Sabato, 02 Dicembre 2017 00:00

Smetto quando voglio: ad honorem

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Smetto quando voglio: ad honorem www.spettacolomania.it

 

I problemi dell'università italiana nell'ultimo atto della trilogia di Smetto quando voglio

Questa settimana abbiamo scelto la realtà e la finzione. Samuele Staderini vi parlerà di quello che sta succedendo nell'università italiana, secondo la sua esperienza. Tommaso Alvisi, invece, ve ne parlerà attraverso un film che ha riscosso un grande successo di pubblico e critica. Segnale evidente che questo tema è piuttosto dibattuto nel contesto italiano contemporaneo.

 

Smetto quando voglio: ad honorem ****

(Italia 2017)

Genere: Commedia

Regia: Sydney SIBILIA

Sceneggiatura: Sydney SIBILIA, Luigi DI CAPUA, Francesca MANIERI

Cast: Edoardo LEO, Valeria SOLARINO, Valerio APREA, Luigi LO CASCIO, Stefano FRESI, Paolo CALABRESI, Pietro SERMONTI, Libero DE RIENZO, Greta SCARANO, Neri MARCORÈ, Lorenzo LAVIA, Marco BONINI, Peppe BARRA

Fotografia: Vladan RADOVIC

Durata: 1h e 36 minuti

Produzione: Fandango e Rai Cinema

Distribuzione: 01 Distribution

Uscita: 30 Novembre 2017

Frase cult: È stata la banda. Quelli non perdono mai. Neanche vincono eh, però il cazzo lo rompono sempre.

 

Il cerchio si chiude. La trilogia della banda dei ricercatori più sgangherata del cinema tricolore giunge al termine. Purtroppo verrebbe da dire (per la qualità), ma se si analizza meglio il fenomeno è meglio così. Il rischio è fare la fine degli Universi Marvel e Dc. L'effetto minestra riscaldata sarebbe stato molto alto in caso di proseguo infinito della saga. Tuttavia questi (umanissimi) ricercatori galeotti ci mancheranno terribilmente. Sibilia ha già detto che da ora in poi si applicherà in qualcosa di diverso.

Dopo questa pellicola, le nostre sale saranno invase dai soliti film di Natale. L'anno scorso qualcuno si è finalmente rotto le ossa, ora ci manca solo la rottura del capo e siamo a posto. Almeno lo speriamo, perché non è possibile vedere che, dopo trentaquattro anni, verranno riproposti i fasti di "Vacanze di Natale", supervisionati da Paolo Ruffini. Poi naturalmente ci saranno i Vanzina, il solito filmetto di Fausto Brizzi (ormai crocifisso dalla "caccia al molestatore") e il cinepanettone Filmauro sopracitato.

Bisogna rendere merito a Sydney Sibilia (36 anni, salernitano) di aver portato una ventata di freschezza nel triste panorama cinematografico italico. Le sue sceneggiature sono intelligenti, ben calibrate, agrodolci e molto nostalgiche. Infatti uniscono sprazzi di verità (vedi il problema dei giovani ricercatori e del precariato in Italia) in maniera tragicomica con echi del cinema con cui quelli della mia generazione sono cresciuti (Ghostbusters, Ritorno al futuro, Indiana Jones). Senza dimenticare qualche richiamo al cinema dei supereroi (Lo chiamavano Jeeg Robot e Il cavaliere oscuro su tutti), alle serie tv in voga oggi (Breaking Bad su tutte) e al neorealismo (I soliti ignoti di Mario Monicelli). Oltre a tutto questo, Sibilia si è ripassato anche le antiche lezioni di un film carcerario come "Fuga da Alcatraz" (con sprazzi finali dell'hitchcockiano "L'uomo che sapeva troppo").

Dopo l'exploit del 2013, quest'anno, dopo il grande successo del sequel "Smetto quando voglio: masterclass", si chiude l'epica trilogia. Ripartiamo proprio dal finale del secondo episodio (i due film sono stati girati in contemporanea per abbattere i costi produttivi). Pietro Zinni (Edoardo Leo) e tutta la banda sono stati trasferiti in carcere a Rebibbia perché devono parlare con il Murena (Neri Marcorè). Il loro avvocato Vittorio (Rosario Lisma) riesce nell'intento. Il loro piano di aiutare la polizia nel togliere dal mercato tutte le smart drugs stava funzionando, poi però qualcosa è andato storto. In questo terzo episodio verrà svelato il perché.

I ricercatori galeotti si inventano un nuovo geniale piano per evadere dal carcere. Proprio Zinni al termine del secondo film aveva scoperto che il Sopox era la formula del gas nervino. Devono fermare il terribile Walter Mercurio (un ottimo Luigi Lo Cascio) che intende fare una strage alla Sapienza di Roma. Questo gesto è un atto d'accusa contro il precariato imposto dalle istituzioni italiane, che gli hanno negato i finanziamenti per alcune sue ricerche. Ragionando di pancia, Walter Mercurio è diventato una sorta di "bombarolo" 2.0 di Fabrizio De André. Così Pietro riunisce il chimico Alberto (uno Stefano Fresi irresistibile), i due latinisti Mattia (Valerio Aprea) e Giorgio (Lorenzo Lavia), l'antropologo Andrea (Pietro Sermonti), l'archeologo Arturo (Paolo Calabresi), l'economista Bartolomeo (Libero De Rienzo), insieme al dottor Giulio (Marco Bonini), il professor Lucio (Giampaolo Morelli) e l'avvocato Vittorio (Rosario Lisma). La squadra è al completo, ma deve agire unita eliminando gli errori passati, le scorie e gli egoismi. Per portare a termine il piano, dovranno allearsi con il boss Murena che ha più di qualche collegamento proprio con Mercurio.

È incredibile quello che ha fatto Sibilia in appena quattro anni di lavoro. Questo terzo episodio dimostra di non aver perso assolutamente la verve del primo episodio, finendo per essere probabilmente quello più ricco. Anche se il finale purtroppo è stato un po' tirato via con qualche cosa che è molto frettolosa. Si vede che il progetto è stato concepito come un crescendo su tre film. C'è meno comicità, più azione e una valanga di riferimenti. Pur mantenendo le sue influenze dal cinema americano, è un'opera molto italiana. Il disagio di questi brillanti ricercatori che diventano criminali loro malgrado è quello che molti giovani italiani devono fare ogni giorno per sopravvivere. Un'odissea che allo stato attuale non vede miglioramenti significativi che vengono solo annunciati a colpi di tweet. Nel nostro Paese il merito e la qualità sono stati messi da parte per far posto alla mediocrità e all'indifferenza borghese. Nel prossimo pezzo vi spiegherò cosa voglio dire.

Il terzo capitolo di Smetto quando voglio ha una padronanza atipica per il cinema tricolore degli anni 2000.  L’evasione da Rebibbia è una dimostrazione satirica, ma di carattere che ci mostra che anche noi italiani possiamo riuscire a fare pellicole di qualità. Sibilia è ben coadiuvato da attori bravissimi (Fresi, in particolar modo, è fenomenale nella scena dell'opera) e supportato ottimamente anche nella sceneggiatura. Nell'insieme il risultato è quasi perfetto, è un gioco di squadra perfettamente sincronizzato (a tal proposito bisogna citare la fotografia acida e snaturata di Vlada Radovic). Menzione particolare va alla bravura di Luigi Lo Cascio che, adeguatamente assistito dalla sceneggiatura, disegna un villain che prende linfa dal geometra Calboni di "Fantozzi", dal Joker di Heath Ledger (notare la scena iniziale in cui si scopre il nesso del cromatografo) con sprazzi del lato oscuro di Darth Vader. L'interpretazione è perfettamente bilanciata facendo sì che il cattivo della storia sia molto credibile, senza alcuna sbavatura.

Ma la cosa più importante è il messaggio. Come in "Justice League", l'unione fa la forza. Ma qui c'è di più: da perfetti falliti sfigati e antieroi nel primo episodio, la banda è diventata una squadra di eroi veri e tangibili nel terzo capitolo. Non è vero che chi sbaglia è un fallito, anzi è il contrario. Perché i successi nascono dopo che hai sbattuto la testa contro il muro. Non è un caso che nel primo film Zinni ebbe l'idea, dopo esser stato licenziato dall'Università per presunta mancanza di fondi. L'identificazione del pubblico nel fenomeno "Smetto quando voglio" non è casuale. La qualità paga sempre.

La sceneggiatura del film (scritta dal regista insieme a Luigi Di Capua e Francesca Manieri) poggia su solide basi: oltre il 30% dei lavoratori pubblici nel nostro Paese sono precari. La percentuale aumenta a dismisura nel settore privato e nella fascia d'età compresa tra i 20 e i 35 anni. Questo film dimostra che non si deve accettare la situazione di precarietà, ma che si può combattere restando uniti. La storia di questa trilogia non è altro che lo sfogo legittimo dell'odio di una generazione verso coloro che ci hanno bistrattato e impoverito. La classe dirigente italica sembra solo cavalcarlo, invece di affrontarlo. Ma c'è di più: questa banda agisce con la testa e non con la pancia, seppur in maniera non sempre limpida. Non agiscono per vendetta, ma per salvaguardare anche le future generazioni (il fatto che Pietro Zinni divenga padre nel corso della trilogia è l'emblema di ciò) e quindi anche l'Università, ovvero la casa dei nuovi studenti e ricercatori.

Alla fine dell'opera rimane una domanda fondamentale: fino a quando gli oppressi e i "comuni mortali" riusciranno a tenere a bada l’odio e la frustrazione senza passare al Lato Oscuro? Riusciranno i nostri eroi italici in quest'impresa? Lo scopriremo solo vivendo. L'unica certezza è che l'università italiana organizzata così non può andare lontano (compresa l'assegnazione delle lauree ad honorem). La domanda con cui si chiude il film è ancora oggi attualissima ed è emblematica per chi crede ancora nel suo valore. Io non ci ho mai creduto proprio perché la risposta non è ancora pervenuta.

 

I punti di forza

- La regia di Sydney Sibilia

- Le domande che il film lascia sullo stato dell'università italiana (soprattutto sulla sua credibilità)

- La scena dell'evasione con Fresi che canta "il Barbiere di Siviglia" è da applausi

- La credibilità di tutta la trilogia che mira ad essere un manifesto generazionale (il finale)

- Le varie sfaccettature psicologiche del personaggio del Murena

- La critica tragicomica al sistema universitario italiano

- La sceneggiatura che sa svariare dal comico all'azione passando per l'attualità dei problemi

- L'affiatatissimo cast d'attori in cui spiccano un formidabile Stefano Fresi e un villain superbo di Luigi Lo Cascio

- Gli omaggi alle saghe cinematografiche con cui Sibilia è cresciuto (Indiana Jones, Ghostbusters, Ritorno al futuro), senza dimenticare il cinema del passato (I soliti ignoti, L'uomo che sapeva troppo, Fuga da Alcatraz) e quello contemporaneo (Breaking Bad e Il Cavaliere Oscuro)

- I temi ancorati all'attualità sociale e politica italiana

- Il messaggio (con annessa eredità cinematografica) che l'intera trilogia ci lascia

- La fotografia acida e snaturata di Vlada Radovic

 

I punti deboli

- I personaggi femminili di Ginevra e della poliziotta Paola Coletti sono un po' tirati via a livello di sceneggiatura

- Purtroppo la saga finisce qui e sarà difficile liberarsi dalla "smetto quando voglio dipendenza" per tornare a vedere i soliti mediocri filmetti italiani

- Alcune cose un po' facilone e retoriche nella parte finale

 

A breve troverete il seguito qui.

 

 Immagine liberamente tratta da www.spettacolomania.it

Ultima modifica il Domenica, 03 Dicembre 2017 09:59
Tommaso Alvisi

Nato a Firenze nel maggio 1986, ma residente da sempre nel cuore delle colline del Chianti, a San Casciano. Proprietario di una cartoleria-edicola del mio paese dove vendo di tutto: da cd e dvd, giornali, articoli da regalo e quant'altro.

Da sempre attivo nel sociale e nel volontariato, sono un infaticabile stantuffo con tante passioni: dallo sport (basket, calcio e motori su tutti) alla politica, passando inderogabilmente per il rock e per il cinema. Non a caso, da 9 anni curo il Gruppo Cineforum Arci San Casciano, in un amalgamato gruppo di cinefili doc.

Da qualche anno curo la sezione cinematografica per Il Becco.

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