Sabato, 24 Maggio 2014 00:00

Fausto Podavini - Le vie che portano all'essenza

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Articolo a cura di Davide Barbera e Giulia Morelli / Foto di Giulia Morelli Articolo a cura di Davide Barbera e Giulia Morelli / Foto di Giulia Morelli

Collettivo Kinoglaz

Firenze. È durante un assolato sabato pomeriggio di maggio che abbiamo il piacere di incontrare Fausto Podavini: espressione gioviale, una variopinta pashmina al collo, le braccia impegnate a sorreggere i bagagli. “Abbiamo il tempo per una sigaretta?”, sigaretta sia. I convenevoli di rito ed i suoi modi cordiali stemperano la tensione di chi alla tensione non s'è mai abituato. Raggiungiamo il primo piano del circolo “Il Progresso” e si prende a chiacchierare di fotografia, “che è tutta la nostra vita” come recita la dedica apposta su una copia del suo libro. Domande e risposte scivolano via in fretta e quasi fatichi a realizzare che, sotto quell'aurea di saggezza ed umiltà, si cela uno degli sguardi più interessanti della scena fotografica internazionale. Insegnante di reportage e membro del Collettivo WSP, Fausto collabora da anni con diverse O.N.G. e Onlus; la dedizione verso la fotografia di documentazione sociale lo ha portato a girare il mondo, dal Kenya all'Etiopia, sino in Kashmir. Nonostante ciò, è uno dei progetti da lui definiti “a chilometro zero” ad avergli permesso di vincere il primo premio nella categoria Daily Life del World Press Photo 2013.

"MiRelLa" è il lavoro che è valso a Fausto Podavini molti riconoscimenti nel mondo della fotografia documentaristica. Mirella, la protagonista del racconto, è sposata con Luigi da quarant’anni. Nel 2006 a Luigi viene diagnosticata la sindrome d'Alzheimer, una malattia che ogni anno colpisce sempre più persone anche al di sotto dell’età media. Nel 2050, secondo il rapporto mondiale sull’Alzheimer 2013, il numero totale di anziani con esigenze di tipo assistenziale è destinato a triplicare, passando da 101 a 277 milioni di persone. E’ dura. Ce lo dice Mirella nella foto del divano, mentre fa la doccia a Luigi, mentre guarda di sguincio la TV. Solo l’amore può rendere sopportabile questa tremenda realtà. Entriamo con "MiRelLa" nell’intimità di una casa romana, ma la potenza del lavoro è la sua universalità. Nelle foto di Fausto ci sono milioni di famiglie che stanno vivendo o che hanno vissuto lo stesso dolore. La forza di Mirella potrebbe dare coraggio o accentuare rimpianti o far riemergere ricordi indissolubilmente impressi nella memoria e nell’animo delle famiglie che hanno accompagnato i propri cari nel percorso della malattia. La lettura delle foto diventa così un dialogo con se stessi.

1) Prima di dedicarti esclusivamente alla fotografia di reportage, hai svolto l'attività di assistente e fotografo di studio. Qual è stato l'input che ti ha spinto a cambiare genere, avvicinandoti alla documentazione di stampo sociale?

Durante il corso della mia crescita fotografica ho attraversato ogni fase ed indagato i generi più disparati. Già da adolescente, mi dilettavo nella lettura delle riviste di settore, ansioso di mettere in pratica ciò che apprendevo in linea teorica ed affascinato dai dettagli tecnici come le aperture di diaframma, la profondità di campo, i tempi d'esposizione. Caldeggiato da mio padre, avevo preso a frequentare un corso base tenuto da un professionista che operava nel mondo del glamour; dopo le prime lezioni, notate le mie potenzialità, mi propose di fargli da assistente ed io accettai. Gli anni in cui lavorai come fotografo di studio si rifanno agli albori della mia carriera, quando ebbi il primo approccio con una fotografia di tipo meno hobbistico, bensì legata ad una visione spiccatamente professionale. Personalmente fu un'esperienza utilissima per avermi permesso di arricchire il mio bagaglio tecnico, soprattutto per quanto riguarda l'utilizzo dei flash e degli schemi d'illuminazione. Bello, molto, ma altrettanto freddo e soffocante. Capii, abbastanza in ritardo ma in maniera naturale, che la mia esigenza primaria era il contatto con le persone e che la strada da percorrere era quella reportagistica, la quale mi permetteva di conoscere realtà a me poco o per nulla note, di venire a contatto con culture differenti e di vivere incredibili esperienze dal punto di vista umano. L'input fu proprio nell'urgenza di contatto con ciò che andavo a fotografare, senza che questo fosse qualcosa di studiato, preconfezionato. Tuttavia, sono orgoglioso che il mio percorso sia stato talmente variegato da formarmi a tutto tondo; insegnando reportage ribadisco sempre ai miei studenti come questo rappresenti la forma espressiva più alta della fotografia ma, al contempo, come condensi in sé i generi più diversi: dallo still-life, al ritratto, passando per il paesaggio.

2) Soffermiamoci ancora sul tuo percorso di maturazione personale, approfondendone l'aspetto creativo. La cura che riservi alla composizione ed il ruolo centrale che assolvono le zone periferiche del fotogramma ricordano alcune immagini di James Nachtwey, reporter dallo stile molto dibattuto nell'ambiente fotografico. Quali personalità hanno influenzato maggiormente il tuo modo di vedere?

James Nachtwey è stato autore di lavori che hanno dell'incredibile e guardandoli non posso fare a meno di perdermici dentro. Non mi trovo d'accordo con chi lo accusa di cinismo, del resto, nel mondo della fotografia c'è sempre chi si affretta a dare dei giudizi fuori luogo; al contrario credo che abbia una lucidità ed un'apparente freddezza esecutiva nient'affatto comuni, considerando soprattutto le situazioni estreme che si ritrova a testimoniare. Dal suo modo di guardare perennemente attraverso il mirino senza mai abbassare la macchina fotografica anche dopo aver scattato, emerge la passione di un coinvolgimento totale. Agli studenti dei miei corsi suggerisco vivamente la visione del documentario “War Photographer”, leggermente autoreferenziale ma ricco di spunti se affrontato con un approccio didattico. Credo, infatti, che uno dei modi migliori per studiare fotografia sia quello di analizzare le opere dei grandi autori e al giorno d'oggi, grazie ad internet, si è molto agevolati rispetto al passato. Ritornando alle personalità che mi hanno ispirato va detto che, nel periodo in cui sono cresciuto fotograficamente, sulla scena italiana si affacciavano due grandi nomi della fotografia nostrana, destinati a rimanere dei punti di riferimento: Paolo Pellegrin e Francesco Zizola. Ancora nell'ambito italiano apprezzo anche lo stile di Angelo Turetta che ha un maniera di esprimersi attraverso il mezzo fotografico che ha sempre suscitato grande curiosità in me. Ho studiato molto attentamente i progetti di tutti loro, i quali sono sempre in grado d'emozionarmi. Volendo accennare ai classici nominerei certamente Josef Koudelka, un esempio sia per il modo di narrare le storie, sia per quello di realizzarle; guardando invece alla scena contemporanea, ammiro moltissimo “War is personal” di Eugene Richards, così come “The Julie Project” di Darcy Padilla, due lavori che mi hanno colpito profondamente. In definitiva, poi, le influenze vanno a mescolarsi in quella che diventa la ricerca personale di un proprio stile distintivo.

3) In base a quali elementi scegli le storie da raccontare e come organizzi materialmente il progetto? Quanta importanza riveste una fase di studio preliminare?

La scelta avviene già a livello emotivo, almeno per quanto riguarda i progetti personali di media-lunga durata, escludendo gli assegnati e quant'altro. In un certo senso è la storia che sceglie me, in quanto ciò che decido di raccontare è qualcosa che mi emoziona fin dall'inizio. La scintilla che innesca il meccanismo può assumere varie forme, che vanno dalla lettura di un trafiletto sul giornale ad una vicenda raccontatami da amici che col tempo continua ad incuriosirmi. L'insieme delle sensazioni che la storia riesce a scatenarmi è il mio principale indice d'interesse. Dopodiché prende il via la fase di documentazione, necessaria ed imprescindibile per il resto del lavoro. Prima di cominciare con la creazione del progetto di “MiRelLa” dovetti documentarmi a fondo su cosa fosse l'Alzheimer, sindrome di cui non ne sapevo praticamente nulla. Proprio durante la fase di studio prendono forma altri aspetti ad essa concatenati: inizi a farti un'idea di quella che potrebbe essere la realizzazione, immagini una sorta di storyboard, provi a capire quali possano essere i punti cardine del progetto stesso e come valorizzarli al meglio. A maggior ragione se si tratta di lavori all'estero va ad aggiungersi un'ulteriore processo di approfondimento che verte sull'organizzazione del viaggio, la raccolta dei contatti; ancora una volta, internet si dimostra uno strumento fondamentale di semplificazione ed abbreviazione della tempistica, laddove in passato bisognava recarsi fisicamente sul posto per i dovuti sopralluoghi. D'altro canto, è anche normale che durante la fase di realizzazione le idee possano mutare, modificarsi, spesso allontanandoti dal “fil rouge” iniziale ma andando comunque a rafforzare la narrazione della tematica. Detto questo, bisogna avere piena consapevolezza di ciò che si andrà a fotografare e la documentazione rimane il fulcro di tutto il lavoro che verrà in seguito.

4) Spesso nella fotografia di reportage ci si ritrova, come nel caso di “MiRelLa”, al cospetto di situazioni fortemente intime e drammatiche. Qual è il tuo approccio con le persone coinvolte?

L'importante è rimanere se stessi ed essere disposti a comprendere appieno l'intensità del momento che i soggetti delle tue foto stanno vivendo. Bisogna lasciare che il contesto nel quale stai agendo ti assorba: è una sensazione che ho provato in tutti i miei lavori, in Etiopia, in Kenya, in Kashmir e di conseguenza anche durante il progetto sull'Alzheimer racchiuso in “MiRelLa”. Risulta necessario adattarsi alla realtà che stai vivendo, immergervisi senza riserve, soltanto questo permetterà poi di riuscire a trasmettere l'intimità di quanto stava accadendo davanti all'obiettivo della macchina. Tutto questo va fatto sempre in punta di piedi, con rispetto, anteponendo l'aspetto umano a quello fotografico. A volte mi capita anche di non fotografare e non c'è da farsene un problema, al contrario, spesso questa rinuncia si è dimostrata qualcosa di costruttivo. Stiamo comunque considerando il caso di progetti a media-lunga durata, che prevedono un lasso di tempo fisiologico durante il quale provo ad instaurare un rapporto con i soggetti interessati. Quando andai a fotografare in un ospedale in Kenya, per esempio, almeno per i primi giorni non toccai la macchina; stesso discorso in Kashmir, documentando la vita di un ex mujāhidīn. Il requisito fondamentale è tenere sempre a mente che si stanno fotografando delle persone, che hanno un proprio vissuto, una propria sensibilità, assecondando il loro quotidiano senza essere d'intralcio; poi, quando capiterà che non si realizzeranno le situazioni che avevi immaginato, bisognerà reagire con serenità e ricavare il meglio da ciò che si ha. Ciò che, alla fine, farà da discrimine tra un lavoro puramente descrittivo-didascalico ed uno che emozioni davvero, sarà il coinvolgimento emotivo.

5) Parliamo adesso del meccanismo che ha reso possibile la pubblicazione del libro: il crowdfunding, o finanziamento dal basso. Quanto, al giorno d'oggi, è una scelta dettata da ragioni personali (maggiore indipendenza, contatto diretto con i fruitori del prodotto) e quanto è dettata dalla necessità di sopperire ad un settore commerciale in crisi? Credi vi sia, inoltre, la probabilità che le case editrici ne facciano un alibi per investire sempre meno sui fotografi più giovani?

Risponderò in base a ciò che è stata la mia esperienza e non credo che sia giusto generalizzarla. Nel mio caso il primo step, una volta deciso di pubblicare il libro, fu quello di trovare una casa editrice disposta a stamparlo e a provvedere ad un'eventuale distribuzione. Riuscii a trovarne una interessata al progetto di “MiRelLa”, ma mancava la somma di denaro adatta a finanziarlo. A questo punto le strade percorribili si riducevano sostanzialmente a tre: finanziare il tutto interamente di tasca mia, rinunciare, oppure inventarmi qualcosa. Ebbi anche la fortuna di conoscere Silvana, amica che lavora per KissKissBankBank – una piattaforma di crowdfunding – e così decisi definitivamente di lanciarmi in quest'avventura. Sotto certi aspetti è un mezzo molto gratificante, poiché esalta un aspetto che poi fu quello che mi spinse sulla strada del reportage, quindi il contatto privilegiato con le persone e a maggior ragione con quelle che credono nel mio progetto; d'altro canto, però, accentua anche la tendenza ad investire unicamente su se stessi, senza che ciò venga fatto da chi sarebbe naturalmente preposto a questo scopo, cioè il mercato dell'editoria. Purtroppo il rischio, accentuato dal periodo di crisi, è che l'eccessivo ricorso lo tramuti prima di tutto in una moda ma soprattutto in un'arma nelle mani delle stesse case editrici che, dato il successo del finanziamento dal basso, si sentirebbero giustificate a non supportare economicamente i nuovi talenti. Moda o non moda, per adesso sembra essere un sistema ben funzionante. Vedremo se, in un futuro più o meno prossimo, certi assetti cambieranno nuovamente. La realizzazione del libro “MiRelLa” inoltre, oltre al crowdfunding stesso è stato possibile anche grazie all’aiuto materiale ed organizzativo dei ragazzi del collettivo WSP di cui faccio parte e di alcuni amici come Lucia, Matteo, Violetta, Silvia e Giulia che mi hanno supportato nella comunicazione, nella preparazione dell'e-book, nelle spedizioni e nella traduzione del libro.

6) Adesso che il progetto sulla storia di Mirella e Luigi ha raggiunto la sua naturale conclusione attraverso la pubblicazione del libro, quali altri progetti stai portando avanti?

Intanto bisogna dire che il progetto di “MiRelLa” è terminato quasi unicamente sotto l'aspetto tecnico-fotografico, infatti stiamo ancora ultimando la realizzazione dell'e-book e delle stampe da inviare a tutti coloro che ne avevano fatto richiesta durante la fase di crowdfunding; senza dimenticare l'enorme lavoro di promozione del libro, fatta insieme a Sandro Iovine che mi ha curato il libro, che proseguirà ancora per diversi mesi, lavoro che ovviamente sono ben contento di fare. Fotograficamente parlando ho terminato un progetto sulla costruzione di una diga in Etiopia ed uno in Kashmir, aprendone altri sia in Africa che in India. A questi si vadano poi ad aggiungere quelli che definisco “a chilometro zero”, ovvero condotti nella mia città, che non so bene dove mi porteranno: da tempo, per esempio, documento la vita di una della drag-queen più famose della capitale. Un altro lavoro che conduco ormai da una decina d'anni interessa i riti della settimana santa nel sud Italia, che presumo acquisirà una propria valenza se riuscirò a continuarlo per almeno altri dieci anni.

7) Quale consiglio ti sentiresti di dare a chi volesse intraprendere la carriera di fotografo, soprattutto se con un occhio di riguardo per l'ambito del reportage sociale?

Un consiglio sempre utile è quello di non demordere e non demoralizzarsi, bensì credere in quello che si fa, anche interrogandosi per capire effettivamente quanta passione e quanta voglia di mettersi in gioco si è capaci d'esprimere. Il periodo non è certo dei migliori e credere in se stessi è sicuramente il modo per partire con il piede giusto, senza mai sconfinare nell'egocentrismo. Sostanzialmente è un comprendere qual è la molla che ci spinge: se si è pronti a rinunciare a qualcosa per amore della fotografia, allora probabilmente si è sulla via giusta. La fotografia, in particolare quella di reportage, ti succhia via l'anima e bisogna essere disposti ad accettare i pro ed i contro che questa forma di dedizione richiede. Purtroppo non vi sono strade segnate, porti sicuri, ma un consiglio che posso dare è quello di crearsi un valido portfolio di presentazione. Nel farlo sarebbe bene individuare un progetto in cui ci si possa sentire identificati, portandolo avanti per tutto il tempo necessario senza per forza darsi una scadenza e, alla fine, questo probabilmente andrà tutto a vantaggio della capacità comunicativa. Per il resto, al giorno d'oggi il fotografo deve saper far tutto: dalle public relations, passando per l'editing e la post-produzione, fino a giungere ad una conoscenza più che adeguata delle riviste di settore, per capire a chi rivolgersi quando si vorrà presentare un proprio lavoro.

8) Un'ultima domanda, forse banale ma d'obbligo: quanto ti ha aiutato la vittoria di un riconoscimento su scala mondiale come il World Press Photo?

Vincere il WPP comporta, com'è naturale, dei vantaggi: un'abbreviazione della tempistica nel percorso naturale di crescita professionale, possibilità di contatti per nuovi progetti ed un alto grado di visibilità. Viene da sé che una buona visibilità è anche legata alla validità del lavoro stesso. Infatti non tutti i lavori che arrivano così in alto riescono, poi, ad ottenere un determinato tipo di risonanza e restare nel tempo. Una delle più grandi soddisfazioni derivanti dalla vittoria di un premio così ambito è quella dell'aver avuto modo di presentare il mio lavoro ad un pubblico quanto più vasto possibile, ma questo suppongo sia il desiderio di ogni fotografo. Il bello è stato anche ricevere attestazioni di stima da ammiratori sconosciuti sparsi per il mondo, o da gente che sta attraversando una situazione simile a quella narrata in “MiRelLa” e che si rivede nelle mie immagini. Un errore che non bisogna commettere è quello di scegliere i lavori o le tematiche da approfondire già in vista o, per meglio dire, con l'obiettivo di vincere un riconoscimento. Fondamentale, in quest'ottica, è mantenere i piedi per terra pur avendo piena consapevolezza dei propri meriti e delle proprie capacità. Ultimamente serpeggia la convinzione che il successo personale passi attraverso la vittoria di determinati premi o concorsi: non c'è nulla di più falso. Ci sono grandi fotografi che magari meno conosciuti ai “non addetti ai lavori”, pur non avendo vinto concorsi risonanti, vantano progetti pazzeschi di assoluta rilevanza. È un po' come dire che prima di vincere il WPP io non sapessi fotografare mentre adesso sì, quando invece sarei tentato dal dire il contrario! [ride] Per finire, in fotografia mi piace pensare che da cosa nasce cosa: si parte da piccoli passi sperando d'arrivare, un giorno, il più lontano possibile, anche se in verità, non si arriva mai!

Ultima modifica il Lunedì, 20 Aprile 2015 08:48
Beccai

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