Martedì, 16 Febbraio 2016 00:00

Crisi di sovraccumulazione. Niente di nuovo sotto il sole.

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Appresa la notizia che la Borsa di Milano in meno di un mese e mezzo ha bruciato un quarto del suo valore (oltre 140 miliardi di euro) bisognerebbe interrogare a fondo i nostri politici (anche europei, vedi le dichiarazioni di ieri di Dijsselbloem) e per prima cosa chieder loro conto di tutte le balle sparate in questo mese e mezzo sulla "volatilità". Infatti se c'è un crollo verticale dei valori azionari non c'è volatilità e incertezza, le due cose si escludono vicendevolmente a meno di non voler negare i numeri e la matematica.

D'altra parte basta guardare i dati azionari dello scorso trimestre delle principali banche italiane ed europee per capire che c'era qualcosa che non andava. Dai centri culturali neoliberisti qualcuno nel nuovo anno ha persino provato a prevedere la tanto agognata crisi economica cinese che gli imperialisti con la bava alla bocca sognano almeno dal fatidico 1989, ma niente, pare proprio che il problema non sia il socialismo di mercato che continua a trainare la produzione mondiale, bensì il buon vecchio capitalismo trainato dall'anarchia di mercato guidata dal profitto. I bocconiani un giorno o l'altro una ragione se la faranno. Nel frattempo il grafico dello Shanghai Stock Exchange magari potrebbe convincerli una buona volta, se non ci riuscisse possono sempre dilettarsi a fare l'analisi comparata con gli andamenti dei principali centri capitalistici quali Hong Kong o Tokyo che più gli aggradano e scovare le differenze come fosse la Settimana Enigmstica. La risposta al se possa esser utile più mercato nel socialismo come paventavano un mesetto fa o viceversa la lascio alle loro menti raffinate.

In secondo luogo, a suddetti politici e tecnici, bisognerebbe chiedere cosa ne pensano veramente della ripresa dalla crisi economica, perché ormai anche Padoan, che a Davos era per sua stessa ammissione ottimista adducendo la motivazione che i mercati non riflettono la realtà bancaria italiana, sta mostrando segni di volatilità nelle sue opinioni. Tralascio le dichiarazioni di Renzi che sulle banche il mese scorso faceva battute alquanto scherzose, mettiamola così, parlando di fantomatici "campioni europei" e oggi si vede una banca portare le carte in tribunale come una qualsiasi PMI stritolata dalla crisi. Pretendere verità dalla bocca di un politico è certo troppo, ma quelli capaci almeno provano a mantenere la coerenza.

Dicevamo della crisi appunto, una crisi preparata ben prima del fallimento della Lehman Brothers e iniziata ufficialmente col crollo del colosso bancario americano. Tuttavia, quello che rischia di mancare nella comprensione del fenomeno economico dalle dichiarazioni mistificatorie dei politici rilasciate in queste ore sono proprio le radici di quella crisi, che ripeto non è mai finita e anzi sta solo peggiorando con l'ennesima ricaduta finanziaria. Le dichiarazioni di Dijsselbloem parlano infatti di "una posizione molto migliore rispetto a sei anni fa". Una menzogna così sfacciata effettivamente merita di essere presa in considerazione ed essere smontata a dovere. Infatti, come rilevano le statistiche dello stesso FMI siamo ben lontani dall'essere tornati ai livelli di crescita pre-crisi e se anche fossimo in una situazione così rosea non si capirebbe perché tutte le principali banche centrali del mondo (Cina compresa) si stiano rincorrendo in una corsa al Quantitative easing perpetuo in molti casi praticando tassi con numeri negativi, e questo è un primo fatto inaudito e che non sembra proprio tipico di una situazione migliorata molto, bensì di un tentativo disperato rivolto al mantenimento di uno status quo ormai altamente instabile (o ci siamo dimenticati le celebri "acque inesplorate" nell'area euro? ). Tuttavia chi non volesse negare l'evidenza come stanno facendo i politici al fine di evitare il panic selling sui mercati potrebbe quantomeno ammettere quella che appare nella forma una crisi da sovrapproduzione di merci e carenza di domanda.

Se si volesse poi fare il passo successivo si capirebbe che questa altro non è che un eccesso di capitale rispetto alla sua capacità di valorizzarsi creando profitto, poiché questo emerge dagli andamenti del valore aggiunto tra il 1970 e 2012 discendenti nelle principali aree economiche capitaliste (Usa, Europa, Giappone) che si contrappongono a quelli crescenti in Cina e nei principali Paesi in cui i capitali hanno delocalizzato la produzione per cercare di valorizzarsi. Se questa è stata la proficua strategia seguita negli scorsi decenni dai capitalisti, oggi pare che il tasso di profitto sia effettivamente sempre meno sostenibile e dunque i capitali accumulati che non riescono a valorizzarsi diano luogo ai tracolli di borsa a cui stiamo assistendo. La preoccupazione dovrebbe essere solo di quelli che possiedono tali capitali e possiedono i mezzi di produzione e la forza-lavoro per valorizzarli quei capitali, che in un sistema normale dovrebbero essere gli unici a rispondere di tasca propria della loro incapacità imprenditoriale. Invece, in un sistema economico come il nostro, in cui lo Stato ormai ci ha abituato ad inervenire come cassa di emergenza dei privati in seguito alle enormi perdite dovute alla sovraccumulazione di capitale, giustamente la gran parte delle persone e della cittadinanza si mostra preoccupata per il proprio futuro economico. Ecco, se si dimostra preoccupazione per perdite che non sono direttamente proprie, ma che diventano proprie solo indirettamente (cioè tramite l'intervento statale che poi ricade sulla collettività con nuovi cicli di austerity, oppure perché ci si è fatti incastrare più o meno ingenuamente perdendo i risparmi di una vita di lavoro) forse occorrerebbe innanzitutto rifiutare l'intermediazione di quelle istituzioni che permettono questo raggiro. Iniziare a pretendere un trattamento diverso da parte di istituzioni progettate per ripianare i debiti privati con interventi sulla collettività però richiederebbe una presa di coscienza collettiva e una capacità di intervento che pare oggi sempre più irraggiungibile sia per una chiusura degli spazi democratici nell'arena pubblica, dove si tende a imporre sempre più con il dominio che col consenso una visione attraverso cui si veicola alla popolazione il senso di "aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità", che per l'evidente impermeabilità alle ragioni collettive di istituzioni e fondazioni private.

Ultima modifica il Lunedì, 15 Febbraio 2016 12:28
Alex Marsaglia

Nato a Torino il 2 maggio 1989. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sulla storica rivista del Partito Comunista Italiano “Rinascita” e appassionato di storia del marxismo. Idealmente vicino al marxismo eterodosso e al gramscianesimo.

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