Venerdì, 08 Luglio 2016 00:00

Apocalissi queer

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Apocalissi queer

Venerdì 01 luglio presso il Polo scientifico di Novoli Lorenzo Bernini, ricercatore di filosofia politica presso l’Università degli Studi di Verona ha presentato il suo libro, “Apocalisse queer. Elementi di teoria antisociale”. Il libro, uscito in realtà nel 2013 è stato riproposto perché in tre anni molte cose sono cambiate per quanto concerne la comunità LGBTQI: tre fatti, tra i tanti, di determinante importanza, ovvero, l’approvazione delle unioni civili, la campagna anti-gender – che in Italia ha avuto risonanza solo dopo il 2013, anno di approvazione della legge contro l’omofobia (decreto Scalfarotto) – e la recente drammatica strage di Orlando. “Apocalisse queer”, come introduce la professoressa Silvia Rodeschini (che insegna storia delle dottrine politiche presso il Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Firenze), costituisce una grande novità nel filone delle teorie queer e si inserisce nel dibattito che vede come uno degli obiettivi polemici la teoria della performatività del genere di

Butler, che ha avuto notevole successo dentro e fuori l’ambito accademico, così come entra in contrasto anche con le teorie foucaultiane (da cui Butler riprende molto) dei dispositivi di potere, in particolare della sessualità intesa anch’essa come dispositivo di potere. Il libro propone invece una raccolta di autori che hanno proposto punti di vista radicalmente diversi – tanto che le loro vengono appunto chiamate “teorie queer antisociali” – , rispetto alle teorie “mainstream”, ma che hanno fatto ingresso nel panorama accademico italiano. L’opera si avvale, non solo di testi filosofici, ma anche di un repertorio cinematografico, facendo riferimento soprattutto al film di Bruce La Bruce, “L. A. Zombi”, di cui avremo modo di parlare successivamente.

La premessa di Bernini è che il suo “Apocalisse queer” non vuole essere un testo anti-diritti civili, anti diritti matrimoniali o anti diritti umani, né vuole proporre le teorie queer antisociali come l’unica strada da seguire, ma vuole aprire un’ulteriore riflessione su aspetti che esistono ma che spesso vengono oscurati perché non abbastanza “politically correct”. Il libro vuole mettere in luce i limiti di quella politica LGBTQI che si esaurisce interamente nella richiesta di diritti matrimoniali, e i limiti di una politica liberale delle minoranze sessuali.

Per quanto riguarda la strage di Orlando, quando, durante una festa “Latins” (Latinos queer) o “queer of color”, Omar Mateen ha ucciso 49 avventori del Pulse, Bernini fa notare come questo tragico evento non abbia avuto quelle grosse ricadute mediatiche che invece hanno avuto altre stragi. Non c’è stata trasmissione, ad esempio, che vi abbia riservato uno speciale, come invece è accaduto per la strage di Parigi o per quella all’aeroporto di Bruxelles, probabilmente proprio perché a Orlando le vittime erano dei Latins. Il gesto di Mateen è stato letto come il gesto di un pazzo, oppure si è parlato del troppo facile accesso all’acquisto di armi di micidiale potenza, o si è fatto riferimento al terrorismo di matrice islamica. Tutto questo è vero, è evidente che si tratti anche di tutti questi fattori ma non si può oscurare il fatto che il bersaglio preciso del’attentatore, così come di altri crimini che non hanno avuto abbastanza risonanza a livello mediatico o di opinione pubblica, non era una folla casuale, anonima e indifferenziata, bensì era la “negatività” queer, e il movente principale il disgusto e l’odio verso minoranze che si pongono al di fuori dalle norme eterosessuali. Anche delle quattro vittime di Xalapa a Veracruz (in Messico), uccise il 22 maggio dopo che alcuni uomini fecero irruzione in un locale gay iniziando a sparare sulla folla, si è fatto poca menzione (perché l’episodio non aveva a che fare con il terrorismo islamico), o, quando la si è fatta, il crimine è stato associato solamente a una resa di conti tra bande per il controllo del narcotraffico, trascurando tra l’altro il “piccolo” dettaglio che il Messico nel 2015 è stato il secondo paese con il più alto numero di crimini a sfondo omofobo1.

Per quanto concerne la legge sulle unioni civili, quest’ultima è una legge sicuramente piena di lacune e che di fatto mantiene un impianto discriminatorio, ma è stata accolta come un passo in avanti nella percezione del pensiero comune e delle comunità LGBTQIA. I movimenti LGBTQIA sembravano un po’ congelati sul riconoscimento dei diritti civili che oggi è stato approvato (sebbene parzialmente). Proprio però quando l’Italia sembrava destinata a rimanere arroccata solo sull’esigenza di approvazione di diritti è cominciata a fiorire tutta una produzione di studi di genere, sono state pubblicate nuove collane, sono state fatte nuove ricerche, sempre più studenti hanno proposto tesi di laurea o di dottorato sulla questione di genere o sulle questioni LGBTQIA. Si è avvertita cioè una maggior esigenza di approfondire il rapporto tra la politica e la sessualità e tra le minoranze sessuali e la politica, sebbene occorra ahimé sottolineare che ancora oggi molti di questi studi non offrano grandi sbocchi di carriera, dato che l’ambito accademico italiano è ancora molto chiuso e conservatore. Si nota quindi una sorta di forbice tra la depressione della maggior parte dei movimenti LGBTQIA arroccati sulla richiesta di diritti civili e dall’altra, sempre più intellettuali che si confrontano su queste questioni. Le teorie queer antisociali non mirano ad avere valore programmatico, non puntano cioè a diventare programmi politici, ma sono semmai delle teorie di critica nei confronti appunto di quell’aspirazione al riconoscimento di diritti civili e all’ “accettazione” o rispettabilità sociale. In altre parole, esser riconosciuti come veri padri o vere madri, come dei buoni padri o delle buone madri, assumere quei ruoli già previsti per la comunità eterosessuale, equivale davvero a esser riconosciuti come LGBTQIA. La cultura dei diritti è sufficiente a liberare la comunità LGBTQI dalla negatività che rappresenta nella società liberale? Come ad esempio dimostra la strage di Orlando, che come abbiamo detto, non ha avuto lo stesso impatto mediatico e pubblico riservato ad altre stragi, forse i soli diritti non bastano a far sì che le vite di certe minoranze (in questo caso minoranze sessuali) siano degne dello stesso lutto riservato a persone eterosessuali. la retorica dei diritti rischia poi tra l’altro di mettere il diritto al servizio dell’odio verso altre minoranze: vi è cioè il rischio che l’odio verso la negatività delle minoranze sessuale si riversi su qualche altra minoranza. Esempio plateale di questo atteggiamento è Donald Trump, che per quanto omofobo, ha dichiarato che solo lui è in grado di proteggere e difendere le donne omosessuali contro l’aggressore islamista, usando quindi la difesa delle minoranze sessuali (sebbene solo le donne che non risentono dello stesso disgusto che suscita l’omosessualità maschile) in chiave anti-islamica, rovesciando la loro “negatività” su un potenziale aggressore. È certamente vero che l’Islam offre giustificazioni all’odio verso la “negatività” delle minoranze sessuali, ma lo fa al pari di altre religioni monoteiste, che lo stesso Trump rappresenta.

La campagna anti-gender (contro omosessuali e trans) si può dire abbia avuto il suo esordio in Italia nel 2013, quando a Verona si tenne il primo congresso per protestare contro il Ddl Scalfarotto contro l’omofobia e la transfobia. Non erano e non sono certo solo gli estremisti religiosi o di destra a condurre questa campagna ma le maggiori e più importanti autorità ecclesiastiche. La campagna si è poi concentrata contro l’educazione sessuale a scuola e contro l’approvazione dei diritti civili, ottenendo notevoli successi, anche a causa dell’atteggiamento mellifluo delle forze politiche. Ad esempio nel 2014 Renzi blocca gli opuscoli dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) rivolti agli insegnanti e alle insegnanti della scuola (elementare, media e superiore) per il contrasto al bullismo omofobico nelle scuole, dopo le reazioni da parte delle istituzioni religiose (“è in atto una strategia persecutoria contro la famiglia, un attacco a destrutturare la persona e la società […] Nel torbido il male opera meglio” disse a suo tempo il presidente della Cei Bagnasco) e politiche e di parte dell’opinione pubblica, che vedeva in quei libretti una terribile minaccia contro la “famiglia tradizionale” e un pericoloso strumento di “indottrinamento dei bambini e adolescenti all’ideologia del gender” (testuali parole riprese da un sito pro famiglia “tradizionale”). Anche la Cirinnà, per quanto rappresenti un progresso nella percezione sociale, rispecchia i dettami della Chiesa Cattolica (Bergoglio stesso ha ricordato che “gli omosessuali vivono in uno stato oggettivo di errore”) e in qualche modo potremmo dire che anche questa legge è al tempo stesso una vittoria parziale del movimento anti-gender.

Per teorie queer, continua Bernini, non si intende però l’ideologia gender. È un dibattito molto vivo e differenziato quello che esiste all’interno delle teorie queer ed esistono teorie, movimenti, soggetti queer che si fanno beffe dei diritti civili e di quello che dice la chiesa così come se ne fregano della rassicurante accettazione all’interno di questa società, per aspirare alla quale si va a proporre un’immagine edulcorata di se stessi come cittadini perfettamente integrati e conformati ai ruoli sociali o come buoni padri o buone madri o buoni mariti o buone moglie, rivendicando piuttosto il carattere innaturale, perverso della sessualità. “Se Dio è amore e misericordia questi soggetti queer se ne fottono di essere compatiti e amati e preferiscono essere fottuti”. Non vi è aspirazione a una “redenzione” o all’inserimento in un ordine universale, che sia divino, culturale, sociale, civile. Le teorie queer antisociali rappresentano un invito a comprendere in profondità perché le vite queer non hanno la stessa dignità delle vite eterosessuali e quindi ad abbracciare la negatività che esse rappresentano non come qualcosa di accessorio ma di costitutivo. Tali teorie invitano a restare ancorati al presente e a valorizzare un passato in cui i queer hanno saputo abitare spazi di marginalità (si vedano ad esempio le teoria del polimorfismo perverso o delle “favolose travestite”, o le testimonianze raccolte da A. Pini e confluite nel suo testo “Quando eravamo froci”, del II dopoguerra), senza sognare utopisticamente un futuro di piena inclusione. Queste teorie non puntano a una rassicurante redenzione della “negatività” queer promuovendo un’immagine conformista e perbenista delle minoranze sessuali perfettamente incluse nella sfera pubblica e sociale, ma anzi, si presentano proprio come “minaccia della rispettabilità e del quieto vivere borghese”2 così come dell’immagine socialmente accettabile del gay o della lesbica che ottiene i diritti civili propri della società liberale, ma in parte rinunciando alle proprie specificità o agli aspetti meno politicamente presentabili che questa stessa società tende a rimuovere o a passare sotto silenzio. Il termine “Apocalisse” sta ad indicare un collasso dei tempi: un passato che risorge nel presente per dissipare le fantasie del futuro, proprio come la figura degli zombie.

Il termine “queer” , che deriva dal tedesco “quer” che a sua volta deriva dal latino “torquere” significa “trasversale”, “obliquo”, opponendosi a “straight” che al contrario significa “retto”, “dritto” e che di conseguenza si associa alla rettitudine morale associata tradizionalmente all’eterosessualità. Come scrive Bernini “in ambito accademico, il merito di aver per la prima volta associato l’aggettivo queer al sostantivo theory è unicamente attribuito a Teresa de Laurentis, che nel febbraio 1990 all’Università di Santa Cruz (California) tenne una conferenza, intitolata, appunto “Queer Theory: Lesbian and Gay Sexuality”. Il termine, però, oltre ad avere un valore teorico ne ricopre anche uno politico: “si autonominano “queer” i gruppi radicali che non si accontentano delle rivendicazioni dei diritti civili espresse dalla maggior parte dei movimenti LGBT, che contestano l’immagine rassicurante delle minoranze sessuali come vittime di discriminazione che chiedono l’assimilazione alla società esistente (il matrimonio, l’adozione, il diritto di far parte dell’esercito, tutti gli strumenti giuridici che possano garantire il comfort di una vita omosessuale borghese), e che promuovono, invece, politiche antagoniste volte alla trasformazione della società”3. Uno dei primi movimenti che si pose in quest’ottica politica fu il “Queer Nation”, la cui fondazione avvenne nel marzo 1990. Questi attivisti, riunitisi al Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender Community Services Center del Greenwich Village di New York, “per creare un gruppo di azione diretta finalizzato alla lotta contro l’omofobia e alla promozione delle minoranze sessuali […] anziché impegnarsi – come buona parte dei movimenti gay e lesbici statunitensi – soltanto nella rivendicazione dei diritti, anziché promuovere il progetto di una società pacificata e tollerante verso le minoranze sessuali […], predilessero per le loro manifestazioni uno stile assieme provocatorio, aggressivo e parodistico". Ad esempio il Queer Nation Manifesto […], insisteva sul pericolo che una società eterosessista costantemente rappresenta per le persone queer, e rivolgeva un appello alle minoranze sessuali affinché costituissero un «esercito» che lottasse per un mondo differente: non per ottenere isole di tolleranza nella società, ma al contrario per rendere ogni spazio sociale «uno spazio lesbico e gay»”4.

Oggi il termine queer sembra però diventato una sorta di ombrello che tiene insieme tutto, è diventato una sorta di significante universale. Bernini tiene invece a precisare che la sua interpretazione del termine è diversa da questa universalità inglobante, perché all’interno ci sono troppe differenze. La sessualità di un gay non è la stessa di una lesbica, così come la posizione di un gay bianco occidentale non è la stessa di un gay afroamericano o latino o mediorentale. Il rapporto anale tra due uomini ha una specificità e delle implicazioni che non sono allargabili al rapporto sessuale tra due donne. Quindi, Bernini ribadisce di voler pensare e praticare una politica che non necessariamente debba essere universalizzante, una politica che non debba per forza includere dentro di sé qualsiasi cosa, mantenendo invece una lettura specificamente maschile del queer proprio per tematizzare una posizione parziale che non mira appunto ad essere universalizzante ma che ha delle specificità propriamente sue; specificità che sono miratamente oscurate, taciute, proprio perché provocano disgusto, repulsione, proprio perché non rientrano nell’immagine acquietata, borghese e rassicurante del gay che può pretendere rispettabilità perché inserito e quasi completamente incluso nei canoni borghesi propri di una società liberale, assumendo il ruolo ben accetto del padre o dello sposo, del cittadino moderno che rinuncia agli aspetti “più scandalosi”, più impolitici della sua sessualità, per conformarsi al modello richiesto da quella stessa società. Società a cui deve chiedere il permesso di “accettazione” e “inclusione”, ma in nome di una “redenzione” da quegli aspetti della propria sessualità che possono disturbare, perturbare il pensiero borghese della società liberale. La critica al pensiero liberale da parte del femminismo italiano ha dato vita ad una retorica della maternità, della cura, della relazionalità, a scapito di altri aspetti, più specifici della sessualità maschile, come appunto la penetrazione anale. Ad esempio, nel dibattito statunitense si è “imposto” il posizionamento teorico che ha privilegiato la teoria della performatività del genere di Butler. Secondo Butler “l’identità di genere è un prodotto dispositivo di sessualità, e la «donna» e «l’uomo» non sono propriamente qualcosa che il soggetto è, bensì qualcosa che il soggetto fa obbedendo a determinate norme sociali. Più precisamente, secondo lei il genere è una ripetizione stilizzata di atti che segue il copione dell’eterosessualità obbligatoria, secondo cui soltanto l’uomo e la donna sono i «veri» generi e solo la loro reciproca attrazione è il «vero» orientamento sessuale, mentre quelle delle lesbiche, dei gay e delle persone transessuali, transgender e intersessuali sono esistenze abiette.

A suo avviso, è tuttavia la natura performativa dell’identità a rendere possibile alle minoranze sessuali un’azione collettiva volta a «dislocare» le norme da cui sono emerse per realizzare società più «vivibili» per tutti”5. Così facendo però Butler secondo gli autori delle teorie queer antisociali passerebbe sotto silenzio il sessuale della sessualità e di fatto non rinuncia all’aspirazione a una società inclusiva in cui il soggetto umano sia perfettamente integrato, riproponendo perciò (sempre secondo questi autori) un ideale liberale di società, per quando opportunamente modificata per rendere le vite di tutti più vivibili. È infatti sicuramente vero che Butler prende di mira il soggetto razionale e sovrano tipico del pensiero politico liberale, contrapponendovi un’etica che si fonda sulla consapevolezza della precarietà della vita che accomuna ogni individuo, della comune vulnerabilità. Per la filosofa americana tale consapevolezza innescherebbe un’etica della responsabilità verso l’altro, proprio perché consapevoli della reciproca e universale condizione di vulnerabilità ed esposizione. Al soggetto utilitaristico, razionale, sovrano ella contrappone quindi un soggetto etico e responsabile, ma di fatto, secondo gli autori delle teorie queer antisociali anche la visione butleriana propone di fatto un universalismo (sebbene a mio avviso sia un universalismo totalmente diverso da quello di stampo neo-liberale) e una concezione della società in cui il soggetto deve aspirare a integrarsi e ad includersi. Secondo Leo Bersani, rappresentante delle teorie queer antisociali, Butler “pensa in fondo l’umano come soggetto in cerca di benessere e integrazione in una comunità delle differenze”6 e riduce la sessualità a “una performance di genere”7, laddove invece Foucault faceva della “sessualità un gioco di potere e di piacere”8.

Secondo i teorici queer antisociali l’abdicazione del soggetto alla propria sovranità (che anche Butler rivendica nella sua etica della vulnerabilità), esiste, ma il soggetto non abdica ad essa per prendersi cura dell’altro, ma per godere dell’altro, in un’ottica di quasi sfruttamento dell’altro. Bersani accusa Butler e Foucault di restare ancorati all’idea di un soggetto liberale (sia il soggetto del piacere di Foucault, che appunto sperimenta altre forme, come il sadomasochismo, ma per procurarsi piacere, sia il soggetto di riconoscimento di Butler), senza invece tematizzare il soggetto propriamente sessuale. Foucault affronta la sessualità come dispositivo di potere: “a partire dal XIX secolo, quando lo Stato assume quelle funzioni che Foucault chiama «biopolitiche», sono educatori, pedagogisti, medici, psichiatri, a produrre sapere sul sesso e al tempo stesso a imporgli una disciplina. Le scienze umane si sovrappongono allora alla precettistica cristiana, la trasgressione sessuale si estende dall’ambito della morale e del diritto a quello della natura, la sessualità si cristallizza in identità sessuali […]. Anche la psicoanalisi, […] appartiene alla storia del dispositivo di sessualità. Che il pastore prometta la salvezza attraverso la liberazione dal desiderio o attraverso la liberazione del desiderio poco importa: il desiderio viene comunque inteso come verità del sesso a cui il soggetto è assoggettato. […] Nella prospettiva aperta da Foucault, invece, la libertà sessuale non consiste nel recupero della verità di un desiderio «naturale» […], né nella liberazione di una molteplicità di desideri che costituirebbero le specifiche verità di ogni singolo, ma nell’uso creativo che ogni essere umano può fare del proprio corpo nella ricerca di piaceri «artificiali», quindi né veri né falsi9. In questo senso Foucault interpreta la pratica sadomaso come una sperimentazione creativa di nuove possibilità di piacere e nuove forme di identità, come un’impresa creatrice capace “di mettere in discussione ruoli codificati e di stabilire relazioni impreviste”10. Ciò che però invece agli autori delle teorie queer antisociali interessa non è l’aspetto storico e fenomenologico della sessualità come dispositivo di potere ma l’“ontologia del di un dato incontrovertibile dell’umano che viene prima di ogni sua collocazione nella storia: di ciò che freudianamente Bersani chiama «il sessuale»”11.

Bersani infatti pensa il soggetto sessuale e nel fare questo torna a Freud. Si tratta del soggetto della pulsione sessuale, che di fatto non è propriamente soggetto, in quanto non agisce ma è agito dalla pulsione sessuale, ne è dissipato: la sua integrità e la sua unità di soggetto vengono momentaneamente distrutte, dissipate appunto, dalla pulsione sessuale che inevitabilmente si lega alla pulsione di morte (Todetrieb). Nella spinta libidica della pulsione il soggetto si disintegra, perde il controllo su sé stesso e sul mondo, così come perde le forme di contatto e relazionalità con l’altro che viene sfruttato come oggetto di godimento. Il soggetto è masturbatorio prima che relazionale nella teoria freudiana e la pulsione sessuale – trieb – è diversa dall’istinto di riproduzione. Il sesso pulsionale è infatti un sesso perverso che non obbedisce all’istinto di conservazione o di riproduzione della specie, e non è neanche una ricerca di piacere, il soggetto della pulsione sessuale non è utilitarista ma masochista: ricerca un godimento al di là del piacer, ricerca una dissoluzione, una disintegrazione, una distruzione o un’umiliazione del proprio sé. la pulsione sessuale è infatti pulsione di morte, provoca la morte momentanea del soggetto che perde il controllo del sé e del mondo.

Qui il sesso ha un carattere perturbante, disturbante, rappresenta la negatività del soggetto e ne va a disturbare la coscienza. Nel Freud dei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) la “pulsione sessuale si sviluppa nell’infante in relazione con le funzioni corporee legate alla sopravvivenza (la nutrizione, la ricerca di calore, l’evacuazione, il bisogno di pulizia) senza tuttavia coincidere con i bisogni biologici. La pulsione sessuale viene infatti inscritta nel corpo dalla stimolazione sensoriali degli organi che rendono queste funzioni possibili, in particolare dagli orfizi attraverso cui avvengono gli scambi biologici tra interno ed esterno (alimentazione, defecazione, minzione ecc…), che sono oggetto di particolare attenzioni da parte dei caretakers. Essa non è quindi innata ma compare come effetto delle esperienze neonatali di relazione con l’altro”12. Laplanche sviluppa ulteriormente questo assunto affermando che il processo di “sessualizzazione delle zone erogene non è immediato, ma ha origine autoerotica: il piacere derivante dalla stimolazione di queste zone del corpo diventa propriamente eccitazione sessuale quando l’infante impara a separarlo dalla funzione vitale, sostituendo l’oggetto reale in grado di soddisfare il bisogno (il seno materno, o altre parti del corpo di chi si prende cura di lui) con la fantasia di tale soddisfazione”. Laplanche insiste sull’ “origine traumatica del sessuale: ancor prima di esser provvisto di un io strutturato e del linguaggio, il bambino è investito da messaggi sessuali enigmatici, eccedenti la sua comprensione, che eccitano il suo corpo e si impiantano in esso senza potersi iscrivere nella sua coscienza. Il suo destino sarà quindi di riprodurre tale eccitazione cercando ogni volta di ottenere ciò che sa sempre gli sfugge, […] in una coazione a ripetere che manterrà uno statuto masturbatorio anche quando si rivolgerà nuovamnte agli altri”13.

La pulsione viene dunque intesa “come ferita dell’io, come minaccia all’integrità psichica. Come forza che, anche quando erompe nella sfera sessuale, riconduce il soggetto allo stato di passività che più gli è familiare (l’esposizione originaria del neonato all’arbitrio del mondo esterno da cui assolutamente dipende). La pulsione come fantasia di dissoluzione del sé, che anche quando è sessuale spinge il soggetto verso la morte – intesa non più freudianamente come ritorno all’inorganico, ma laplancheanamente come temporaneo disfacimento dell’unità dell’io. È questa concezione della pulsione, intesa assieme come masochismo primario e narcisismo masturbatorio, che Bersani rielabora14.

(Continua...)

1 www.notiziegeopolitche.net
2 L. Bernini, Apocalisse queer. Elementi di teoria antisociale, p. 27
3 L. Bernini, op. cit., p. 26.
4 Ivi, p. 27
5 Ivi, p. 51
6 Ivi, p. 52
7 Ibidem
8 Ibidem
9 Ivi, p. 31
10 Ivi, p. 33
11 Ivi, p. 37
12 Ivi, p. 40
13 Ivi, p. 41
14 Ibidem

Ultima modifica il Giovedì, 07 Luglio 2016 22:49
Chiara Del Corona

Nata a Firenze nel 1988, sono una studentessa iscritta alla magistrale del corso di studi in scienze filosofiche. Mi sono sempre interessata ai temi della politica, ma inizialmente da semplice “spettatrice” (se escludiamo manifestazioni o partecipazioni a social forum), ma da quest’anno ho deciso, entrando a far parte dei GC, di dare un apporto più concreto a idee e battaglie che ritengo urgenti e importanti.

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