Lunedì, 17 Marzo 2014 00:00

Non fare filosofia per scherzo.

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Non fare filosofia per scherzo, ma sul serio; perché non abbiamo bisogno di apparire sani ma piuttosto di esserlo veramente.
Epicuro

Esatto. La filosofia non è uno scherzo, non è un passatempo per oziosi intellettualoidi che si divertono in malo modo perdendosi in sillogismi, ragionamenti, saggi e fenomenologie dello spirito. Forse tra gli amanti della filosofia ci sono anche costoro, ma la filosofia in sé è qualcosa di più. La stessa etimologia ce lo insegna: il termine infatti è di origine greca ed è l’unione di due parole, φιλος dal verbo φιλεĩν che significa amare e dalla parola σοφίɑ che vuol dire sapienza. Quindi filosofia vuol dire amore per la sapienza e filosofo è colui, appunto, che ama o è amico del sapere, della saggezza. Non è il saggio o il sapiente, non necessariamente, ma colui che tende, aspira alla saggezza o alla sapienza perché la ama. Non è una pratica elitaria da intellettualoidi che si divertono a mandare in tilt le teste dei “profani” con i loro sofismi labirintici e i loro sillogismi logici. O comunque, può anche esserci chi ne fa questo uso, ma non è esso quello più importante e necessario. La filosofia, come qualsiasi attività che mette in gioco le nostre capacità di ragionamento, di critica, che permette di fare un po’ di ginnastica al cervello, che ci misura con idee e autori che ci hanno preceduto o che ci accompagnano tutt’ora, che ci incanta con la portata del loro lume o con la bellezza della loro scrittura, ci aiuta a pensare, ci apre la mente, o ci riempie gli occhi (nel caso dell’arte per esempio).

L’annuncio che sta girando da un po’ di tempo, ovvero la volontà di ridurre le ore di filosofia al liceo o toglierla dalle facoltà di scienze della formazione, dopo quello che vuole far fuori la storia dell’arte, sembra proprio un attacco, o una vigliacca difesa contro la possibilità di noi esseri umani di aprire la nostra mente e valutare in maniera critica e più consapevole quello che ci accade intorno. Probabilmente la decisione di sbarazzarsi o ridurre sempre di più le materie umanistiche ha la sua logica e la sua coerenza: in un mondo votato sempre di più al bombardamento mediatico, al consumismo, allo sguardo impudico e invadente di grandi fratelli e simili, al controllo strisciante della finanza che detta legge, alle raccomandazioni e i nepotismi, al “panem et circenses”, agli slogan calamitanti, ai leader che ci regalano vuote promesse da bere come si buttasse giù una boccetta di veleno e credere che sia l’elisir della giovinezza, l’annullamento del pensiero autonomo e indipendente fa paura, non è necessario, è inutile e di conseguenza può esser benissimo eliminato.

Studiare Kant, Hegel, Shopenhauer, Nietzsche, Marx, Gramsci, Sartre, Derrida e compagnia bella è inutile perché tanto siamo, soprattutto le nuove generazioni, merce da buttare (in tutti i sensi!) il prima possibile nel vortice del mercato e della globalizzazione, robottini da meccanicizzare sempre di più grazie alla corsa sempre più frenetica delle nuove tecnologie, burattini tenuti dai fili di manager aziendali (lasciando comunque stare l’attuale problema dell’assunzione giovanile, che di fatto, lascia il 42 e passa per cento di giovani a casa – ma ovviamente perché ci stanno tanto bene, vero “caro” signor Elkan, o “cara” signora Fornero?!), che ne fanno macchine da soldi, bene, in tutto ciò né Marx né Nietzsche o chi altro per loro, permette di portare il pane a casa, né tantomeno proiettano chi ha passato parte della sua vita a studiarli nel mercato del lavoro. La cultura sfama il cervello ma per la mentalità attuale della nostra società e della nostra politica, è un’inane perdita di tempo, trascurabile e addirittura penalizzante, se si pensa che tra i giovani è più facile che venga assunto quello che ha con sé solo il diploma piuttosto che una laurea. Se poi ha addirittura un dottorato, farebbe bene a uscire dal nostro paese. Non sia mai di dover pagare di più qualcuno per le sue competenze! A maggior ragione se le sue competenze sono filosofiche o comunque derivanti da studi di materie umanistiche. Conoscerai anche tutta la filosofia di Heidegger ma lo sai accendere un computer? Anche questi sono pregiudizi. Si tende ancora a separare nettamente competenze che sono comunque entrambe necessarie e che non necessariamente si autoescludono. Filosofi e letterati, amanti del sapere, non sono per forza topi da biblioteca avulsi dal correre dei tempi, che camminano con gli occhi puntati verso il cielo a indagare misteri trascendenti e finiscono, nella brutale immanenza, per inciampare nei pozzi come il povero Talete – che si prese pure il rimprovero della serva tracia che lo burlò chiedendogli come potesse pretendere di guardar le stelle se poi non si accorgeva neanche di ciò che aveva sotto ai piedi.

Quella servetta sono tutti coloro che ammoniscono la vanità (e la vacuità) della filosofia o di discipline gemelle. Ma quelle servette non si rendono conto che uno sguardo verso l’alto non esclude quello verso il basso, ma può abbracciarli entrambi. Forse non è stato il caso di Talete, ma se davvero fosse stato così tra le nuvole non sarebbe stato annoverato, da Aristotele in poi il primo filosofo della storia del pensiero occidentale, “il più importante tra quei sette uomini famosi per la loro sapienza - e infatti tra i Greci fu il primo scopritore della geometria, l'osservatore sicurissimo della natura, lo studioso dottissimo delle stelle.” (Apuleio). Ed è proprio Aristotele che nella Politica smentisce l’accusa della serva: “Raccontano dunque che qualcuno, rinfacciandogli la sua povertà, asserisse che la filosofia non era di alcuna utilità pratica; allora Talete, che, grazie alle sue conoscenze astronomiche, prevedeva una grossa raccolta di olive, prese in affitto fin dall’inverno i frantoi di Mileto e di Chio a condizioni vantaggiose perché nessuno ne offriva di più, dando come caparra un po’ di denaro di cui disponeva. Al momento opportuno, quando la richiesta divenne forte e urgente, li cedette di nuovo al prezzo che voleva e ne trasse molto denaro, per dimostrare che ai filosofi, se volessero, sarebbe facile arricchire, ma che questo non è lo scopo a cui tendono.” Ecco. Non è vero che filosofi e simili non avrebbero armi di fronte alle richieste del mondo contingente, di fronte ai dogmi del mercato, alla realtà che reclama successo e profitto, ma il loro fine va oltre. Proprio perché forse il loro sguardo non si ferma lì, non si limita ad accettare le cose che accadono così come accadano, ma si chiede il perché e il come accadano così. Non si vuol piegare a una realtà che fagocita la nostra essenza di esseri pensanti ma la vuole esaminare, sviscerare, indagare, la vuole mettere sul banco degli imputati e farle delle domande. Magari non ha le risposte, ma ha il potere di fare domande e queste sono anche più necessarie e importanti di meri “è così” o “non è così”, di sì e no frutto di un adagiamento ignavo e inerte sui dati di fatto.

Come ha scritto Rainer Maria Rilke, “Ora viva le domande, così, forse, a poco a poco, inesorabilmente, si troverà un giorno lontano a vivere la risposta”. Le armi di un pensiero che sia critico sono la capacità di riflessione, di messa in discussione, di non accettazione passiva del semplice stato di cose, di ricerca di domande, di volontà ed esigenza ad andare oltre “è così e non può che essere altrimenti”, di rifiuto a qualsiasi cosa che sia data per scontata. Chi riesce a pensare o sente il bisogno di voler pensare – anche quando intorno tutto sembra fare in modo di impedirtelo – rigetta tutto ciò che è dogma, imposizione, conformismo a leggi che non sono neanche più le massime del pensiero kantiano, ma piuttosto imposte da una società che in maniera tacita e sottile spinge l’individuo ad annullare la sua identità e la sua autonomia di pensiero, che lo trascina subdolamente verso una folla di anonimi che si confondono l’uno con l’altro. Verso un “tutti” che però non ha niente di comunione-condivisione- convivenza – comunità – solidarietà o universalità umana, ma solo di tutti come massa indistinguibile ma individualistica e narcisistica, in cui le relazioni sociali e interpersonali sono sostituite da quelle virtuali dei social network, un esser “tutti” sì, ma da soli e per se stessi, o spesso anzi, contro gli altri. Homo homini lupus diceva Hobbes, l’uomo è lupo agli altri uomini, e oggi siamo lupi tutti uguali. E senza le capacità di critica e di ragione prendiamo tutto così come ci viene, anziché guardare in alto lasciamo che tutto ci cada dall’alto, pronti ad afferrarlo o meno ma senza chiedersi cosa esso sia o comporti per noi, senza sapere cosa comporti per noi la sua caduta o cosa comporti per la nostra e la vita di chi ci sta intorno. Anche in questo modo inciampiamo in pozzi, aspettando la manna dal cielo o prendendo tutto come necessario, come opera di destini incontrovertibili, di decisioni su cui siamo convinti non aver alcun potere. Probabilmente di potere ne abbiamo poco, è vero, ma quell’unico che è la nostra forza più caratterizzante, il potere di pensare, ragionare con la nostra testa, vogliamo davvero metterlo fuori gioco e renderci ancora più impotenti e disarmati? In questi pozzi o fossi in cui continuano a farci sprofondare ci stiamo davvero tanto bene? Non sarebbe il caso di provare a risalire su, non per alzar gli occhi verso le stelle ma semplicemente per mettere la testa fuori e allargare lo sguardo a ciò che ci circonda, anziché tenerli abbassati nel buchino in cui siamo affossati?

Ma la volontà di uscir fuori può emergere solo dalla consapevolezza e la coscienza di noi, dei nostri “pozzi” e di quello che sta fuori e di chi ne fa parte. Questa consapevolezza e coscienza, di sé e del mondo, la si acquista soprattutto attraverso la cultura, che non è una pratica auto referenziale fine solo a sé stessa, ma è ciò che consente di porsi, deleuzianamente sulla linea dell’orizzonte e riuscire a vedere non solo ciò che sta all’interno di questa linea ma anche ciò che sta al di là. La cultura che fa crescere e maturare un paese e chi ci vive e che pure lo rende più bello. La cultura fa paura perché c’è chi ci vuole mantenere nella nostra “santa asinità”, per dirla con Giordano Bruno, perché sarebbe quello che per Kant era l’illuministmo: “l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stessi è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi del proprio intelletto senza esser guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza”. Già, sapere aude, ma molti non se ne rendono conto così che continuando a dirla con Kant, “rimangono volentieri minorenni per l’intera vita per cui è tanto facile agli altri erigersi a loro tutori”. E penso che usare la parola minorenne sia diverso da usare la parola bambino, perché per fortuna i bambini sanno ancora sorprendersi, meravigliarsi – anche se oggi persino la meraviglia viene messa a dura prova dalla virtualità dei progressi tecnologici che inghiotte sempre di più la propria capacità di immaginare, inventare, creare, fantasticare.

Per Paltone la filosofia nasceva proprio dal Thaumazein, la capacità di meravigliarci, di sbalordirci: “Lo stupore è il pathos del filosofo. Da altro non ha inizio la filosofia se non da questo, e colui che chiama Iride la figlia di Taumante, non sembra definire in modo errato la sua origine” (Platone, Teeteto). Sbalordirci di fronte alla bellezza, del mondo e delle idee, dell’insondabile e inesauribile misteriosità del nostro pensiero, dell’infinità del nostro spirito, del nostro linguaggio, della nostra storia, delle opere d’arte, che secondo Plotino destano il nostro incanto, scuotono, sconvolgono dolcemente il nostro essere, fanno vibrare le corde più profonde del nostro essere, perché quelle grandi opere ripetono il “gesto della creazione”. Quel gesto che non poteva essere più libero, perché traeva il mondo, nella maniera più liberale, come fuori dal nulla, e che pure però è al tempo stesso il più necessario, tanto che di fronte a un quadro, una statua, noi non possiamo che pensare che essa è così e non poteva essere fatta altrimenti. La bellezza è libera ma necessaria. La bellezza di un Davide di Michelangelo come quella di una poesia di Prévert o un libro di Calvino, o di un testo di Shelling. “La bellezza ci salverà dal mondo”, faceva dire Dostoevskij al principe Mynskin ne L’idiota. E per non rimanere idioti abbiamo davvero bisogno di bellezza. E di meraviglia. Ma questa richiede il faro del pensiero, pensiero che quando si attiva, grazie anche alle “inutili conoscenze umanistiche”, scopre la meraviglia dentro sé stesso e nella luce che emana.

Ultima modifica il Domenica, 16 Marzo 2014 21:58
Chiara Del Corona

Nata a Firenze nel 1988, sono una studentessa iscritta alla magistrale del corso di studi in scienze filosofiche. Mi sono sempre interessata ai temi della politica, ma inizialmente da semplice “spettatrice” (se escludiamo manifestazioni o partecipazioni a social forum), ma da quest’anno ho deciso, entrando a far parte dei GC, di dare un apporto più concreto a idee e battaglie che ritengo urgenti e importanti.

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