Sabato, 14 Aprile 2018 00:00

Il sogno italiano di (Io sono) tempesta si chiama berlusconismo

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Il sogno italiano di (Io sono) tempesta si chiama berlusconismo

Ricordate il film Suburra di Stefano Sollima? Il politico, interpretato da Pierfrancesco Favino, rincorreva l'auto con a bordo il Presidente del Consiglio dimissionario.

Era il novembre 2011 e a bordo di quella macchina c'era Silvio Berlusconi. Intorno a loro una folla di cittadini festeggiavano (ipocritamente?) la caduta del Cavaliere. Oggi a vedere quelle immagini mi viene da sorridere (amaramente). Perché Berlusconi non è stato sconfitto. Poco dopo arrivò il visionario governo tecnico capeggiato da Mario Monti e sapete com'è andata. Il detto toscano meglio palaia espone magistralmente il concetto. Da allora non c'è stato, stabilmente, un governo eletto dal popolo. Il problema vero che affligge l'Italia non è lo stallo, non è il Berlusconi uomo politico, ma sono le sabbie mobili del berlusconismo in cui tutti siamo rimasti inghiottiti.

Originariamente questo termine nacque nel giornalismo italiano per indicare "ottimismo imprenditoriale", che non si fa scoraggiare dalle difficoltà. Poi la cosa si è ampliata ed ecco che l'Italia è diventata il teatro dei valori e dei capisaldi della liturgia comunicativa berlusconiana: lo Stato-azienda, arrivismo, disonestà, bassa moralità, vittimismo, demolizione dell'avversario (vedi alla voce comunisti). Potrei continuare, ma mi fermo qui. L'apparenza ha superato la realtà, l'illegalità è diventata prassi. Senza dimenticare esempi di saggia politica come le corna che il buon Silvio fece nella foto di gruppo con gli altri colleghi europei, o la Camera dei deputati che votò in maggioranza l'identità di Ruby come nipote di Mubarak. È ancora lui a imporre le regole, a mettere in agenda i temi, a dettar legge su giornali e televisioni. E poi c'è la giustizia. La facoltà di non rispondere è il suo indelebile marchio di fabbrica, un fenomeno di costume diventato ormai prassi.

Il cinema italiano, ultimamente sempre più povero di idee, allora si è fatto coraggio e si è "adeguato". Ed ecco che nel giro di un mese usciranno tre pellicole su Silvio: tra il 24 aprile e il 10 maggio uscirà in sala Loro (diviso in due parti) di Paolo Sorrentino. Toni Servillo interpreterà Berlusconi, sulla scia del bellissimo Il divo, dove interpretava Giulio Andreotti. Sorrentino ha detto che è un film che parlerà degli italiani. Staremo a vedere, le due pellicole ve le recensirò in prossimità delle uscite.

Prima però bisogna parlare della nuova opera di Daniele Luchetti (La nostra vita, Il portaborse, Mio fratello è figlio unico) che ha preso spunto proprio da una condanna del povero Silvio. Prendiamo la macchina del tempo e torniamo al 2014. Il presidente di Forza Italia venne condannato per frode fiscale nel caso Mediaset (per approfondimento qui). Il giudice decise di tramutare la pena: dal carcere all'affidamento ai servizi sociali. Così finì all'Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone, vicino a Milano (per approfondimento qui). Lo stesso Berlusconi, al termine della "pena", disse che non si sentiva riabilitato (si veda qui). Prendendo spunto dai giornali, Daniele Luchetti ha pensato di ispirarsi alla realtà per farne un'opera buffa.

Rispetto a Il portaborse, Mio fratello è figlio unico e La nostra vita, i perdenti accettano la loro condizione. La corruzione c'è sempre e sempre ci sarà, ma l'aria di rassegnazione contemporanea qui sembra tangibile.

Numa Tempesta (interpretato dal gigioneggiante Marco Giallini, sulla scia di Vittorio Gassmann e Alberto Sordi) è un imprenditore/costruttore senza scrupoli, abilissimo a portarti dalla sua parte. Gestisce un fondo da un miliardo e mezzo di euro, si arricchisce grazie alla speculazione. Vive in un hotel deserto e la notte non riesce a prendere sonno (per via dei rapporti con il padre). Non ha una fissa dimora (straordinario l'inizio del film con strizzatina d'occhio a Kubrick, come in Ready Player One). Ama la bella vita e le studentesse di psicologia che di notte fanno le escort per pagarsi gli studi. Mentre sta portando a termine un progetto milionario in Kazakistan (che è in realtà è Campo Imperatore, in Abruzzo), la legge chiede il conto: condanna in via definitiva per frode fiscale. Un anno di pena che dovrà essere scontato ai servizi sociali, in un centro accoglienza. Così Tempesta dovrà obbligatoriamente relazionarsi con gente che non ha più nulla: ovvero persone come quelle che lui stesso ha depredato per anni. La responsabile della mensa dei poveri, la religiosissima Angela (una Eleonora Danco non particolarmente convincente), non fa sconti. E poi ci sono tanti pittoreschi "ultimi", tra cui il giovane Bruno (Elio Germano, che si mette intelligentemente a disposizione sullo stesso livello degli altri comprimari) che è rimasto solo con un figlio adolescente (la piacevole scoperta Francesco Gheghi) dopo la separazione dalla moglie. Ed ecco che l'incontro fra queste persone finirà per far risorgere tutti. Almeno fino all'arrivo di un personaggio ormai arcinoto: il denaro. Ed ecco sorgere un grosso interrogativo etico: chi sono i buoni nella società? "I fiji de' na mignotta" tirano di più dei bonaccioni. Questo è sicuro.

Luchetti è molto abile e dirige l'orchestra con mestiere, nonostante non sia sempre coadiuvato dalla sceneggiatura scritta assieme a Petraglia e Calenda (sorella del ministro dello Sviluppo Economico, Carlo, e figlia di Cristina Comencini). Il povero è il motore del film. «Gli italiani sono sempre stati grandissimi poveri, i migliori. Li abbiamo esportati dappertutto: America, Germania, Belgio...» - dice Giallini nel corso del film. E ha ragione. Lo spirito di adattamento dell'italiano è unico, non ha eguali nel mondo.

La destra e la sinistra non esistono più: esistono solo ricchi e poveri. La scelta non è sicuramente nuova (vedi alla voce Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola o a un Monicelli ammorbidito con Frank Capra), ma interessante perchè nel cinema contemporaneo dei problemi della gente non gliene frega nulla a nessuno. Gli italiani vogliono ridere, non riflettere. Però stavolta la trovata è la caduta dei soliti stereotipi: sia il ricco sia il povero sono incompleti. Tempesta non dorme mai, è solo, ma stando con gli altri riesce a ritrovare sè stesso, mentre i veri poveri sono ricchi di spirito, ma non hanno avuto le risorse economiche.

«Le uniche differenze tra me e te sono le opportunità che abbiamo avuto» - dice giustamente Bruno all'amico Tempesta. Sembra un po' il ciclo della vita: da giovani si ha la salute ma non i soldi, da vecchi magari si ha un po' di tranquillità economica, ma il fisico chiede il conto.

A tenere in piedi la pellicola sono soprattutto i due attori Elio Germano e Marco Giallini. Sono loro a rendere credibile questa "commedia buffa" (ma amara) di impronta sociale. Anche se, pur esibendo una dimensione quasi farsesca (stile Una poltrona per due di John Landis), Luchetti in realtà si avvicina molto al Neorealismo, più di quanto voglia far sembrare.

Ecco un altro film contemporaneo che fa capire la netta differenza tra la commedia italiana (quella moderna) e la commedia all'italiana (quella di Scola, Monicelli, Germi, De Sica, Steno, Risi). La messa in scena, l'uso delle luci (vedi l'albergo di Tempesta, fotografato divinamente da Luca Bigazzi nello stile de La grande bellezza), i costumi e alcune scelte registiche (i campi lunghi, la scelta musicale di Ho visto un re di Iannacci e Fo) sono da applausi.

Nonostante ciò, il film ha qualche limite di sceneggiatura tipico del nostro cinema contemporaneo: il personaggio di Eleonora Danco non è del tutto credibile, la scelta di non schierarsi e di rimanere in una sorta di limbo che penalizza l'intero film. Grottesco, favola morale o commedia dolce amara? Il tutto si nota prevalentemente nel finale dove si dà un colpo al cerchio e uno alla botte.

Il problema principale è non aver evidenziato al pubblico che l'Italia di oggi sta cambiando pelle, ma non i suoi difetti principali. I limiti di questo film evidenziano proprio questo concetto, soprattutto nel finale. La quiete dopo Tempesta non c'è, anzi viene proprio da dire "arriva la bufera" che, guarda caso, era un film del 1992 di Luchetti. Quell'Italia era decisamente un'altra, ma guardie e ladri si confondevano già.


Io sono tempesta ***1/2 (Italia 2018)

Genere: Commedia, Drammatico.

Regia: Daniele LUCHETTI.

Fotografia: Luca BIGAZZI.

Sceneggiatura: Sandro PETRAGLIA, Giulia CALENDA, Daniele LUCHETTI.

Cast: Elio GERMANO, Marco GIALLINI, Eleonora DANCO, Jo SUNG, Simonetta COLUMBU, Francesco GHIGHI.

Durata: 1h e 37 minuti.

Distribuzione: 01 Distribution, Rai Cinema.

Uscita italiana: 12 Aprile 2018.

Trailer: youtu.be/mIBqEU4Q83o.

La frase cult: «Le condanne in Italia non contano, fanno curriculum».


TOP

- Elio Germano e Marco Giallini danno spessore al film con le loro interpretazioni e il loro carisma.

- La coerenza della filmografia di Luchetti: Arriva la bufera, Il portaborse, La nostra vita e Mio fratello è figlio unico sono in sintonia con Io sono tempesta.

- Marco Giallini sulla scia di Vittorio Gassmann e Alberto Sordi.

- Le escort che studiano psicologia è uno dei punti di forza del film che critica sottilmente la decadenza dell'università italiana.

- Gli "ospiti del centro accoglienza" sono spalle perfette e danno coralità alla storia.

- Il film omaggia i fasti del cinema di Scola, Monicelli con spruzzate di Frank Capra e John Landis.

- La messa in scena, la fotografia lussuosa di Bigazzi (La grande bellezza), i costumi, le scelte registiche.

- La descrizione del personaggio di Tempesta e del berlusconismo che affligge l'Italia.

- L'omaggio a Stanley Kubrick nel bellissimo inizio di pellicola.

- La caduta di alcuni stereotipi con ironia e spirito farsesco.

FLOP

- Alcuni limiti di scrittura tipici del cinema italiano (vedi il personaggio di Eleonora Danco).

- Luchetti vuole allontanarsi dal Neorealismo, ma in realtà ci si avvicina parecchio senza eguagliare i fasti di quei tempi.

- I limiti della sceneggiatura evidenziano l'incapacità italiana di comprendere che il nostro Paese ha cambiato pelle, ma che sta ricadendo nei suoi soliti difetti storici.

- Il tono del finale sa di indecisione e, in parte, di incompiutezza.


  Immagine di copertina liberamente ripresa da www.cineclandestino.it, locandine  liberamente riprese da www.comingsoon.it e www.mymovies.it

Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2018 13:10
Tommaso Alvisi

Nato a Firenze nel maggio 1986, ma residente da sempre nel cuore delle colline del Chianti, a San Casciano. Proprietario di una cartoleria-edicola del mio paese dove vendo di tutto: da cd e dvd, giornali, articoli da regalo e quant'altro.

Da sempre attivo nel sociale e nel volontariato, sono un infaticabile stantuffo con tante passioni: dallo sport (basket, calcio e motori su tutti) alla politica, passando inderogabilmente per il rock e per il cinema. Non a caso, da 9 anni curo il Gruppo Cineforum Arci San Casciano, in un amalgamato gruppo di cinefili doc.

Da qualche anno curo la sezione cinematografica per Il Becco.

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