Domenica, 30 Giugno 2013 00:00

Sola va mi condena - Le Prinçesa di Pep Bonet

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“Cafetina”: un termine che sembra richiamare alla mente sconfinate piantagioni di caffè; ma se la storia raccontata nelle immagini di “All imperfect things” di Pep Bonet fosse un caffè, sarebbe certamente quello dal sapore più amaro.

Nero e bollente, come solo certe notti di Rio de Janeiro sanno essere. Fotografo pluripremiato, Bonet è cofondatore di NOOR – agenzia fotografica specializzata nei temi dei diritti umani e del reportage sociale – per la quale ha documentato la vita delle prostitute transgender brasiliane, sulle strade e nei club. La vicenda delle comunità transessuali di Rio de Janeiro e Fortaleza si lega a doppio filo con quella riguardante l'AIDS, alla quale Bonet si è interessato nel recente passato. “Anche quando sono arrivato in Brasile avrei dovuto occuparmi di HIV e AIDS, ma appena sono entrato in contatto con la comunità transessuale mi sono reso conto d'avere davanti una storia di diritti umani, discriminazione e omofobia e così ho cambiato il tema portante del progetto. L'ho intitolato All imperfect things, perché la vita non può mai essere perfetta per queste persone: devono sempre affrontare questioni di identità e discriminazione, cui si somma il rifiuto delle loro famiglie e della società brasiliana”.

L'attivismo politico dei transgender ha origini piuttosto recenti e da ricercarsi all'interno del movimento LGBT (“Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender”)  a differenza delle mobilitazioni in difesa dei diritti degli omosessuali, che affondano le loro radici nel lontano 1970. Diversamente dai gay e dalle lesbiche, i transessuali hanno sempre incontrato maggiori difficoltà nel conquistare anche i più elementari tra i diritti fondamentali ed una qualche forma di accettazione pubblica. La situazione disastrosa dei transgender, sia a livello politico che a livello sociale, potrebbe risultare alleviata se anche solo una parte di loro ambisse a professioni quali quella di legale o di medico. Tuttavia la formazione culturale, già resa ostica da numerose e variegate forme di discriminazione, è ostacolata dal dato oggettivo in virtù del quale molti non sono disposti ai sacrifici richiesti da un grado d'educazione superiore. Dedicarsi agli studi anelando ad una sovversiva scalata della piramide sociale viene in realtà concepito come una fatale perdita di tempo, nonché degli anni migliori (in termini di rimuneratività lavorativa) a loro disposizione.

Contrariamente alle professioniste di sesso femminile che godono di un ampio ventaglio di scelte professionali (vari tipi di locali notturni, bordelli, pubblicità sulle riviste e su internet), i transessuali sono soventemente sfruttati nella prostituzione su strada o relegati nei bordelli di fascia bassa, altrimenti noti come “privé”. Della loro gestione si occupa una “cafetina”, la figura più anziana di tutto il gruppo: corrispondente alle "maman" della prostituzione nigeriana, lucra sul lavoro di ogni sua “filha” (figliola). Spesso, infatti, i transgender vengono espulsi dai propri nuclei familiari in età precoce ed il rapporto che va ad instaurarsi con la cafetina (in questi casi denominata anche “madrinha”) ricalca fedelmente quello di stampo genitoriale. In un ambiente dominato dal legame diretto e matriarcale tra sfruttatore e sfruttato, risulta semplice immaginare come l'obiettivo di una macchina fotografica non sia naturalmente visto di buon occhio. Lo stesso Bonet ammette: “A Rio è stata molto dura. I primi due giorni non ho scattato niente, perché non avevo i contatti giusti. Ho lavorato sodo per guadagnarmi la fiducia delle persone. Come per ogni storia, l'80% del lavoro è stato trovare gli accessi. Quello che ho vissuto mi ha scioccato, quindi è comprensibile che le persone possano trovare scioccanti anche le mie immagini. Mostro un piccolo pezzo di realtà, come io l'ho interpretato. Penso che la fotografia debba far sentire qualcosa ed un'immagine davvero forte, di solito, rimane in mente”. A proposito dell'essersi trovato coinvolto in situazioni delicate, continua: “I gay club di Rio sono pieni di artiste transessuali, travestiti, trasformisti e professioniste del sesso ma ho fotografato anche sulle strade, che erano abbastanza pericolose. In Fortaleza ho fotografato in quelli che sono considerati cinema gay. E' quasi impossibile entrare ed uscire da questi posti con delle immagini. Devi conoscere persone di cui puoi fidarti e loro vogliono sapere perché scatti fotografie. A volte, se una persona ti permette di fare foto, anche le altre dicono di sì; ma funziona anche al contrario: se una dice no, altre si accodano. Questi cosiddetti cinema, in realtà, sono club underground pieni di ogni genere di strano personaggio. Vengono proiettati i film e ci sono le salette dove le persone possono fare sesso. Sapevo di dover trovare un modo per poter accedere alle scene più radicali. In un'occasione, una transessuale che ho conosciuto stava per incontrare un cliente, così le ho chiesto se potevo entrare nella stanza con lei. Al cliente stava bene che io facessi foto. Stare in quei posti, però, è stressante. Miriadi di persone ti fissano perché vogliono qualcosa da te”.

Ma come si entra nel giro e perché? In ultima istanza, chi trae vantaggio da tutto questo e come? La molla che spinge i transgender sulla via dello sfruttamento è, nella gran parte dei casi, il sogno della riattribuzione chirurgica del sesso: “Sono nati uomini e vogliono essere donne, ma la società non riconosce loro gli stessi diritti di tutti gli altri. Questo è il messaggio. Io sto dalla loro parte”. Il fenomeno non interessa unicamente il Brasile, poiché di frequente le cafetinas costringono le loro sottoposte a dei veri e propri “viaggi della speranza” che hanno come destinazione finale soprattutto il Vecchio Continente: dalla Svizzera alla Germania, dal Portogallo all'Italia. Soltanto nel nostro Paese i transessuali sono quarantamila e, cifre alla mano, uno su quattro sopravvive grazie alla pratica della prostituzione. Ad inchiodarli, una volta entrati nel giro, ci penserà la catena del debito contratto già nel Paese d'origine. Nella prostituzione delle trans straniere tutto ha un prezzo: dal viaggio, alla piazzola sul marciapiede, al trasporto sul posto di lavoro. A queste si aggiungono le spese per il silicone e gli interventi estetici. Per fianchi, glutei e seno si ricorre alla chirurgia clandestina delle cosiddette "bomabeire" e la spesa media per un intervento si aggira intorno ai 3.500 euro. Come si può facilmente intuire, quella della chirurgia fai-da-te è una pratica affatto priva di rischi. Le bomabeire – anche loro transessuali e detentrici di questo “mercato sotterraneo” – iniettano a basso costo il silicone liquido nei fianchi e nei glutei, in modo da riprodurre al meglio le fattezze estetiche femminili. Sono interventi estremamente pericolosi dal momento che il silicone liquido, col tempo, tende a scivolare lungo il corpo e ad infiltrarsi nei tessuti organici, azzerando le possibilità di venire rimosso.

Forti di una tematica complessa ma senza cedere al perverso ed abusato gusto della commiserazione, le immagini di Pep Bonet riescono ad essere spontanee, ruvide ed allo stesso tempo tenere. “Credo che le storie di maggior successo siano quelle che ti fanno perdere il sonno ed io ero ossessionato da questo progetto. Credo fermamente nel punto di vista del fotografo e nella potenza della fotografia. Spero che le mie immagini parlino da sole”. Disarmante ammirare la maniacale attenzione riversata sulla cura del proprio corpo, quello stesso corpo deformato da disumane dosi di ormoni e silicone. 


Gli effetti combinati di discriminazione, umiliazione, totale assenza di istruzione ed isolamento dal resto della società, provocano un enorme stress emotivo sui transgender. Tristemente nota alle cronache fu la vicenda di Fernanda Farias De Albuquerque, fuggita dalla casa materna – dov'era vittima di abusi sessuali dall'età di sette anni – per cercare fortuna prostituendosi sulle strade delle grandi città brasiliane e, in seguito, in Italia. Prinçesa, questo il suo soprannome, venne rinchiusa nel carcere di Rebibbia con l'accusa di tentato omicidio nei confronti della sua sfruttatrice. Qui conoscerà Maurizio Jannelli, ex brigatista ed anche lui carcerato, promotore di progetti letterari dei detenuti. Scriverà un romanzo che recherà il suo nome, andando così ad ispirare la traccia d'apertura di “Anime salve”, ultimo album e testamento spirituale di Fabrizio De André. Sarà rimpatriata in Brasile e lì morirà suicida nel 2000, abbandonando questo mondo sulla soglia di quel nuovo millennio che qualcuno definì, con felice intuizione, un medioevo tecnologico. Se ciò volle dire fuggire, se quella non fu altro che vile rassegnazione opposta al destino avverso e beffardo che la vita aveva tenuto in serbo per lei, “lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”.
 

“[...] e io davanti allo specchio grande, mi paro gli occhi con le dita

a immaginarmi, tra le gambe, una minuscola fica.”

( “Prinçesa” – Fabrizio De André)

Immagine tratta da pepbonet.com

Ultima modifica il Lunedì, 29 Gennaio 2018 11:28
Davide Barbera

Classe 1988, nasce a Trapani, sotto il sole raggiante che bacia la costa occidentale della Sicilia. Grazie all'influenza del padre si appassiona alla fotografia, passione che spesso prende le sembianze di una vera e propria ossessione con la quale tediare chiunque capiti nel suo raggio d'azione. Toscano d'adozione, attualmente studia fotografia presso la Libera Accademia di Belle Arti di Firenze. Confidando nelle proprietà del buon vino, che inscindibilmente lo accompagna fin dall'anagrafe, rassicura se stesso e chi gli sta accanto asserendo che migliorerà invecchiando.

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