Mercoledì, 12 Agosto 2015 00:00

Otello di Rossini alla Scala, atteso dal 1870

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Dopo più di mezzo secolo è tornato al Piermarini l'"Otello" di Gioacchino Rossini, che era stato del tutto soppiantato da quello ben più celebre di Giuseppe Verdi.

L'opera del 1816 è un vero gioiello del melodramma ottocentesco italiano, connubio felicissimo tra musica e teatro. Il libretto, in verità non eccezionale, è del marchese Berio di Salsa su una versione in prosa del Ducis.

Il soggetto è lo stesso di Shakespeare, fondato sulla tradizionale leggenda del "Moro di Venezia", sebbene con importanti rimaneggiamenti. Jago non è più l'antagonista principale, sostituito da Rodrigo promesso sposo incorriposto di Desdemona. Otello è figura in divenire, insicuro e iroso, più che geloso. Infine, ad innestare il sospetto in Otello non è più il celebre fazzoletto (come ci ha ricordato Scarpia, nella Tosca di qualche settimana fa), bensì un biglietto d'amore intercettato a tradimento da Jago. Ulteriori piccole differenze distanziano nei particolari e nei dettagli il dramma dall'Otello di Shakespeare, senza stravolgerne però la trama.

Una storia di incomprensioni, disonore e tradimenti, non tanto di gelosia, che si conclude come ogni melodramma, con la morte degli amanti. Il primo a cadere è Rodrigo, ucciso in duello da Otello alla fine del secondo atto, preannuncio di un domino di morte che alla fine dell'opera lascerà senza vita Desdemona, accoltellata da Otello, che si toglie a sua volta la vita in conclusione della tragedia.

Il finale truce e funesto, pertinente col prototipo shakespeariano, non fu gradito al pubblico dell'epoca e Rossini ne approntò, per ogni evenienza, uno felice in cui Otello e Desdemona riappacificano gli animi e giurano eterna fede.

La fortuna di questo capolavoro, con entrambi i finali, fu clamorosa e indiscussa in tutto il mondo. Il crescendo di tensione musicale e drammatica dal primo al terzo atto è tutt'ora vibrante d'emozioni e rimangono eccezionali alcune arie e alcuni numeri musicali, ancora oggi normalmente eseguiti a se stanti.

L'opera omonima di Verdi del 1887 scalzò il titolo rossiniano da tutte le scene, rinnovando il mito del Moro con una musicalità più adeguata ai gusti del tempo. Un destino infelice e ingrato, che ha sepolto l'Otello di Rossini nell'oblio fino alla metà del XX secolo, quando con la "Rossini Renaissance" è stato riscoperto e rivalutato.

Alla Scala mancava dal 1870 ed averlo rimesso in cartellone è stato senza dubbio un evento epocale. Tuttavia le forti aspettative sono state deluse da una regia inconsistente e un cast debole.

Se la direzione di Muhai Tang è stata pregevole e pulitissima, talmente chiara da riuscire a far emergere i colori delle famiglie strumentali e così melodica da sottolineare con garbo e puntualità le dinamiche della partitura, l'idea registica di Jürgen Flimm non è stata affatto all'altezza dell'occasione.

Un regista esperto e navigato come Flimm è caduto su un titolo che non richiede grandi sforzi immaginativi. Troppi grossolani "errori" hanno riscosso il parere nettamente negativo della critica.

Il déjeuner sulla spiaggia con un'infinità di sedie pieghevoli e vera sabbia è un colossale pasticcio rumorosissimo e scomodissimo. Ad ogni mossa dei cantanti lo scricchiolio dei granuli distrae e innervosisce. Per ogni spostamento, entrata e uscita, occorre ricollocare le sedie, la cui funzione pare solo quella di dare da fare ai cantanti.

Tavolate e sedie restano in scena dall'inizio alla fine, una noia mortale.

Il Doge decrepito è sempre accompagnato da due giovanette avvenenti, senza alcun ragionevole motivo.

L'atmosfera generale è una miscela di grottesco e serioso. Strette di mano da ghetto in un ambiente cosi austero e decadente in cui le luci bianche fanno da contraltare agli abiti neri.

I movimenti dei personaggi sono quasi sempre concitati oltre il necessario. Gli elementi di scena superflui si sprecano: un grosso corano sul tavolo, una lavagnetta a gesso sulla sinistra, caschi di fiori, mazzi di lettere che vanno a fuoco, la sabbia ramazzata e bagnata (con grande chiasso), una corda per delimitare il terreno/spiaggia, una gondola portata a mo di cassa funebre, un'arpista sospinta da un mimo a fatica e a scatti sulla spiaggia mentre suona su un carrellino...

Il finale è tragicomico: le quinte di plasticone trasparente, da macelleria, che delimitavano la porzione di palco intressata dall'azione, e che lasciavano intravedere ampie vedute del "retro" in cui cantanti e maestranze del Teatro vengono sorpresi al lavoro (forse che Flimm si aspetti un palco sgombro da macchinisti, elettricisti, coristi, ecc...?), cadono a terra, col solito ingiustificato fragore, denudando definitivamente il palco, prima buio e poi illuminato, e sostituite da un fondale gigantografico con grattacieli da metropoli postapocalittica.

I costumi non sono da meno. Vittoriani e austeri quelli del coro. Corazze panciute e fuori tempo massimo per i protagonisti principali. Una vestaglia da Papagena sbiadita, con piumaggio rovinato e rattrappito per Desdemona, che nel finale trova il modo di cambiarsi in una vestaglia orientaleggiante.

Di una regia così insopportabile si puo salvare solo l'intuizione generale di riambientazione delle vicende in un'epoca diversa da quella del libretto, scelta che però resta tutta da motivare con valide ragioni.

Poco convincente anche il cast. Scarsamente incisivi gli interpreti secondari, che passano inosservati, il gondoliere di Sehoon Moon, giovane solista dell'Accademia del Teatro alla Scala, e i seguaci di Otello Baronchelli, Bussolini, Paccagnini e Alaino.

Sopra le righe, quasi fuori ruolo, il Doge di Nicola Pamio e l'Emilia di Annalisa Stroppa, fin troppo brava.

Scurissimo e ottimo l'Elmiro del basso Roberto Tagliavini, eccellente nella parte.

Per la carrellata di tenori comprimari si distingue solo Juan Diego Florez, un fuoriclasse del canto, relegato nella parte di Rodrigo a cui però riesce donare un colore sublime e lirico, per quanto leggero nella tessitura.

Chiarissimo, ma poco espressivo, Edgardo Rocha nel ruolo di Jago, già frequentato dal tenore.

Del tutto insufficiente il protagonista eponimo Otello, impersonato da un Gregory Kunde senza voce, strozzato, impacciato nelle coloriture e in generale debolissimo nel sostenere la vocalità. Un Otello afono e inespressivo.

Molto bene Olga Peretyako, Desdemona, che ha dovuto esibirsi in un contesto a dir poco complicato.

Mai assortimento di questo tipo fu più infelice: il cast non ha funzionato, l'esito è stato da recita di fine corso.

Un peccato che la Scala abbia bruciato un'opera del tutto sconosciuta ai milanesi, con un allestimento davvero deprecabile e scadente. Speriamo che il buon Rossini venga riscattato dal Barbiere di Siviglia della storica produzione di Ponnelle previsto ad agosto.

 

 

 

 

Ultima modifica il Lunedì, 10 Agosto 2015 15:30
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