dei due terzi, nel qual caso Mike Pence sarebbe automaticamente presidente.

Questa ipotesi, troppo “italiana”, contrasterebbe però con l’obiettivo di mantenersi nei limiti della Costituzione ed evitare un pericoloso vuoto di potere. Ma i democratici che farebbero? Nulla a mio avviso! In primo luogo perché impegnati a leccarsi le ferite, in secondo luogo perché impotenti alla Camera dei Rappresentanti dati i numeri, in terza istanza perché tramuterebbero una sonora sconfitta in un pareggio.

Ma gli elettori americani che farebbero? I conservatori, i cristiani rinati, la NRA (National Rifle Association), il Tea Party, i superamericani, non scenderebbero in piazza? Forse si con l’elezione di altro candidato.

Mike Pence però rappresenta questi settori meglio di Donald Trump, un uomo che ha dichiarato: “sono un cristiano, un conservatore e un repubblicano, in quest'ordine”, che è contro l’aborto, che è un creazionista, che sul terreno fiscale e sociale ha posizioni più a destra di Trump, che non esiterebbe a praticare una politica di confronto duro con Russia e Cina, che demolirebbe l’Obamacare dalle radici, e che soprattutto non si porta dietro il bagaglio politically incorrect del magnate di New York. Insomma un conservatore tradizionale e non un populista.

Questa ipotesi naturalmente è solo la trama di un film che prima o poi vedrete sarà sicuramente realizzato, nel qual caso Il Becco potrebbe chiedere i diritti d’autore, ma se tutto ciò si realizzasse potrebbe concorrere al premio Pulitzer.

Immagine liberamente tratta da abcnews.com

Ultima modifica il Lunedì, 21 Novembre 2016 22:02
Francesco Draghi

Francesco Draghi, nel Partito Comunista Italiano prima e dalla sua fondazione nel PRC, ha ricoperto in entrambi incarichi di direzione politica, è stato amministratore pubblico.

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