Lunedì, 17 Luglio 2017 00:00

Siamo tutti Charlie (Gard)

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Da tempo ormai tiene banco la storia di Charlie Gard, bambino inglese con una grave patologia a cui i medici vogliono staccare la spina, nonostante l'opposizione dei genitori.

Pur capendo l'immenso dolore di un padre ed una madre che devono dire addio al loro amato figlio, credo che la decisione dei medici debba essere rispettata, ma che a maggior ragione sia giusto spegnere i riflettori sulla vicenda e soprattutto che si debbano evitare le speculazioni filosofico-morali (o religiose) sul caso.

L'unico criterio da seguire è il benessere dell'interessato, di Charlie. Dobbiamo capire (ovvero, devono capire i medici e magari i genitori) quale sia la strada migliore da percorrere per garantirgli la miglior qualità di 'vita' possibile. Sì, il concetto cardine è la 'qualità di vita': chiediamoci, cosa se ne farebbe il bambino di continuare la propria esistenza attaccato a delle macchine senza poter in nessun modo essere protagonista del suo destino?

Secondo questo ragionamento la soluzione sembrerebbe semplice: staccare la spina. Adesso. Senza perdere tempo. Infatti sembrerebbe logico pensare che un bambino così piccolo ancora non abbia consapevolezza di esistere, quindi non possa avere paura di morire. Sarà lo stesso fra cinque/dieci anni? Sicuramente no. E allora, perché indugiare? Purtroppo interrompere la vita di un bambino non è come togliere le pile a Baby Mia... entrano in campo tanti (troppi?) fattori.

Intanto, inevitabilmente, vanno considerati i sentimenti dei genitori, che non 'se la sentono' di fare a meno del loro bambino. Poi, cosa da non sottovalutare, è vero che non possiamo 'mettere la mano sul fuoco' su quale potrà essere la vita futura di Charlie. Magari, ce lo auguriamo tutti, la scienza farà dei grossi passi avanti e riuscirà a guarire la malattia del bambino.

Allora che fare? Personalmente ritengo che si debba decidere basandosi su dati scientifici e certi, su quelli in nostro possesso adesso, quindi sull'hic et nunc. Adesso il dato di fatto è che la malattia che ha colpito Charlie non lascia via di scampo e, soprattutto, non permette di vivere, riducendo il tempo ad una mera sopravvivenza prettamente fisica. Ritengo che non sia umano ritardarne la condanna a morte, nella remota speranza di un non ben precisato e forse impossibile miglioramento futuro. Ma poi, se mai questo miglioramento potrà avvenire, di che tipo di progresso si parlerebbe? Il bambino potrà parlare, camminare, andare a scuola? O potrà soltanto respirare autonomamente? Non possiamo saperlo. Tutto ciò che abbiamo 'in mano' sono le immagini strazianti di un bambino attaccato ad una macchina, dipendente da una macchina. Come possiamo arrogarci il diritto di scegliere per lui, di stabilire che la sua sia vita? O comunque che la sua sia una vita piena, degna di essere vissuta. Certo, è ben vero che in questo momento lui non è libero di dire che preferisce morire, ma non dice nemmeno il contrario. E soprattutto, probabilmente non potrà dirlo neanche "da grande". Quindi prima o dopo sarà qualcun altro a dover 'fare la l'ultima mossa'.

Dal momento che, come sostenevo all'inizio, adesso Charlie non capirebbe di star morendo, probabilmente la decisione definitiva deve essere presa adesso, senza ulteriori tentennamenti, che sarebbero dannosi, dolorosi, anche per le due parti in causa 'senzienti': il papà e la mamma di Charlie. Credo infatti che sia un'agonia infinita stare accanto ad un figlio, vederlo soffrire (o per lo meno in una situazione di sofferenza), sapendo che sarà tutto fine a se stesso.

Concludendo, posto che una persona non soffre quando non esiste (e un morto non esiste), il momento è adesso: è inutile stare a girarci intorno. I medici devono essere lasciati liberi di fare il loro lavoro, di agire nel superiore interesse del paziente: il superiore interesse di Charlie in questo momento è smettere di soffrire.

Magari il tempo ci darà torto, magari si troverà la cura. Ma allora potremo 'salvare' i futuri Charlie: per quello presente i tempi non sono maturi, non possiamo chiedergli di aspettare decenni (ammesso che bastino) sperando nel progresso della scienza. Soprattutto perché non possiamo dire con certezza di che entità sarà questo progresso.

Se "la vità è un dono" non si capisce perché alcuni ricevano la Mercedes nuova di zecca e altri la Panda scassata!


 

Immagine liberamente tratta da www.bbc.com

Ultima modifica il Venerdì, 14 Luglio 2017 11:36
Elena Papucci

Nata a Firenze il 17 novembre 1983 ha quasi sempre vissuto a Lastra a Signa (dopo una breve parentesi sandonninese). Ha studiato Lingue e Letterature Straniere presso l'Università di Firenze. Attualmente, da circa 5 anni, lavora presso il comitato regionale dell'Arci.

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