Giovedì, 19 Marzo 2015 00:00

Il Paese del sorriso di Lehàr rivive con la Compagnia Abbati

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L’operetta si presta per definizione ad essere manipolata e reinterpretata ad ogni suo allestimento, e così avviene storicamente quando si mette in scena “Il Paese del sorriso”, Das Land des Lächelns nell’originale titolo tedesco, del noto compositore ungherese Franz Lehàr.

Ad esibirsi sulle sue note sono stati i cantanti, attori e ballerini della Compagnia Abbati, da molti anni in prima fila nella riproposizione di questo genere operistico sempre più dimenticato dai grandi circuiti e che abbiamo potuto vedere al Teatro Fraschini di Pavia, certamente piccolo ma altrettanto pregevole. Corrado Abbati approfitta a piene mani della sua dimestichezza con l’operetta e ci offre uno spettacolo inedito, dai dialoghi frizzanti e attualizzati e con un gusto molto italiano per il cabaret macchiettistico.

Ogni operetta, modello di passatempo borghese tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento, rappresenta uno spaccato di facezie e luoghi comuni tipici del tempo. Una vera e propria parodia antietica del melodramma italiano e del grand-opéra francese e la rivalutazione piena dei generi minori, comici e disimpegnati. La musica è vivace, i balletti frequenti e i dialoghi, spesso umoristici, si sostituiscono in toto ai recitativi: restano solo le arie e gli intermezzi musicali a distinguere l’operetta dal vaudeville e dal varietà.

Proprio nei numeri musicali la straordinarietà di Lehàr emerge in gran splendore e non c’è operetta scaturita dalle sue mani che non ne contenga uno famoso e noto in tutto il mondo. Nel caso de “Il Paese del sorriso” è senza dubbio l’aria “Tu che m’hai preso il cuor”, spesso cantata a se stante dai tenori più rinomati nelle esibizioni a programma.

La storia è la classica avventura d’amore: il Principe di Cina e una giovane contessa austriaca cadono innamorati l’uno dell’altro durante una soirée viennese. Lei decide di seguirlo in Oriente ma ben presto le diversità culturali si fanno sentire e l’opprimente tradizione cinese costringe la contessina a meditare la fuga. Proprio mentre i suoi illustri parenti stanno per ricondurla clandestinamente in Austria, il Principe, disperato e innamorato, le concede il permesso di ritrovare felicità in patria. Dopo un lungo periodo di separazione accade l’imponderabile: l’Impero cinese capitola e viene proclamata la Repubblica, il Principe ereditario, ormai esiliato e svincolato dalle usanze natie, può finalmente ricongiungersi con l’amata che l’attende a cuore aperto.

Lehàr riesce a mescolare motivetti popolari viennesi, spesso a tempo di walzer o di marcia, con rimandi orientaleggianti, secondo la consumata tradizione dell’opera esotica. Ai cantanti non sono richieste particolari capacità tecniche e viene loro concessa la possibilità di divertirsi e far divertire sfruttando falsetti, gorgheggi e parlati.

Scritta tra il 1923 e il 1929, appare davvero notevole la capacità di Abbati di rivitalizzare una storia e una trama così poco avvincenti. E in effetti ci riesce, grazie ad una regia semplice e pulita, di poche e misurate pretese ma dal risultato certo e assicurato.

Il libretto, come da tradizione operettistica, è tradotto dall’originale e ampiamente rimaneggiato. Le scene sono molto realistiche, i costumi ben disegnati e le luci quasi teatrali. La recitazione e i dialoghi riadattati si prestano bene alle moderne esigenze del pubblico e gli interpreti hanno ben saputo impersonare i propri ruoli.

Un peccato la poca cura vocale nel canto, da parte di professionisti che potrebbero dare molto di più. Un poco debole il tenore Carlo Monopoli, il Principe Su-Chong, dalla voce chiara ma sempre insicura. Altrettanto insoddisfacente il soprano Raffaella Montini, che non ha saputo valorizzare la corposità della propria voce sporcando qualche passaggio. Molto azzeccata per il ruolo invece Cristina Calisi, nei panni della sorella del Principe, sempre effervescente e cimentatasi anche in coreografie da soubrette.

Sono risultati davvero poco all’altezza i ballerini: se è vero che le coreografie e i costumi non facilitavano di certo una grande esecuzione, è pur innegabile che sono mancati i fondamentali più elementari.

Uno spettacolo del tutto godibile, che non smentisce la carriera di Corrado Abbati, ma che potrebbe aspirare a maggiori ambizioni se imponesse, sopra all’intento umoristico e popolaresco, una maggior cura per la musica in sé.

Gli applausi sono stati comunque lunghi e calorosi, per uno spettacolo che più che al dettaglio mira al risultato complessivo, incontrando senza dubbio i favori del pubblico. 

 

Per un approfondimento: http://www.fermataspettacolo.it/lirica/il-paese-del-sorriso-loperetta-di-lehar-in-salsa-corrado-abbati

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultima modifica il Giovedì, 19 Marzo 2015 10:51
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