Mercoledì, 13 Dicembre 2017 00:00

Il ritiro di Gerry Adams e il futuro del Sinn Fein

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Lo scorso 18 novembre, davanti all'Ard Fheis del partito, il quasi settantenne Gerry Adams ha annunciato il suo ritiro da presidente dello Sinn Fein, posizione da lui ricoperta per più di trent'anni. Nel breve discorso, che tra le altre cose descrive la brexit come «la più grave minaccia al popolo irlandese da generazioni» e critica duramente il governo dell'Eire e il primo ministro Varadkar accusandolo di thatcherismo, Adams ha parlato della necessità di trasformare la «cultura di resistenza» forgiata nei duri anni dei Troubles in una «cultura di cambiamento» in grado di accompagnare la crescita del partito, tanto nel Nord quanto nel Sud dell'Irlanda.

Una crescita testimoniata dalle cifre che Adams ha prontamente snocciolato: in vent'anni, da un singolo TD (deputato dell'Eire) a 23 TDs, 7 Seanadóirí (senatori Eire), 4 parlamentari europei dal Nord e dal Sud dell'Irlanda, 27 membri dell'Assemblea legislativa nordirlandese, 7 parlamentari a Westminster, e oltre 250 consiglieri locali; inoltre – ha precisato Adams – nell'Ulster la maggioranza unionista, che le forze filo-britanniche ritenevano dovesse durare per sempre – anche grazie ad una buona dose di gerrymandering – nella sostanza non esiste più. Una crescita di consensi che, secondo l'ambizioso piano decennale delineato dalla leadeship del partito nell'ultima stagione della vita dello scomparso Martin McGuinness, continuando porterebbe inevitabilmente il Sinn Fein al governo, tanto nel Nord quanto nel Sud; una prospettiva resa concreta da una risoluzione approvata dalla stessa assise novembrina, che autorizza il partito a far parte di futuri governi anche in coalizione. E pare che proprio McGuinness abbia suggerito un cambiamento radicale di leadership, che affidasse il partito ad una nuova generazione, libera dalla pesante eredità dei Troubles e quindi dalle accuse di collusione col paramilitarismo dell'epoca. Accuse più o meno strumentali che già avevano contribuito ad impallinare la candidatura a presidente dell'Eire di McGuinness nel 2011, e che rendono improbabile una futura candidatura di Adams, pur speculata da alcuni commentatori. Più probabile che un ruolo abbiano giocato i segnali di crisi provenienti dalle stanze del governo Fianna Fail-Fine Gael di Dublino, messo in difficoltà da una serie di scandali corruttivi che hanno investito la polizia irlandese e salvato in extremis solo dalle dimissioni della vice Primo Ministro.

Adams, oltre ad aver traghettato il partito in una delle fasi più difficili della sua storia, continua ad avere un immenso patrimonio di carisma personale, oltre che innegabili doti da comunicatore social. Molti, anche al di là del campo repubblicano, lo hanno lodato negli anni come visionario e come uomo autenticamente interessato alla pace. Ma rimane anche un personaggio controverso, ferocemente disprezzato dai gruppetti cosiddetti “repubblicani dissidenti”, che gli contestano l'accordo del 1998 e la partecipazione alla politica istituzionale della Repubblica d'Irlanda, e tenuto a distanza tanto dai partiti maggioritari nell'Eire – Fianna Fail e Fine Gael – quanto dalla stragrande maggioranza della sinistra britannica, proprio per via dei trascorsi di Adams nel contesto dei Troubles. Passare la mano, in un momento di opportunità per il suo partito come quello che si sta aprendo in questa fase, ad una nuova generazione di politici esperti come quella di Mary Lou McDonald e Michelle O'Neill, non può non rappresentare letteralmente la fine di un'era e l'inizio di una nuova storia.

Immagine tratta da www.politico.eu

Ultima modifica il Martedì, 12 Dicembre 2017 22:17
Niccolò Bassanello

Nato a Bozen/Bolzano, vivo fuori Provincia Autonoma da un decennio, ultimamente a Torino. Laureato in Storia all'Università di Pisa, attualmente studio Antropologia Culturale ed Etnologia all'Università degli Studi di Torino. Mi interesso di filosofia delle scienze sociali, antropologia culturale, diritti delle minoranze e studi sull'educazione. Intellettualmente sono particolarmente influenzato dai lavori di Polanyi, Geertz, Wittgenstein e Feyerabend, su cui mi sono formato, oltre che dal postoperaismo e dal radicalismo statunitense. Nel tempo libero coltivo la mia passione per l'animazione, i fumetti ed il vino.

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