Lo scorso Ferragosto un cercatore di funghi, addentratosi nei boschi attorno a Pinzolo (nel parco naturale provinciale dell'Adamello-Brenta, provincia autonoma di Trento), avvista due cuccioli d'orso. Invece di fare quel che dovrebbe e che è facile sapere (anzi, è difficile non sapere), cioè allontanarsi con discrezione nella direzione da cui è venuto, fa quel che farebbe un predatore: si apposta dietro un albero a osservare gli orsetti. Mamma orsa, sempre nelle vicinanze dei suoi piccoli, per sventare la minaccia del predatore lo spaventa. Perché un orso, se lo vuole, ha più che la capacità di ferire gravemente o uccidere un uomo; ma quel che fa l'orsa in questo caso – caricarlo brevemente, dargli una zampata sulla schiena e un morso a uno scarpone – è veramente solo un'intimidazione (pesante, certo, data la stazza dell'orso), evidentemente rivolta ad un predatore giudicato non poi così temibile.
Al pronto soccorso, il cercatore di funghi racconta di essere stato aggredito da un'orsa, non rendendosi conto che sta raccontando di averla provocata e di essere per contro stato trattato anche troppo bene.
Le agenzie stampa rilanciano la notizia, classica cronaca estiva; ma, da una storia già autoconclusasi per il meglio, sorge l'isteria collettiva. Dichiarazioni autorevoli come quella dell'Assessore Provinciale all'Agricoltura alimentano becere polemiche sugli animali "pericolosi", strizzando l'occhio anche ad agricoltori e allevatori locali che da quegli animali si ritengono danneggiati; per l'orsa scatta il piano di cattura, previsto dalla legge provinciale solo in casi di comportamento pericoloso e anomalo; si parla di abbattimento in caso di rischi per gli operatori durante la cattura; girano voci di abbattimento a prescindere; si discute di ricollocamento in un'area più idonea, comunque separando l'orsa dai cuccioli, che sarebbero forse cresciuti in cattività in un centro apposito. Emerge palesemente che il piano di cattura è scattato prima di avere le idee chiare; e che, mentre Daniza (questo il nome dell'orsa) evita tutte le trappole finora tesele, non c'è particolare interesse a chiarirsi le idee.
Sia detto anzitutto che il comportamento di Daniza è stato tutt’altro che anomalo, a meno che per anomalo non si intenda che non ha fatto gravemente del male all’uomo; né è corretto affermare che abbia dimostrato di “non temere” l’uomo. Se ha minacciato il cercatore di funghi, piuttosto, è stato proprio per paura: per i propri piccoli, che è la massima e unica paura conosciuta da un’orsa con prole. Animali prodighi di cure parentali come gli orsi sono naturalmente disposti a qualsiasi cosa, anche rischiare la propria vita attaccando per primi un potenziale predatore, per proteggere la prole; un meccanismo piuttosto utile biologicamente, dato che favorisce la perpetuazione della specie.
In secondo luogo, per Daniza e suoi cuccioli non c’è luogo più idoneo di quello in cui già si trovano. L’orso bruno, naturalmente presente nei boschi alpini, ha visto la propria popolazione contrarsi drasticamente nel corso dell’ultimo secolo, fino ad una presenza esigua e ristretta nel solo Trentino occidentale negli anni ’90. Nel 1999 è iniziato il ripopolamento introducendo esemplari provenienti dalle foreste balcaniche, tra cui Daniza, con il progetto Life Ursus. Negli anni 2000 gli orsi introdotti hanno iniziato a riprodursi, segno di un buon adattamento alle aree scelte per il ripopolamento, tra cui il parco naturale dell’Adamello-Brenta; all’ultimo censimento risultava una trentina di esemplari nella popolazione trentina.
È bene sottolineare che l’equilibrio dell’ambiente in questione necessita della presenza di orsi (come predatori, come competitori per le risorse, come calpestatori di vegetazione, come ospiti per parassiti – insomma nella varietà di ruoli che una specie può avere in un ecosistema); e di quell’equilibrio ecologico anche la nostra specie beneficia, in qualità della vita e salute, ma anche in ricchezza ambientale favorevole per attività produttive come agricoltura e allevamento. Tuttavia, nel breve arco temporale in cui l’ecosistema non si riassestava per la vertiginosa scomparsa degli orsi, la percezione umana dell’ambiente, anche in relazione alle attività produttive, è cambiata radicalmente. Di questo il lancio e lo sviluppo di Life Ursus non hanno tenuto conto, ignorando una componente inevitabile e rilevantissima dell’ambiente di reintroduzione degli orsi: la specie umana.
Come esemplificato dal cercatore di funghi e a più riprese denunciato da tante voci anche importanti, tra cui quella dell’artista di montagna Mauro Corona, le persone non sanno più andare sui monti, non lo si insegna più. E così non si ha cura di verificare se nella zona dove si andrà a funghi ci sia l’orso; o, se c’è l’orso, di sapere come comportarsi. Allo stesso modo, non si misurano le escursioni e le scalate sulla propria preparazione, non si controlla l’attrezzatura, non si tiene d’occhio il meteo; e c’è chi muore assiderato bloccato da un ghiacciaio, perché non ha i ramponi. Eppure a nessuno verrebbe in mente di prelevare il ghiacciaio e ricollocarlo in un luogo più idoneo.
Come classicamente contro i lupi, vediamo insorgere allevatori e agricoltori contro gli orsi, colpevoli in buona sostanza di comportarsi da orsi e così danneggiarli.
Il contraltare è completamente lasciato alle organizzazioni ambientaliste e animaliste, in molti casi le stesse che si contraddistinguono anche per gravi mistificazioni scientifiche e posizioni contro la ricerca.
In questo fuoco incrociato, le istituzioni da un lato legiferano anche contro il buonsenso e la salute collettiva pur di assecondare velleità irrazionali di supposta protezione animale (ad esempio con il recepimento restrittivo, che di fatto colpirà la ricerca nel nostro Paese, delle normativa europea sulla sperimentazione animale), dall’altro si prestano alla caccia all’orsa anche in deroga alle normative per la conservazione di specie protette. Non si attivano invece a spiegare che la convivenza tra specie significa anche recinzioni migliori e cani da pastore; perché la terra è anche dell’orso, e abbiamo un po’ più bisogno noi dell’orso (e di quel bell’ambiente così adatto ai nostri allevamento) di quanto lui non ne abbia di noi.
E il patrimonio naturalistico che dovremmo tutelare, perché ci arricchisce in ogni senso, fa la fine del biacco incappato in Calderoli.
Immagine tratta da: www.improntaunika.it