Venerdì, 13 Luglio 2018 00:00

Sul rossobrunismo (parte I)

La confusione è tanta e non è detto che sia un bene – sul rossobrunismo (I)

Questo che leggerete non è un vero e proprio articolo. La massa enorme di informazioni, impressioni, tesi e parole sull’argomento che vorrei trattare (il rossobrunismo) è tale da meritare un approfondimento diviso in diversi interventi. Al massimo potrei far chiarezza su quali siano i temi per me fondamentali da essere conosciuti, discussi, condivisi, in questo momento: il lavoro, il ruolo della sinistra in una società che non offre più agganci con i vecchi rituali, o li ha stravolti ed ha dato alla piccola borghesia e al proletariato risposte diverse, la struttura sociale all’interno della nostra nazione.

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Leggi qui la prima parte...

La colonizzazione della Siberia venne utilizzata come “contenitore etnico” per molti dei gruppi nazionali deportati, un’operazione che ufficialmente era un proseguimento dell’opera di industrializzazione del paese ma nei fatti si trattò di una condanna all’isolamento e una lotta durissima contro gli stenti e la fame. L’utilizzo delle deportazioni organizzate dallo stato centrale seguendo le direttive di Stalin fu uno strumento per rimediare al caso generato dal repentino cambio della politica nei confronti delle nazionalità e delle esigenze economiche legate alla realizzazione dei piani quinquennali. Stalin vedeva nell’affermarsi in Europa del regime nazista in Germania, dello stato fascista in Italia e nella vittoria di Franco nella guerra civile spagnola i segnali di un imminente conflitto e cambiò radicalmente la politica interna, inasprendo la repressione del dissenso interno al partito e nella popolazione. Era necessario accelerare l’industrializzazione attraverso le requisizioni e combattere con ogni mezzo l’arretratezza delle regioni orientali dello stato sovietico. Inoltre, con il riaffermarsi del carattere nazionale russo, pose le basi per il sentimento patriottico russo sovietico che avrebbe accompagnato l’Unione Sovietica nel conflitto mondiale, alimentando così il fattore decisivo della Guerra Patriottica estremamente fondamentale per la vittoria sovietica.

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Di ucraini, tatari e russi: l’Ucraina e le politiche nazionali sovietiche di Stalin

In questo nostro continente europeo, da troppi mesi mancano notizie sulla situazione in Ucraina e nelle repubbliche autonome della regione del Donbass. O perlomeno nei canali tradizionali di informazione nazionale e internazionale abilmente oscurati, per celare una situazione che non si è affatto conclusa con gli accordi di Minsk. Si continua a sparare, a morire, tra accuse reciproche e rapporti incompleti degli osservatori dell’OCSE. L’esercito ucraino sarebbe avanzato all’interno della fascia demilitarizzata e starebbe cercando di prendere il controllo di un tratto dell’autostrada Donetsk-Luhansk, per tagliare i collegamenti tra le due “capitali” ribelli. Mentre vi è la situazione degli sfollati, soprattutto nella regione intorno a Donetsk, sempre più critica e aggravata.

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Ucraina, Donbass: i crimini di guerra della Giunta di Kiev
Recensione del libro di Enrico Vigna “Ucraina, Donbass” (Zambon Editore)

Ottobre 1941. Nel contesto dell’Operazione Barbarossa e dell’occupazione dell’Ucraina da parte delle forze dell’Asse, a Odessa decine di migliaia di ebrei e oppositori politici vengono brutalmente sterminati.
Maggio 2014. Dimostranti federalisti vengono attaccati e inseguiti dai neonazisti del “Prawy Sektor” fino alla Casa del Sindacato di Odessa, dove entrano per cercare rifugio. È un massacro: gli inermi cittadini vengono trucidati senza pietà uno alla volta e poi l’edificio è dato alla fiamme.

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Uno degli esempi più lampanti della crisi della sinistra italiana è la divisione ideologica rispetto a molte questioni geopolitiche e crisi internazionali che continuano a emergere nel caotico periodo che stiamo vivendo. Emblematica di questa incapacità di una visione coerente e unitaria, è la crisi ucraina che fin dai suoi albori si è caratterizzata per la sua forte connotazione propagandistica.

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Lunedì, 08 Settembre 2014 00:00

Quando Mrs. PESC è italiana

Vittoria. Renzi è riuscito a far accettare Federica Mogherini come Mrs. PESC. Già. Ma una vittoria di Pirlo, dal momento che non è che sia proprio corretto dire che l'Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune equivale ad un Ministro degli Esteri.

La critica è sempre la stessa: il processo di integrazione europea ha subito forti rallentamenti da un punto di vista politica mentre quella economica schizzava in avanti. Mercato unico, Banca Centrale Europea comune ma non una politica estera comune.

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Giovedì, 08 Maggio 2014 00:00

Appello contro la guerra in Ucraina

Riceviamo e pubblichiamo

Presa di posizione contro soluzioni armate in Ucraina

NO ALLA GUERRA, Sì AI NEGOZIATI PER UNA SOLUZIONE DEMOCRATICA E NON VIOLENTA

Forti dell’articolo 11 della Costituzione italiana che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, invitiamo tutte e tutti a levare la propria voce contro qualsiasi iniziativa, sia essa di parte filo atlantica o di parte filo russa, che può aggravare la situazione di tensione in atto in Ucraina o che possa sfociare in soluzioni di prevaricazione unilaterale.

La situazione ucraina è senz'altro complessa per la molteplicità di fattori storici, linguistici, economici, politici e religiosi, ma siamo altrettanto convinti che non sono le armi che possono risolvere i problemi.

È altrettanto certo che a peggiorare il quadro pesano interessi di paesi terzi, perseguiti sulla pelle della popolazione civile, che oltre ad essere colpita dalle conseguenze del conflitto, si vede attraversata da campagne che puntano a creare lacerazioni insanabili.

Il popolo ucraino è un popolo martoriato da oligarchie schierate su fronti contrapposti, uno occidentale e uno russo. Entrambe dedite alla disonestà e alla corruzione, da anni si contendono il potere con la fraudolenza e con la violenza, avvalendosi anche di forze paramilitari sostenute dalle proprie potenze straniere di riferimento. In questo contesto nel marzo 2014 è stato destituito il presidente filorusso Yanuckovich da una piazza che non era composta solo da cittadini inermi, come testimonia l’appellativo di “lupi di piazza Maidan”. Subito dopo, nella parte est, sono iniziate sommosse separatiste con la presenza di gruppi che dispongono di armi.

Ed ad ogni violenza perpetrata da una parte o dall’altra, la potenza straniera avversa ne approfitta per giustificare la propria avanzata verso i confini dell’Ucraina e sostenere con armi e consiglieri la propria fazione interna.

In altre parole, l’Ucraina si trova in una spirale di violenza che può essere arrestata solo se tutte le potenze straniere che hanno secondi fini nella vicenda, accettano di fare un passo indietro e soprattutto se accettano di rinunciare all’opzione armata più o meno velata. Il coinvolgimento di organizzazioni internazionali, come l’ONU, deve rivolgersi ad una soluzione diplomatica, che sappia evitare soluzioni unilaterali, che inevitabilmente sfocerebbero in un conflitto armato. Per cominciare, anche in considerazione dall’approssimarsi del semestre di presidenza del Consiglio Europeo, l’Italia deve attivarsi subito affinché l’Europa imponga al governo di Kiev, filo-occidentale, il cessate il fuoco nei confronti dei propri cittadini e l'avvio di negoziati per trattare un accordo.

In Ucraina la parola deve passare ai cittadini che debbono potersi esprimere senza la paura di ritorsioni violente da parte di questa o quella parte. Debbono potersi esprimere sul tipo di parlamento che vogliono, sul tipo di partenariato internazionale preferito, sulla forma federativa più capace di conciliare quelle differenze che nell’ultimo decennio alcune forze hanno voluto esasperare. Per questo serve l’attivazione di forze multilaterali come l’ONU e l’OSCE affinché inviino forze civili di pace, decine di migliaia di persone disarmate, con il triplice scopo di tutelare le minoranze esistenti nei vari territori, di favorire il dialogo fra le diverse posizione e di vigilare e denunciare qualsiasi presenza armata e qualsiasi interferenza straniera, al fine di garantire il ritorno al pacifico confronto e svolgimento democratico dei processi decisionali che spettano unicamente al popolo ucraino. 

Per aderire scrivi una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (con nome, cognome e comune di residenza) o compila il modulo cliccando qui

Primi firmatari

Rocco Altieri

Massimo Bani

Moreno Biagioni

Sandra Carpi Lapi

Giada Cerbai

Lisa Clark

Silvia De Giuli

Marco Fantechi

Giorgio Gallo

Francesco Gesualdi

John Gilbert

Lorenzo Guadagnucci

Camilla Lattanzi

Dmitrij Palagi

Daniela Romanelli

Enrico Sborgi

Judith Siegel

Tommaso Fattori  

Immagine tratta liberamente da www.sibialiria.org

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Lunedì, 05 Maggio 2014 23:54

Fuoco in Ucraina

Nessuno tra di noi “beccai” è giornalista professionista ma ritengo, nel nostro piccolo, di dover fare il nostro dovere nel tentare di informare le persone su quello che sta avvenendo in queste ore in Ucraina. Che la stampa (ed i mezzi di informazione in generale) in Italia avesse degli evidenti problemi a trattare le tematiche di politica estera in maniera che possa essere definita dignitosa lo sapevamo. Ma leggere sull'Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, un completo travisamento dei fatti, fazioso, dovuto alla oramai del tutto assente etica del mestiere che dovrebbe caratterizzare chiunque abbia l'ardire di definirsi giornalista, è un qualcosa che reclama risposta.

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Martedì, 11 Marzo 2014 07:32

Ucraina, Europa e la sfida demolibertaria

Caratteristica della nostra rivista è il confronto tra punti di vista anche profondamente diversi tra loro. Sulla crisi Ucraina abbiamo già pubblicato un articolo e con stasera diamo spazio ad un'altra visione, diversa ma ugualmente utile al dibattito.

Il 21 novembre, dopo il rifiuto dell’ex presidente Yanukovich all’adesione dell’accordo di associazione con la UE (che prevedeva l’abolizione delle frontiere, anche doganali, e degli aiuti) a favore di un accordo con la Russia di Putin, la maggioranza del popolo Ucraino è sceso in piazza per protestare.

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Intervistato da Sergey Lozunko per “2000”, traduzione a cura di Federico Ghignoli

1) Pjotr Nikolaevich, io e Lei ci incontriamo in un periodo difficile, e ciò che sta succedendo nel Paese diventerà il tema principale della nostra conversazione. Ma vorrei cominciare da questa domanda: perché il gruppo PCU [Partito Comunista Ucraino N.d.T.] negli ultimissimi giorni ha continuato a lavorare in Parlamento? Non lo nasconderò, molti hanno espresso stupore. Più d’una volta ho sentito ragionamenti sul fatto che nel Paese c’è la rivoluzione, mentre i comunisti votano, come se nulla fosse accaduto. Quindi: perché?

La ringrazio per questa domanda. Lo anticipo, la mia risposta non sarà breve. Torniamo alla fine della scorsa settimana: il presidente è fuggito, il premier è assente, il potere locale e gli organi esecutivi sono paralizzati, il Paese è velocemente immerso nel caos, continua la violenza sui dissidenti, all’uscita da Kiev non è chiaro chi acchiappi i “titushki” [forze mercenarie che supportano il governo anti-ribelli N.d.T.], echeggiano inviti al linciaggio dei collaboratori di “Berkut” [unità antisommossa N.d.T.] e dei soldati delle Forze Armate Nazionali, e da allora sono iniziati i saccheggi; che non sono in alcun modo connessi con la politica.

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