Tutto ciò che è sociale ma non riflessione sociologica, legandosi a quello che compone la realtà in cui viviamo.
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Dato che dobbiamo costruire il Paese, costruiamo repertori, enciclopedie, dizionari. (Antonio Gramsci)
Linguaggio e gergo non sono la stessa cosa, il Treccani definisce il primo termine come “la capacità e la facoltà, peculiare degli esseri umani, di comunicare pensieri, esprimere sentimenti, e in genere di informare altri esseri sulla propria realtà interiore o sulla realtà esterna”; il secondo come “ogni parlare allusivo, indiretto, non esplicito e quindi poco comprensibile o enigmatico”. Ogni attività umana, dalla più semplice alla più complessa, necessita di un proprio linguaggio per comunicare in maniera efficace concetti e idee, per indicare cose e modi di operare. Da questa prassi sono derivati linguaggi specifici o specialistici in diverso grado, ma con un’evidente tendenza a “democratizzarsi”, a passare cioè da “gergo” di iniziati a “linguaggio” comprensibile se non a tutti comunque a molti. La pratica quotidiana di luoghi, ambienti, servizi, pratiche sociali, dalle quali le masse popolari erano precedentemente escluse o ammesse in posizione subalterna, ha contribuito alla “democratizzazione” del linguaggio.
Non è necessario essere medici per sapere cosa significano, almeno in grandi linee, parole come “parto cesareo” o “antibiotico”, molti, anche totalmente digiuni di tecniche operatorie o di chimica farmaceutica, sanno che si tratta di un parto assistito chirurgicamente e di un farmaco che combatte le malattie infettive. Altri settori, sui quali si esercita un largo interesse popolare, questa “democratizzazione” è stata più accentuata: “calcio d’angolo”, “rigore”, “fuori gioco”, “specchio della porta”, sono termini ben conosciuti. In ultima analisi si può affermare che lo stato sociale, nelle sue varie manifestazioni, fra le altre cose, ha anche prodotto una “democratizzazione” del linguaggio, cioè una maggiore consapevolezza delle masse popolari.
Ho argomentato altrove (su “Controlacrisi” e su www.Liberaroma.it) che le primarie sono “un’americanata a Roma” degna di Alberto Sordi, e però un’americanata tutt’altro che innocua, perché le primarie alludono allo stravolgimento della Costituzione (anzi lo praticano già!) prefigurando un Presidente del Consiglio (ma loro dicono: “premier”) eletto direttamente dal popolo, e non invece nominato dal Presidente della Repubblica e votato dal Parlamento, come la nostra Costituzione prescrive (cfr. gli artt. 92, 93 e 94 della Costituzione). Insomma le primarie sono culturalmente del tutto interne alla logica della Repubblica presidenziale, di un “unto del Signore”, a cui viene affidato per via plebiscitaria tutto il potere, senza alcuna mediazione democratica di tipo parlamentare. E non sono forse già, le primarie, un plebiscito personale, per scegliere il “capo”? Confesso che mi fa scorrere un brivido nella schiena il “combinato disposto” fra le ondate di populismo autoritario che la crisi capitalistica porta con sè in tutta Europa e il possibile presidenzialismo (che peraltro era già previsto dall’accordo alla bicamerale D’Alema-Berlusconi, poi fatto saltare da quest’ultimo). Pensiamo cosa sarebbe successo se un simile regime di investitura diretta del “premier” fosse già stato vigente e se Berlusconi avesse potuto presentarsi come espressione diretta della volontà popolare.
A pochi mesi dalla fine di legislatura, si moltiplicano i giudizi sulle caratteristiche fondamentali della prossima: una legislatura che dovrà essere costituente. Dal centro-destra al centro-sinistra, con motivazioni del tutto diverse se non opposte, viene diagnosticata la morte della seconda Repubblica e ci si interroga su come dovrà essere la terza repubblica, cosa non dovrà buttare a mare (ad esempio, il bipolarismo). Viene però maturando la consapevolezza che la terza repubblica sia già gravemente compromessa dalle profonde trasformazioni che hanno segnato questo ventennio. Non più uguali davanti al voto e Il voto non è più uguale per tutti: non tutti hanno il diritto di voto (gli immigrati e i loro figli ancorché nati qui) e non tutti i voti sono uguali.
La minoranza è maggioranza - Solo per i referendum è richiesto il quorum della maggioranza degli elettori, per tutte le elezioni, politiche e amministrative non è necessaria neanche la maggioranza dei votanti. La seconda repubblica ha come perno fondante la fine del proporzionale: il premio di maggioranza e le relative soglie di sbarramento dicono che alcuni voti contano, altri vengono accantonati. Con il maggioritario il voto non fotografa la platea degli elettori, ma deve essere corretto, in nome della stabilità dei governi, al fine di promuovere la minoranza più consistente a maggioranza relativa!
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