Venerdì, 20 Aprile 2018 00:00

Ancora su sessismo e censura: di rappresentazioni e interpretazioni

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Ancora su sessismo e censura: di rappresentazioni e interpretazioni 

Verrebbe sempre voglia di sperare, magari in maniera un po' ingenua, che dopo tutte le discussioni e tutti i dibattimenti che in questi ultimi anni ci sono stati intorno a quali contenuti siano o meno appropriati o accettabili nell'arte, si sia giunti alla conclusione che la censura, anche quando operata con le migliori delle intenzioni, sia in ambito artistico sempre una cattiva idea. L'arte, verrebbe voglia di sperare, deve essere – dovrebbe essere – libera da tutti i vincoli che può essere legittimo imporre in altri ambiti, come il dibattito politico o il giornalismo; non dovrebbe esserci comportamento o aspetto dell'animo umano, per quanto controverso o aberrante, che le sia impedito di esplorare.

L'uomo, del resto, è animale narrante, che esplora la propria esistenza nel mondo attraverso il mezzo artistico fin dalla più remota preistoria: è spesso attraverso la lente dell'arte che si sono iniziate grandi e importanti riflessioni proprio sugli angoli più bui della coscienza collettiva umana, e sugli aspetti più deleteri della nostra esperienza condivisa di vita. Verrebbe da sperare, quindi, che il periodo delle grandi censure sia concluso, che sia un ricordo da confinare nel passato dei regimi bigotti o autoritari, e che l'arte possa oggi, in tutta libertà, esplorare qualsiasi tema attragga l'attenzione dei suoi creativi. Eppure basta gettare un'occhiata cursoria sulle pagine della cultura dei giornali, anche i più importanti, per rendersi conto che non solo non è purtroppo questo il caso, ma che si susseguono avvisaglie che lasciano temere che una nuova epoca delle grandi censure sia non solo una minaccia concreta, ma praticamente alle porte.

Ho discusso già altrove la questione delle accuse di sessismo, forse troppo avventate, certamente troppo superficiali, rivolte a prodotti artistici che rappresentavano il sessismo, sì, ma a scopo di denuncia, con un accento particolare sull'universo della distopia fantascientifica. In quel caso, si parlava di un genere narrativo molto specifico, il cui scopo d'insieme dichiarato è quello della denuncia sociale, non solo in relazione al sessismo, ma a qualsiasi altra forma di comportamento collettivo riprovevole in esso rappresentata (e di comportamenti collettivi riprovevoli, dal militarismo all'austerità economica estrema, dalla schiavitù alla mercificazione dei sentimenti, gli universi distopici, che si chiamano distopici non a caso, sono estremamente prolifici). Appare però chiaro che il discorso va ampliato oltre i confini ristretti della distopia, applicato alla produzione artistica contemporanea in generale, e che la domanda da porsi sulla legittimità – o meno – della rappresentazione di comportamenti percepiti come sessisti in un'opera d'arte vada considerata alla luce non solo di un intento di denuncia, com'è presente nelle opere distopiche, ma anche di un più semplice intento di rappresentazione e investigazione.

Una delle più grandi forze dell'arte in ogni sua forma, dopotutto, è sempre stata questa: di poter essere usata come uno strumento per investigare, sezionare, e cercare di comprendere le complessità del comportamento umano, le ragioni che spingono le persone a comportarsi in un determinato modo, le correnti sociali nascoste che influenzano le loro scelte, l'effetto della loro cultura condivisa nel dirigere la direzione presa dalle loro vite. L'artista, e particolarmente il narratore – qualunque sia il mezzo scelto per costruire una narrazione, dal film al fumetto, all'opera teatrale, al romanzo, allo sceneggiato radiofonico – adotta di volta in volta punti di vista differenti e presenta al suo pubblico personaggi differenti, cercando di comprenderne le motivazioni e le esperienze, le interazioni con gli altri, il motivo per cui fanno alcune scelte e decidono di opporre resistenza ad alcune decisioni altrui, o adottano alcuni modelli, o ne respingono altri.

Non sempre queste narrazioni contengono un giudizio o una chiara presa di posizione, e si sarebbe tentati di dire che anzi nel caso migliore non dovrebbero mai contenerne alcuno, neppure nei casi in cui il giudizio, positivo o negativo che sia, dovrebbe sembrare ovvio. Non è compito dell'arte decidere che il bandito che ruba ai ricchi per dare ai poveri è encomiabile, o che l'ufficiale impegnato in una repressione violenta che esegue gli ordini senza pensare è deprecabile: il pubblico, che vede le azioni di quei personaggi, e in una certa misura ne partecipa, è in grado di trarre le sue conclusioni e, se quelle azioni sono rappresentate in maniera fedele, saprà distinguere quel che è positivo da quel che è negativo. Compito dell'arte è invece chiedersi che cosa abbia spinto il bandito a scegliere quella vita, per quale motivo l'ufficiale decida in maniera acritica e senso di colpa di eseguire quell'ordine: è indagare le motivazioni, le emozioni, i dubbi e le certezze di quei personaggi, e chiedersi in maniera spassionata che cosa accada nella loro mente. L'arte, al suo meglio, non predica: descrive.

Si tratta di una riflessione sviluppata attraverso circa due secoli di dibattito dai teorici dell'arte e della cultura che dovrebbe essere fondamento di qualsiasi riflessione intorno a un'opera che si propone di essere artistica; eppure chiaramente non lo è. Gli esempi pratici che dimostrano che questo concetto è ben lungi dall'essere assimilato sono stati negli ultimi anni numerosi. Uno, eclatante, è comparso in vari pezzi di critica recentemente, riguardante il film Phantom Thread, del regista Paul Thomas Anderson. Da più parti il film è stato aspramente criticato perché il suo protagonista è sessista, come sessista è anche il mondo in cui si muove. Il film, sostengono i suoi oppositori, non è sufficientemente critico nei confronti di questo protagonista e di questo mondo. Non adotta un tono abbastanza chiaro e inequivocabile di condanna. In certi momenti sembra provare empatia, se non simpatia. Un'opera del genere dovrebbe essere inaccettabile, condannata, boicottata.

Ci si ferma prima di pronunciare l'ultima parola: censurata. Ma l'ultima parola, se ancora ritenuta impronunciabile, è chiaramente sottintesa. E quanto detto ora per Phantom Thread non è un caso isolato: lo stesso si potrebbe ripetere, le stesse accuse sono state presentate, quasi senza alcuna variazione, per una miriade di altri film, libri, fumetti, serie televisive, e via dicendo. Il contenuto è sempre il medesimo: se l'opera mostra un personaggio, e peggio che mai un protagonista, sessista, se mostra un universo o uno scenario sessista, e non lo fa in un tono che serva al solo scopo di esprimere condanna, è un'opera negativa, che non dovrebbe avere fruizione.

Atteggiamenti di questo genere sono fondati su due elementi, entrambi fortemente problematici. Il primo è una inabilità all'apparenza sempre più diffusa di distinguere l'intento e le convinzioni dell'autore dall'intento e le convinzioni del personaggio. Per fare un esempio certamente estremo, è come dire che un autore che cerchi di dare un ritratto attendibile di un nazista non può che essere egli stesso un nazista. In questi termini, la considerazione appare surreale: eppure è accettata quasi sempre senza questione quando a 'nazista' sostituiamo 'personaggio sessista'. La rappresentazione del personaggio che crede in valori negativi, ha atteggiamenti problematici, compie azioni inique, viene sempre più spesso letta come una tacita approvazione da parte dell'autore o dell'artista di quei valori, quegli atteggiamenti e quelle azioni.

Eppure molto spesso alla radice di queste rappresentazioni esiste proprio un dubbio, un interrogativo presente nell'artista che questo cerca di esplorare tramite la sua opera: scegliendo di rappresentare il personaggio problematico, l'artista si imbarca spesso in un tentativo di capire, insieme al suo pubblico, quali siano le motivazioni, le ragioni di quel personaggio, quali pulsioni interiori e spinte ambientali lo portino ad adottare un comportamento che l'artista trova difficilmente comprensibile perché gli è estraneo. In alcuni casi, forse i più controversi ma forse al contempo anche i più vicini alla funzione provocativa che bisognerebbe aspettarsi dall'arte, esiste in queste narrazioni un tentativo di individuare un minimo comune denominatore presente nella natura umana che in qualche modo accomuni l'artista e il suo pubblico, non in grado di concepire azioni scellerate, e il personaggio che le azioni scellerate le compie, permettendo ai primi, per un breve istante, di empatizzare con il secondo, salvo poi ritrarsi orripilati da quel momento di empatia e poterlo utilizzare per chiedersi quali siano i processi mentali di qualcuno tanto distante.

L'arte fornisce un'eccellente occasione di analisi dell'animo umano proprio per la sua abilità di permettere all'artista, e al pubblico con lui, di entrare nella mente dello psicopatico, del violento, del 'mostro'. Sotto questa luce la rappresentazione, l'esplorazione del personaggio sessista e del sistema ugualmente sessista che lo sostiene sono non solo non meritevoli di censura, ma anzi uno strumento prezioso nelle mani di chi il sessismo vuole combatterlo. Soltanto comprendendo i processi mentali di chi adotta quei comportamenti e quegli ideali, soltanto comprendendo le dinamiche del sistema che li genera, è possibile sperare di sovvertirli e modificarli in un futuro. Soltanto riconoscendone l'umanità, riconoscendo la vulnerabilità dell'esperienza umana a cadere in quei comportamenti e quegli ideali, è possibile imparare a difendersi dal rischio. L'autore che sceglie di rappresentare il personaggio sessista non è automaticamente lui stesso sessista: ma sta aprendo un discorso intorno alla necessità di comprendere perché qualcun altro lo sia, e di ricordare che quel qualcun altro è persona a sua volta, non un mostro che compie azioni incompatibili con l'essere umano.

Questo conduce direttamente alla seconda radice, e alla seconda problematicità, di queste critiche: l'idea che i comportamenti e i sistemi negativi, per essere eliminati o contrastati, debbano essere nascosti dall'esperienza culturale collettiva. Sempre di più si diffonde l'idea che negare loro la rappresentazione sia il solo strumento necessario a portare alla loro eradicazione. L'autore che rappresenta un certo tipo di schemi considerati sessisti sarebbe quindi colpevole di contribuire alla perpetuazione di quegli stessi schemi. Eppure l'arte, storicamente, ha sempre fatto, ed è talora stata l'unica a poterlo fare, l'esatto contrario: rappresentando proprio gli aspetti più negativi e difficili della società che la produceva, e della società a cui si rivolgeva, ha avviato una discussione, una riflessione collettiva, intorno a quegli stessi aspetti, li ha portati all'attenzione di chi magari li viveva in maniera passiva senza mai rendersi davvero conto consciamente della loro presenza e del loro potere.

In questo senso è anzi addirittura auspicabile che il sessismo venga rappresentato, e indagato, e sviscerato con occhio clinico: attraverso opere che ne rappresentano i meccanismi perversi il pubblico può acquisire una maggiore contezza della tossicità di quei meccanismi, può capire che cose che aveva sempre percepito come elementi ambientali di scarsa importanza sono parte di qualcosa di più grande, e infine comprendere in maniera più nitida quali siano i problemi della sua società. Censurare le raffigurazioni del sessismo, nascondere la sporcizia sotto il tappeto e rappresentare unicamente società idilliache e positive in cui questi problemi e altri simili sono risolti e non sono mai esistiti, popolate solamente da personaggi integerrimi dai comportamenti irreprensibili, non significa proporre al pubblico un modello migliore da seguire, ma semplicemente nascondere quelli che sono i punti non risolti della società di cui facciamo parte. L'arte non è esempio morale: è strumento per la comprensione del mondo. In quanto tale, ha certamente il diritto, se non occasionalmente il dovere, di sporcarsi le mani con i temi problematici, di esplorarli nella misura che ritiene appropriata, e di porsi – e porre – domande al riguardo.

Senza dubbio esisteranno anche opere che appoggiano e apprezzano comportamenti sessisti, come esisteranno artisti che credono in valori sessisti: gli artisti non sono né profeti né santi. Neppure queste opere sono però meritevoli di censura: bisogna invece affrontarle con un approccio critico, non chiedendone la rimozione ma osservandone e segnalandone i contenuti problematici, cercando di comprendere perché sono problematici, perché una certa rappresentazione di un personaggio possa risultare svilente, perché un certo taglio dato a una storia possa trasmettere un'idea disturbante. Conservando, però, sempre il dubbio che lo sguardo del personaggio e lo sguardo dell'artista possano essere non sovrapposti, che il pensiero del primo possa non combaciare col pensiero del secondo, che i valori di chi crea possano non corrispondere ai valori dei personaggi con cui popola la sua creazione.

Dovremmo augurarci, in un'epoca in cui abbiamo l'eccellente opportunità di aprire un discorso culturale serio intorno alla questione del sessismoe magari cambiare almeno un poco le cose, che ci sia invece un proliferare di opere che offrano un loro approccio all'argomento, che lo affrontino con l'intento di porre domande invece che di sputare sentenze. Le sentenze non aiutano a far progredire la conoscenza condivisa; le domande sì. E delle cose che non ci piacciono, delle cose che vorremmo cambiare, più che di tutte le altre, dovremmo davvero parlare. La censura, per benintenzionata che possa essere, non può che rendere impossibile una qualsiasi forma di discussione.

 

Immagine ripresa liberamente da pxhere.com

Ultima modifica il Giovedì, 19 Aprile 2018 20:05
Chiara Strazzulla

Nata in Sicilia, ha studiato a Roma e Pisa e vive a Cardiff, in Galles, dove lavora a un dottorato in Storia Antica e insegna latino. Autrice di prosa e teatro, è pubblicata in Italia da Einaudi Editore.

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