Martedì, 23 Luglio 2013 00:00

Filosofia e politica, una riflessione a partire da Gramsci

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"..Poiché anche solo nella minima manifestazione di una qualsiasi attività intellettuale, "il linguaggio", è contenuta una determinata concezione del mondo, si passa al momento della critica e della consapevolezza, cioè alla questione: è preferibile "pensare" senza averne consapevolezza critica, in modo disgregato e occasionale, cioè "partecipare" a una concezione del mondo "imposta" meccanicamente dall'ambiente esterno, a cioè da uno dei tanti gruppi sociali nel quale ognuno è automaticamente coinvolto fin dalla sua entrata nel mondo cosciente (...) o è preferibile elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del cervello, scegliere la propria sfera di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accettare passivamente dall'esterno l'impronta alla propria personalità?

Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche conformismo, si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi. La questione è questa: di che tipo storico è il conformismo, l'uomo-massa di cui fa parte? Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una molteplicità di uomini-massa, la propria personalità è composita in modo bizzarro: (...) pregiudizi di tutte le fasi storiche passate grettamente localistiche e intuizioni di una filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Criticare la propria concezione del mondo significa dunque renderla unitaria e coerente. (...) L'inizio dell'elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un "conosci te stesso"come prodotto del processo storico finora svoltosi. (…) Creare una nuova cultura non significa solo fare individualmente delle scoperte "originali", significa anche diffondere criticamente delle verità già scoperte, "socializzarle" e pertanto farle diventare base di azioni vitali, elemento di coordinamento e di ordine intellettuale..."

Queste parole sono di Antonio Gramsci, scritte nel 1932-1933 ma potrebbero benissimo riadattarsi ad oggi. Siamo uomini-massa, uomini collettivi, facenti parte di un conformismo sempre più “conformizzato”, omologato, massificato, reso anonimo e opaco, in cui qualsiasi individualità, originalità, autonomia mentale, visione personale della vita, indipendenza del pensiero, sfumatura interiore (ed esteriore) sbiadiscono in un non-colore, uno spazio bianco abissalmente impenetrabile, una terra di nessuno, in cui i tutti si sentono “tutti” ma al prezzo di diventare un “tutti-nessuno”, un tutto che di fatto non è che un niente pallido.

Il mondo di cui facciamo parte accade e basta, si muove intorno a noi e noi non giriamo insieme con esso, non vi partecipiamo. Lo lasciamo accadere e scorrere davanti, come le immagini dei sempre più infiniti e nuovi schermi (tv, computer, insegne dei negozi, pubblicità gigantesche...) che sfilano dinnanzi ai nostri occhi, sempre più vacui, vuoti, sempre più incapaci di meravigliarsi, di sorprendersi, di sconvolgersi. Siamo diventati spettatori. Spettatori passivi di immagini mediatiche e spettatori assenti della nostra vita, delle vicende del nostro mondo e persino di noi stessi. E questa distanza, questo distacco da sé stessi e dall'immediatezza della nostra vita presente non sono quelli di cui parlava, positivamente, Schopenhauer, il quale vedeva in questa presa di distanza, racchiusa nella metafora di eco lucreziana del naufragio con spettatore, l'unico modo per il soggetto di sorvolare sopra e oltre la materialità della sua esistenza e della volontà logorante, liberandosi dagli interessi immediati, dalle passioni in cui, senza questa capacità di sorvolo e di distacco, si trova in balia, trascinato dalla corrente e scagliato con violenza da uno scoglio all'altro, immerso nella marea irrefrenabile e incontrollabile della vita. Solo con questo sguardo “dall'alto” su di sé e sul proprio mondo, interiore ed esteriore, l'individuo può assistere persino ai propri drammi come un attore che dopo aver recitato la propria parte prende posto tra le file degli spettatori in platea e, impassibile, si mette ad osservare, fosse anche, quello che contempla, la messa in scena della sua stessa morte. Ciò è permesso dal concetto del filosofo della ragione come “rappresentazione di una rappresentazione”: è questa che rende l'uomo spettatore di ciò che persino patisce, che gli permette di “dominar da ogni parte con lo sguardo la vita nel suo complesso […] L'essere ragionevole che con lo sguardo domina la sua vita sta, rispetto all'animale, come il navigatore, il quale con l'aiuto della carta di navigazione, della bussola e del quadrante, sappia con precisione il suo percorso ad ogni punto del mare, sta rispetto alla ciurma ignara, la quale non vede che le onde e il cielo”. Si solleva così il soggetto, sopra se stesso e sopra la sua stessa vita, senza rimanerne posseduto, catturato, invischiato; si eleva al di sopra dell'interesse del volere, perché consapevole di portare dentro di sé, in quanto soggetto di conoscenza, il mondo intero, così che anche “l'orrenda battaglia della natura”, così come quella umana non diventano che le sue rappresentazioni, che egli “contempla tranquillo […] libero ed estraneo a tutti i voleri, a tutti i bisogni”.

Oggi pure siamo spettatori ma è la vita stessa che è diventata una rappresentazione, pura fiction, pura finzione. Il nostro distacco non è filosofico, non è consapevolezza di esser portatori di una qualche conoscenza o di una qualche dignità, ma è pura indifferenza, pura apatia, ovattato qualunquismo, cieca noncuranza, gretta ignoranza, pigro disimpegno, abulia che ci divora e sgretola le nostre già poche energie, che ci morde ogni spinta all'azione. Di fronte a tutto restiamo immobili. Catatonici. Ci lasciamo possedere dal mondo e da ciò che ci vende, ci lasciamo convincere di aver bisogno dei bisogni che ci induce, consumiamo in maniera compulsiva per riempire i nostri vuoti, per sentirci parte di qualcosa, per sentirci parte del branco e da esso accettati, senza renderci conto che siamo noi a esser sempre più consumati e usurati da questo consumismo di cose (e persone) estremo e quasi patologico; ci lasciamo ingannare dal senso comune, dall'opinione mediocre perché abbiamo disimparato a pensare con la nostra testa, a usare le nostre parole,limitandoci a ripetere a pappagallo ciò che dicono gli altri, chiunque essi siano. Ci lasciamo spappolare il cervello, regaliamo i nostri neuroni alla televisione, alla moda, ai canoni estetici, ai modi di dire, alle parole rubate dall'inglese, alla dittatura degli slogan e dell'opinione di massa, alle bugie e all'ipocrisia dei politicanti di turno, alla pubblicità, alle fedi spicciole, agli odiosi talk show, ai pregiudizi gretti e squallidi, ai preconcetti reazionari, ai dibattiti-pollaio che fingono di essere politici.

Capacità critica. Di questo parlava Gramsci. Filosofia nel senso di presa di consapevolezza, per passare dal senso comune al buon senso. Per guardare avanti e non voltarsi indietro prendendo ciò che c'è di peggio, per la paura e la fatica di cambiare. E non solo guardare, come tristi e rassegnati spettatori, ma agire. Non abbiamo più né sogni né utopie, né progetti, neanche minimi, ci lasciamo andare alla corrente, con un senso di ingenuo fatalismo, senza partecipare, senza progettare, senza sperare, senza costruire, senza volere. Senza fare. Siamo marionette, pedine di una scacchiera giocata da altri e sembra che non ci riguardino nemmeno le mosse che ci inducono a fare. Come se non fossimo noi, come se non accadesse a noi. Sembra che più nulla ci interessi, se non per mera apparenza, niente ci spinge a voler approfondire, conoscere, imparare, informarsi. Le notizie che appassionano sono i gialli della cronaca nera. Ovviamente, come già sapeva Gramsci, le nicchie ci sono. Gli “intellettuali”, come li chiamava lui esistono. Ma essi non dovrebbero rimanersene chiusi nelle loro stanze, nel conforto polveroso dei loro libri, nel profumo amico delle pagine di vecchi giornali, nella domesticità dolce delle loro biblioteche, per quanto tentati a estraniarsi nella loro solitudine – sebbene molto più ricca e meno desolata di quella della folla brulicante – perché delusi dal “mondo di fuori”, perché sfiduciati dal fatto che esso possa cambiare, dovrebbero uscire e svegliare i cervelli addormentati della massa. Donar loro una visione più critica e consapevole di ciò che accade e di sé stessi. Aprir loro gli occhi. Cominciando da ciò che sanno, da ciò che credono, o credono di sapere e credono di credere. Facendo leva sulle loro convinzioni, spesso indotte, spesso copiate, spesso nate solo perchè “tutti lo pensano o lo dicono”. E mostrarne l'infondatezza, le contraddizioni, le assurdità, la superficialità, il qualunquismo, la vaghezza. Gramsci non aveva perso fede negli uomini, neanche nei più mediocri ed era convinto potessero cambiare, con l'aiuto dei “migliori di essi”. Oggi, il genere umano sembra lasciare poche speranze di poter cambiare, di poter acquisire un senso del mondo che abbia veramente un senso, un significato, meditato, pensato, studiato, approfondito, combattuto, desiderato. Nessuno lotta più per dare un senso al corso delle cose né, a volte al corso stesso della propria esistenza. Rimaniamo ad aspettare che ci cada dall'alto, dalle mani di qualcuno, senza informarci se questo qualcuno possa essere affidabile o no. Abbiamo paura ad essere protagonisti. Abbiamo paura a dire le nostre battute e aspettiamo che ci imbocchino, autoconvincendoci poi che era proprio quello che avremmo voluto dire. Per Gramsci era necessaria un'unione di teoria e prassi, una filosofia che si facesse vita. Quella filosofia della praxis fondata da Marx ed Engels e da lui rielaborata e reinterpretata. Un'unione di intellettuali e popolo, in cui i primi potessero guidare inizialmente il secondo per renderlo più consapevole e divenire guida di sé stesso, avendo assunto una weltanschauung – concezione del mondo – coerente e autonoma e non recepita supinamente e passivamente dall'esterno, non diffusa e dispersa in un pensiero generico.

L'organicità di pensiero e la saldezza culturale poteva aversi solo se tra gli intellettuali e i semplici ci fosse stata la stessa unità che deve esserci tra teoria e pratica; se cioè gli intellettuali fossero stati organicamente gli intellettuali di quelle masse, se avessero cioè elaborato e reso coerente i principi e i problemi che quelle masse ponevano con la loro attività pratica, costituendo così un blocco culturale e sociale. Un movimento filosofico è tale [...] in quanto, nel lavoro di elaborazione di un pensiero superiore al senso comune e scientificamente coerente non dimentica mai di rimanere a contatto coi < semplici > e anzi in questo contatto trova la sorgente dei problemi da studiare e risolvere. Solo per questo contatto una filosofia diventa < storica > […] e si fa < vita >”. E' difficile credere che una cosa del genere sia possibile, probabilmente è un'utopia ingenua e illusa, ma se non si crede in qualcosa l'azione si inibisce e rimaniamo con sabbia che ci scivola tra le dita, senza far nulla per poterla trattenere. Tutto ci sta scivolando tra le dita in effetti, e non lo sentiamo nemmeno. Non ci sono molle, non ci sono stimoli né spinte. Rimaniamo supini e fiacchi a digerire il mondo senza sentirne il sapore, dolce o amaro che sia. Eppure uomini avevano lottato, combattuto, sono morti per questo mondo e per cambiarlo, perché credevano in degli ideali di giustizia, libertà, rispetto, perché avevano una visione chiara, una concezione alta della vita e perché volevano e agivano per renderla migliore, così come per rendere migliore l'umanità e il suo avvenire. Hanno scritto, hanno lottato, sono morti, molti, con la speranza attiva di lasciarci un mondo migliore e più degno e perché noi potessimo continuare la loro opera. Invece abbiamo svilito tutti i loro sforzi, vanificato le loro speranze, interrotto i loro sogni, abortito i loro ideali. E abbiamo fermato questa lotta. Noi ci siamo fermati, nella frenesia e nell'urgenza di un mondo che corre e che corre sempre più velocemente ma senza vedere una meta, un orizzonte qualsiasi che possa illuminarlo con un nuovo senso. Gramsci, come Marx ed Engels prima di lui lo vedeva nella fine della società di classe – e quindi della lotta di classe – e nell'avvento del comunismo. Forse è una fortuna che questi grandi uomini non debbano assistere allo “spettacolo” della nostra contemporaneità, e se ne siano andati con il sogno che una contemporaneità diversa sarebbe stata possibile. E sarebbe possibile.

Mi viene in mente una “Lettera” scritta da un partigiano, in cui questi affidava al figlio il compito di completare il suo impegno, di mantenere attivo e concreto il significato della sua azione, della sua lotta:

“Ragazzo.

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo […]

Ti lascio la mia lotta incompiuta/ e l'arma della pace arroventata.

Non l'appendere al muro/ il mondo ne ha bisogno. […]

E ricorda, /quest'ordine ti lascio:

ricordare vuol dire non morire. […]

Ti lascio la mia storia/Vergata con la mano di qualche speranza,

a te finirla..[...]

Fa presto a farti grande/nutri bene il tuo gracile cuore/ragazzo. […]

Gira l'occhio dolce/al nostro crepuscolo amaro/

Il pane si è fatto pietra/l'acqua fango/..

..la verità/un uccello che non canta/.

Non dire che tutto questo non t'interessa/

Un giorno/tutto questo potrebbe riproporsi..

E' questo che ti lascio. /Io conquistai il coraggio di essere fiero.

Sforzati di vivere/salta il fosso da solo e fatti libero..

Così  è stato il mio tempo/è questo che ti lascio..

Attendo nuove..

A te completare i miei sogni di libertà..." 

Immagine tratta da pasolinipuntonet.blogspot.it

Chiara Del Corona

Nata a Firenze nel 1988, sono una studentessa iscritta alla magistrale del corso di studi in scienze filosofiche. Mi sono sempre interessata ai temi della politica, ma inizialmente da semplice “spettatrice” (se escludiamo manifestazioni o partecipazioni a social forum), ma da quest’anno ho deciso, entrando a far parte dei GC, di dare un apporto più concreto a idee e battaglie che ritengo urgenti e importanti.

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