Martedì, 17 Novembre 2015 00:00

La tragedia di Parigi e la comunicazione monodirezionale

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La tragedia di Parigi e la comunicazione monodirezionale

Che sia perché in assenza di un sistema di informazione degno di questo nome che tutti noi ci sentiamo in dover diffondere il proprio verbo personale? O forse perché semplicemente il buon Umberto Eco un po’ di ragione ce l’aveva pure lui? Resta comunque il fatto che da venerdì scorso, in seguito al massacro perpetuato a Parigi, in centinaia, forse in migliaia si sono sentiti in obbligo di far conoscere al mondo il loro pensiero.

Abbiamo assistito al formarsi di svariate categorie. Quelli che “Restiamo umani”, quando il commento più appropriato è stato quello del nostro Capizzi che ha sottolineato come sarebbe meglio restare vivi piuttosto che umani. Quelli che, non si capisce bene in base a quale necessità, invocano una presa di posizione da parte dei musulmani. Poi ci sono i razzisti e quelli che si scagliano contro i razzisti, quelli che riprendono Libero e Balpietro e la Fallaci e quelli che attaccando Libero, Belpietro e la Fallaci parlano esattamente di Libero, Belpietro e Fallaci. Infine ci sono quelli che “Ah! Io l’avevo detto! Chi semina guerra raccoglie tempesta”.

Io credo che sinceramente avremmo tutti bisogno di un bel bagno di realismo. Sono anni che viviamo affacciati sullo stesso scenario, che si ripete quasi ciclicamente ma con conseguenze sempre più devastanti: il Medio Oriente è da sempre stato utilizzato esclusivamente al fine di soddisfare gli interessi delle nazioni occidentali. Da mesi è possibile leggere sul Sole 24 Ore di come il regime di Erdogan sia non solo strumentale ma addirittura collaborativo nei confronti dello Stato Islamico. Sono la prima io a leggere analisi, a cercare dati ed interconnessioni. Ma forse il vero compito della sinistra in un momento tragico come questo dovrebbe essere quello di tentare di ricostruire la difesa partendo dalle fondamenta.

Detto molto banalmente, dobbiamo riuscire a mettere le persone davanti alle proprie responsabilità: dobbiamo far capire loro che questo scempio che sta letteralmente bruciando il mondo altro non è che il frutto diretto delle scelte perpetuate dai governi che NOI abbiamo votato. Troppo facile restare tra di noi, militanti e con gli strumenti (e nemmeno sempre se si sta a guardare le fonti da cui attingiamo le nostre informazioni) per analizzare la realtà in modo più ampio ed indipendente, ad indignarci per quanto faccia schifo l’imperialismo. La sfida vera sta nel capire come fare affinché questa indignazione diventi maggioritaria nella società. Come si fa a fare in modo che una donna di cinquant’anni ad esempio, elettrice storicamente di sinistra ma con deviazioni pentastellate e che, informandosi solo attraverso i media principali, la política estera non sa nemmeno dove stia di casa, capisca come le sue scelte alle urne siano direttamente collegate a quello che sta succedendo?

Da quando il mondo bipolare è finito, portandosi dietro tutte le sciagure che tutti noi conosciamo bene, ciò che ci manca è una visione di classe che permetta a tutti di collegare assieme i problemi che si hanno sul lavoro con quello che accade anche nell’angolo più remoto del pianeta. E a chi spetta la ricostruzione di questa coscienza, di questa consapevolezza, se non a coloro che si dicono di sinistra?

Il compito non è di certo facile, perché passa dalla formazione di una collettività che è andata quasi totalmente distrutta negli ultimi anni. E  non è facile nemmeno, come abbiamo detto più e più volte, per limiti oggettivi (irrilevanza comunicativa) ma anche per errori soggettivi, tra i quali spicca quello di non porsi assolutamente il problema di far arrivare il messaggio che vorremmo lanciare. Oramai sto diventando monotematica, ma se forse coloro a cui parliamo non riescono proprio a capire quello che diciamo, forse sta a noi porci il problema di come farlo arrivare questo messaggio. Ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni è molto complesso: mette insieme le conseguenze più dirette del capitalismo e quelle dell’imperialismo che ancora oggi alcuni di noi vivono, le svariate crisi con l’assenza totale di un’alternativa credibile, la mancanza di riferimenti chiari e il sentirsi dire che è meglio continuare a guardarsi l’ombellico. L’individualismo e la distorsione della realtà che caratterizzano la società (europea non so a che livello, italiana di sicuro) ci portano all’illusione che un post su Facebook o il commento sul sito di un quotidiano on line possano in qualche modo influenzare la situazione.  Dovremmo provare ad uscire da questo isolamente in cui la comunicazione è unicamente monodirezionale insegnando alle persone a porsi delle domande (ed in questo è inutile che io sottolinei il ruolo fondamentale di un’istruzione di qualità) ed a trovare assieme le risposte, dovremmo abituarci alla complessità che è intrinseca di questo mondo senza però scadere nel complottismo. Dobbiamo capire come rendere accessibile a tutti collegamenti ed analisi che ad alcuni possono risultare banali: la complessità del mondo è qualcosa con cui dobbiamo re-imparare a relazionarci come classe.

Credo che il periodo buio che stiamo vivendo potrebbe essere un’ottima occasione per tornare a dire quacosa di incisivo, che possa fare breccia nelle menti di coloro che ci sono fino ad oggi inavvicinabili: sta solo a noi capire come.

Ultima modifica il Lunedì, 16 Novembre 2015 17:05
Diletta Gasparo

"E ci spezziamo ancora le ossa per amore
un amore disperato per tutta questa farsa
insieme nel paese che sembra una scarpa"

Cit.

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