Domenica, 08 Ottobre 2017 00:00

Tra Scienza e Democrazia. Un percorso necessario

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Tra Scienza e Democrazia. Un percorso necessario.

Viviamo un momento in cui la scienza viene percepita come un pericolo e tende a restare nascosta, ma davvero pensiamo di poter vivere senza di essa?

Sicuramente no, anche se c’è molto lavoro da fare per riallacciare i fili spezzati.

È iniziata la settimana dei Nobel e, devo confessare, aspetto ogni giorno con trepidante attesa per sapere chi si porterà a casa questo ambito premio nelle varie discipline. Ma, senza nulla togliere ai premi per la Pace, per la Letteratura e allo “pseudo-Nobel” per l’Economia1, è nei primi tre giorni di annunci che mi vengono più palpitazioni, quando cioè si conoscono i vincitori, nell’ordine, per la Medicina, per la Fisica e last but not least per la mia amata Chimica.

Dietro a questi premi ci sono storie che, vi assicuro, meriterebbero di essere raccontate (magari in un prossimo pezzo); storie che insegnano come il progresso dell’umanità sia spesso il frutto di un’intuizione visionaria, straordinaria e utopica di singoli o di più persone e che ci possono anche aiutare a capire meglio cosa stia andando storto oggi nel nostro quotidiano rapporto con il “mondo scientifico”.

Prendiamo il problema di petto. Il rapporto fiduciario tra scienziati e persone comuni, che ha caratterizzato gli ultimi due-tre secoli, si sta sfilacciando. È un discorso molto complesso, che ha sicuramente in sé componenti diverse: l’aspetto economico-materiale contro l’idealismo della ricerca pura, la voglia di nuove scoperte contro la naturale paura di cose difficili da spiegare e da capire, solo per dirne un paio. Il comune denominatore è solo il contribuire a creare questo clima di generale diffidenza e sospetto verso la scienza. Lasciatemi partire da alcuni esempi concreti.

1. Secondo Termometro Politico2 la teoria evoluzionistica di Darwin non è ancora del tutto accettata in Europa (non faccio commenti!): accanto a paesi con un tasso di “accettazione” superiore all’80% (Danimarca, Svezia e Islanda), ci sono paesi intermedi, tra il 60% e l’80%, (Italia, Francia e tutti i paesi occidentali) e altri paesi che si assestano vicino al 50% o ancora più in basso fino ai minimi della Bulgaria, della Lituania e della Lettonia (dove meno di uno su due crede nell’evoluzione) e della Turchia (sotto al 30%). Per confronto si noti come il Giappone viaggi sopra il 70%, mentre gli Stati Uniti, patria di più della metà dei Premi Nobel, tra il 40% e il 50%.

2. I vaccini. Una ricerca del 20163 ha analizzato l’atteggiamento di più di 65.000 persone di 67 paesi diversi rispetto ai vaccini, arrivando a conclusioni che dovrebbero farci riflettere. Partiamo da un dato secco: la media mondiale di chi ha dubbi sulla sicurezza dei vaccini è del 13%, dato che sale al 45% in Francia (!!!) e a poco meno in Italia e che viene bilanciato da chi dubbi ne ha pochi come gli Argentini, gli Etiopi e gli Equadoregni (primi della classe, tutti con un tasso intorno al 2%). Cambiando parametro, considerando cioè quanti valutano scarsamente importanti i vaccini, la media mondiale si assesta al 5.8%, mentre quella italiana al 15.4% in linea con altri paesi europei. Di fatto, possiamo concludere, siamo circa tre volte più scettici del resto del mondo sull’efficacia vaccinale e tre volte più dubbiosi sulla loro sicurezza, sia come italiani che come europei.

3. Il riscaldamento globale: la vera sfida del secolo per scienza, politica e società. Anche in questo caso, le statistiche parlano di grandi divergenze, riguardo al credere o meno alle ricerche, tra il mondo scientifico-accademico e quello “esterno”. In questa pagina internet4 si possono trovare molti dati sulla differenza tra chi crede e chi no al “global warming”: il 97% degli scienziati, di ogni formazione, è convinto della veridicità del riscaldamento globale, media che scende drammaticamente intorno al 60-65% se si considera l’intera popolazione mondiale. Chiaramente quella fetta che non crede ha un’influenza politica, perché banalmente vota, cosa che suscita l’interesse delle grandi lobby, il lavoro delle quali da sempre è fare pressione sui politici. Non è un caso se Donald Trump, dopo aver vinto le elezioni negli USA (dove la media di “believers” è del 69%5), abbia nominato grandi negazionisti nei posti chiave della sua amministrazione, prima di uscire unilateralmente dagli accordi di Parigi sul clima.

Tre esempi, molto attuali e molto comprensibili che mettono sul piatto le questioni principali: il rapporto tra religione, tradizione e scienza, quello tra la percezione della sicurezza, l’ignoranza su un dato argomento e la capacità divulgativa e lo stretto nesso che lega politica, economia al mondo della ricerca e della scienza.

Dopo questo lungo giro, torniamo al punto di partenza: dove e come si è iniziato a rompere questo meccanismo fiduciario? Perché gli scienziati non riescono a farsi capire e a farsi seguire dall’opinione pubblica? Perché infine la politica non prende atto di quelle che sono ritenute “certezze scientifiche” e agisce di conseguenza? Proviamo a dare qualche, umilissima, risposta. Partiamo proprio dalla fine.

Nella scienza non esistono certezze, ma solo dubbi. Grandi, enormi, continui dubbi. È proprio il dubitare di ciò che ci appare scontato che mette in moto la curiosità e, di conseguenza, la scienza. Bertrand Russell (matematico, logico, filosofo e Nobel per la letteratura) diceva che “Non si dovrebbe mai esser certi di niente, perché nulla merita certezza, e così si dovrebbe sempre mantenere nelle proprie convinzioni un elemento di dubbio, e si dovrebbe essere in grado di agire con vigore malgrado il dubbio”, un modo, molto elegante per dire quello che, qualche anno più tardi, il grande fisico Richard Feynman (Nobel per la fisica) sintetizzò così: “La religione è una cultura della fede; la scienza è una cultura del dubbio”.

Purtroppo (lo dico da uomo di scienza) la natura umana ama le certezze e la solidità e teme il dubbio e l’indeterminatezza. Questo causa, logicamente, alcuni problemi non di poco conto.

Primo. Non essendoci, nella scienza, una verità assoluta e definitiva, nessuno può dirsi sicuro al 100% di niente, ma dovrà sempre e comunque rifugiarsi nel mondo delle probabilità e delle statistiche. Secondo. Per quanto si possano apprezzare e comprendere le statistiche, di fronte ad alcune situazioni l’uomo smette di pensare come “gregge” e si fa molto più individualista, fregandosene di ogni calcolo probabilistico. Terzo. Come corollario a quanto sopra, basta che qualcuno proponga una teoria più “piacevole” e più “certa” e si crea il rischio di sopraffare la timidezza della scienza, per dirla con Habermas.

Questo è lo schema mentale che ci impedisce di vedere il disastro climatico a cui stiamo correndo incontro6, quello che ci dice che i vaccini non servono perché non ci sono più casi di morbillo o di varicella e quello che, secoli fa, bollò come eretiche le teorie copernicana e galileiana. È sempre lo stesso. Andare contro un “sentire comune” o un qualcosa dato per certo non è mai facile, ma è stato, è e sarà il motore e il compito della scienza.

Quindi possiamo concludere che il problema stia tutto nella difficoltà di comunicare bene e a fondo i traguardi scientifici? No. C’è un altro aspetto fondamentale da affrontare: il metodo scientifico.

Ho detto e ripetuto come nella cultura scientifica tutto (e intendo proprio tutto) deve essere sempre preso come uno stato di transizione e non come verità finale e che “certezza” non deve esistere nel vocabolario scientifico, sostituita da “probabilità”. Bene, allora mi chiedo: “Chiunque può proporre nuove teorie? E in caso affermativo, qual è il processo per verificarle e validarle?”. La prima risposta, se sono stato chiaro finora, è scontata. Si, chiunque può sollevare dubbi e proporre nuove teorie. A patto che rispetti le condizioni che rispondono alla seconda domanda (di fatto la domanda fondamentale sul metodo scientifico). Si possono sollevare dubbi quando ci sono evidenze sperimentali che ci spingono a ritenere la teoria in questione meno probabile di quello che pensavamo e si può proporre una teoria alternativa, nuova o suppletiva quando si riesce ad avere dati sperimentali che la sostengano. In quel momento (attenzione!) inizia, e non finisce, il percorso dialettico. I lunghi dibattiti tra teorie divergenti fanno parte da sempre della storia della scienza e solitamente quando una teoria scalza la precedente, si trova già incalzata da quella successiva. Il tutto senza che vengano usati strumenti democratici, ma solo attraverso la dialettica, le dimostrazioni e le critiche.

Per dirla con Roberto Burioni: “Anche se la maggioranza decidesse che 2+2 fa 5, il risultato non cambierebbe e farebbe sempre quattro!

Ad esempio la storia della fisica, dall’antica Grecia a oggi, ha visto nascere, morire, riprendere e modificare tante volte idee e teorie delle più varie, tanto che anche i grandi uomini, da noi ritenuti intoccabili (Newton, Einstein) sono stati più volte corretti, ripresi e persino smentiti dai loro successori. Perché questa è la scienza: un continuo viaggio che non ammette meta.

Ricapitoliamo. La curiosità e il dubbio mettono in moto la ricerca scientifica, la quale, attraverso un metodo rigoroso (ma non democratico), basato su dati sperimentali, arriva a definire la realtà in cui viviamo. Questa realtà, probabilistica e mai certa, viene continuamente rimessa in discussione. Tutto qua. I problemi stanno nel comunicare le scoperte, nel passaggio critico tra certezza e probabilità e nell’impatto che alcune ricerche possono avere al loro esterno, sull’economia e sulla società.

Rimanendo sul tema del riscaldamento globale, per fare un esempio, è stato scoperto (e denunciato) un giro di false ricerche finanziate o condotte in proprio da grandi multinazionali legate ai combustibili fossili7. Non si fatica a credere che un’opinione pubblica tranquilla che usi carbone, petrolio e derivati senza pensare alle conseguenze sul medio-lungo periodo sia l’obiettivo di chi fa business trivellando, raffinando e vendendo combustibili fossili, così come non dovrebbe stupirci che la politica mondiale (con sfumature diverse) non abbia voluto essere ambiziosa sul tema fino ad oggi. Mantenere lo status quo del mondo occidentale e dare l’opportunità ai grandi giganti in crescita (India e Cina) di usare fonti di CO2 viene considerato prioritario, anche se l’alternativa potrebbe essere un’estinzione di massa della vita sul nostro pianeta. Mi pare sensato no?

In conclusione, in questo lungo articolo, voglio lanciare un vero e proprio appello (a chi lo leggerà): parliamo di scienza, affrontiamo i problemi di petto, senza nascondersi dietro a tabù, tradizioni o a pensieri preconfezionati. Mi piacerebbe riuscire a trasmettere quel friggicore che sento quando leggo chi ha vinto il Nobel o di ricerche all’avanguardia in giro per il Mondo, mi piacerebbe farlo usando un mezzo semplice come questo giornale e mi piacerebbe farlo, magari, istaurando un rapporto di fiducia con chi lo legge.

In fondo la scienza forse non sarà democratica (non può esserlo), per come intendiamo comunemente la democrazia, ma è un baluardo fondamentale per il nostro vivere insieme come comunità. Quindi pensare alla scienza in contrapposizione alla politica e alla società non è solo un errore formale, ma soprattutto sostanziale. Perciò è indispensabile parlare di scienza e approfondire tanti temi: perché si possa finalmente tornare a fidarsi degli scienziati e delle loro scoperte.


Nel documento uscito dalla COP21 di Parigi si è stabilito l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale sotto i 2°C entro il 2020, quando gli stessi dati erano considerati da evitare con ogni mezzo un decennio prima.


Note

1 it.wikipedia.org/wiki/Premio_Nobel_per_l%27economia.

2 www.termometropolitico.it/1268932_teoria-evoluzione-europa-la-mappa.html

3 H.J. Larson et al. / EBioMedicine 12 (2016) 295–301

4 www.skepticalscience.com/why-97-percent-consensus-important.html

5 www.nytimes.com/interactive/2017/03/21/climate/how-americans-think-about-climate-change-in-six-maps.html

6 nymag.com/daily/intelligencer/2017/07/climate-change-earth-too-hot-for-humans.html

7 insideclimatenews.org/news/22082017/study-confirms-exxon-misled-public-about-climate-change-authors-say


Immagine liberamente tratta da funnykrill.com

Ultima modifica il Domenica, 08 Ottobre 2017 08:37
Samuele Staderini

Sono nato nel 1984 vicino Firenze e ci sono cresciuto fino alla laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche nel 2009. Dopo il dottorato in Chimica, tra Ferrara e Montpellier, ho iniziato a lavorare al CNR di Firenze come assegnista di ricerca (logicamente precario). Oltre che di chimica e scienza, mi occupo di politica (sono consigliere comunale a Rignano sull'Arno), di musica e di sport. E si, amo Bertrand Russell!

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