Mercoledì, 30 Maggio 2018 00:00

Un'opinione politica sulla crisi istituzionale

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Torrenti, fiumi di parole stanno scorrendo a proposito di quella che da molti è considerata la peggiore crisi istituzionale di questo paese degli ultimi decenni. Il Presidente della Repubblica Mattarella si è rifiutato di nominare un governo Conte che, sostenuto da Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, vedesse al Ministero dell’Economia Paolo Savona. Ed io invece mi trovo in seria difficoltà a commentare. Difficoltà perché se penso al baratro che ci si è aperto davanti, sinceramente non vedo un via d’uscita che ci evita il passaggio per la catastrofe.

Sì, la catastrofe, perché per quanto io sia la prima a pensare ogni giorno di aver toccato il fondo, nelle frenetiche ricerche di lavoro, negli umilianti “le faremo sapere” o “la sua laurea non ci interessa”, un governo in mano ad uno come Salvini, incapace di provare empatia verso i disperati che arrivano attraverso il Mediterraneo, e a Di Maio, metamorfico essere che ha dimostrato di aver riempito anni e anni di dibattito pubblico con accuse verso la casta con l’unico fine di arrivare, a prescindere dal come e dal con chi, al governo.

E, proprio per la mia profonda preoccupazione, non riesco a capacitarmi di come il gesto del Presidente della Repubblica possa essere inteso a salvaguardia del Paese. Non ho alcuna voglia di entrare in dettagli tecnici, un po’ perché nel caso foste interessati, sarete in grado sicuramente di trovare parole di studiosi più competenti di me, un po’ perché il livello del dibattito è abbastanza disgustoso. Dalle urne è uscito un paese spaccato in due parti (non uguali) e le azioni di Mattarella non hanno fatto che aggravare l’impasse. L’aver fatto il gioco di Matteo Salvini, che, ovviamente, puntava esclusivamente ad un ritorno alle urne scaricandone la responsabilità su altri, tra l’altro appigliandosi alla minaccia dei meccanismi di valutazione finanziaria che da anni sono al centro di discussioni sullo svuotamento dei processi democratici europei, non ha fatto altro che rafforzare il potere e il seguito di quelle forze populisti e pseudo fasciste che hanno fatto della questione europea e di quella migratoria un rozzo grimaldello da utilizzare per attuare un cambiamento reazionario in Italia.

Forse la miopia che mi caratterizza ha contagiato anche la mia capacità di valutazione politica, ma sinceramente mi sfugge come l’assegnazione dell’incarico di formare un governo ad un tecnico che, nel migliore dei casi (quello, molto remoto, della fiducia del Parlamento), ha il compito di traghettare il Paese a elezioni nel 2019 passando per il rispetto delle tappe imposte dal Semestre Europeo (l’approvazione della legge finanziaria, in particolare), possa in qualche modo portare l’Italia fuori dalla crisi politica. E mi sfugge, sinceramente, anche come la cosa possa avere senso dal punto di vista di Mattarella: le elezioni sono, a questo punto, inevitabili (a ottobre in caso di mancata fiducia o a anno nuovo cambia il giusto) e l’atteggiamento tenuto da Mattarella non farà che rafforzare il consenso di Lega Nord e Cinque Stelle (soprattutto).
A che pro, quindi, mi chiedo? Che senso ha avuto esercitare in maniera tanto forte le proprie prerogative costituzionali, se la situazione che si troverà davanti tra quattro mesi con molta probabilità non gli permetterà, allora davvero, margini di manovra per difendere “le istituzioni” del Paese?

Ecco, quello che allibisce me non è tanto il fatto che un vecchio democristiano siciliano arrivato alla Presidenza della Repubblica abbia agito politicamente (i precedenti, che se ne dica, ci sono e molti di voi ricordano con piacere la prese di posizione di Pertini) quanto il fatto che sembra una mossa suicida, di chi vuole agire politicamente senza avere la valutazione lungimirante che la politica richiede.
Permettetemi solo di aggiungere che sembra che la stessa assenza di capacità di analisi che caratterizza la Presidenza della Repubblica, caratterizza anche il dibattito pubblico. Da giorni assistiamo a dirette televisive interminabili in cui opinionisti, giuristi, giornalisti e chi più ne ha più ne metta, si confrontano sulla legittimità o meno delle azioni di Mattarella. Un’impostazione che fomenta un dibattito polarizzato tra chi urla al colpo di stato (con punte di genio raggiunte da CasaPound che invita a togliere il ritratto di Mattarella dagli uffici pubblici) e chi, in primis un PD che, pur essendo uscito distrutto dalle elezioni sarà l’unica forza politica consistente a votare la fiducia a Cottarelli, “licenziato” dal governo Renzi, organizza presidi davanti alle prefetture (!!!) in sostegno di Mattarella, ultimo difensore delle istituzioni repubblicane. Il tutto condito dalle sempre più frequenti minacce di morte sui social network, richiami alla Polizia Postale e la brutta consapevolezza che in troppi pochi, anche tra i compagni, si pongano il problema della necessità della problematizzazione.

La problematizzazione che passa in primo luogo dall’uso delle parole, che ci distingue da chi ha fatto del disprezzo per il diverso il suo tratto distintivo. Ma anche la problematizzazione che richiede l’abile esercizio politico di ricerca di un equilibrio tra la necessaria umiltà che ci permetta di capire come siamo giunti a questo disastro culturale e politico (perché non può essere solo colpa del “popolo bue) e la capacità di elaborare soluzioni ed indicare vie di uscita che escano da questo schifoso paradigma binario che la situazione ci impone (e la questione europea richiede, urgentemente, che a sinistra si inizi una riflessione che in questo senso). Perché, sinceramente, se la scelta deve essere tra crepare di capitalismo del FMI e capitalismo sovranista, non abbiamo ragione di giocare.

 

Immagine ripresa liberamente da internazionale.it

Ultima modifica il Martedì, 29 Maggio 2018 21:18
Diletta Gasparo

"E ci spezziamo ancora le ossa per amore
un amore disperato per tutta questa farsa
insieme nel paese che sembra una scarpa"

Cit.

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